Archivi categoria: Scienza e neuropsicologia

Dislessia, un problema di «rumore»?

Gli adulti dislessici hanno difficoltà a “escludere” i rumori di fondo non significativi e discernere le informazioni importanti

imagesMILANO – La dislessia e i suoi sintomi potrebbero essere almeno in parte dovuti all’incapacità di escludere le informazioni di poco conto, il “rumore di fondo”: questo di fatto impedirebbe al dislessico di concentrarsi davvero e potrebbe provocare le difficoltà di lettura. L’ipotesi arriva da una ricerca pubblicata su PLoS One da ricercatori dell’università della California.

STUDIO – La psicologa Rachel Beattie ha coinvolto 37 studenti, per metà dislessici, e li ha sottoposti a test di riconoscimento di lettere e parole in presenza e in assenza di un rumore di fondo accentuato. La Beattie spiega: «La dislessia è un disturbo che colpisce fino al 17 per cento della popolazione, caratterizzato da una difficoltà di riconoscimento delle parole e della fonetica delle parole stesse. Non esiste però un deficit neurologico riconosciuto alla base del problema: a lungo si è pensato che ci dovesse essere un disturbo a livello della corteccia visiva o uditiva, ma solo una esigua minoranza di dislessici presenta difetti evidenti in queste aree. Un’ipotesi plausibile per la genesi della dislessia è anche la cosiddetta “esclusione del rumore esterno”: siamo continuamente bombardati da informazioni provenienti dall’esterno, chi non ha la dislessia riesce a filtrare ciò che è importante in ogni momento ma chi è dislessico, secondo questa ipotesi, si “distrae” e non riesce a escludere le informazioni irrilevanti. Di conseguenza, non riesce a riconoscere e processare nel modo giusto lettere e suoni, da cui le difficoltà di lettura».

indexDISTRAZIONE – I dati raccolti sui volontari sembrano dare ragione all’ipotesi: la “performance” dei dislessici è stata analoga a quella dei non dislessici quando non c’era un rumore di fondo a disturbare, ma è stata significativamente peggiore quando qualcosa poteva distrarre durante il compito. «L’incapacità di filtrare le informazioni porta a creare rappresentazioni inaccurate di parole e fonemi, e quindi alle difficoltà di lettura», spiega la psicologa, secondo cui gli effetti del mancato “filtro” si esercitano sia sulle performance visive che su quelle uditive: i dislessici, infatti, hanno spesso analoghe difficoltà di comprensione del parlato se intorno c’è rumore. Lo studio è stato svolto su adulti, per cui la ricercatrice si chiede se non sia magari possibile insegnare ai bambini dislessici come escludere le informazioni irrilevanti di contorno quando si legge o si ascolta un discorso altrui: «Uno studio recente ha dimostrato che in piccoli della materna successivamente diagnosticati come dislessici si possono già identificare deficit nella comprensione del parlato in condizioni di “rumore” – osserva Beattie –. Adesso vogliamo capire se intervenire a questo stadio o appena la dislessia è diagnosticata con l’insegnamento di metodi di “esclusione” del rumore e di concentrazione focalizzata possa ridurre i sintomi del disturbo».

Fonte: Il Corriere della Sera

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Le bugie fanno male alla salute Chi le dice impegna il cervello a un lavoro che si traduce in stress e indebolimento del sistema immunitario

Cedete costantemente alla tentazione di ingigantire un po’ ciò che vi accade per rendere le vostre storie più avvincenti? Giustificate i vostri ritardi con una scusa ogni giorno più assurda? O peggio, raccontate di inverosimili imprevisti sul lavoro alla vostra compagna per concedervi una birretta con gli amici? Peggio per voi, oltre al disagio morale e psicologico che questo atteggiamento provoca ad alcuni, anche la vostra salute ne risentirà. Ci aveva visto lungo Carlo Collodi quando inventò il Paese dei balocchi dove il bugiardo Pinocchio terminava la sua avventura trasformandosi in un asino da circo, addestrato e maltrattato. Ebbene sì, dire bugie fa male alla salute.
Lo STUDIO- Adesso anche una ricerca scientifica lo conferma. Svolto dall’Università Notre Dame nell’Indiana  e presentato nel corso dell’ultima conferenza dell’American Psychological Society, lo studio si è basato su un esperimento che ha coinvolto 110 soggetti fra i 18 e i 71 anni. Il 50% dei volontari sono stati “obbligati” a confessare la verità per un periodo di 10 settimane, il restante di essi, invece, potevano decidere di volta in volta come comportarsi. Nel corso dell’indagine il legame tra bugie e salute è risultato sempre più forte: «Ogni volta che il tasso delle bugie saliva, la salute dei partecipanti scendeva, quando le bugie scendevano la salute migliorava», ha spiegato Anita Kelly, professore di psicologia e autore principale della ricerca. «Quando i partecipanti nel gruppo che non doveva mentire hanno detto in media tre bugie in meno la settimana – ha specificato Kelly – la loro salute è migliorata mediamente in ben quattro aree».
I DISTURBI – Mentire è faticoso e impegnativo, non solo a livello psicologico (ricordarsi tutte le storie che si raccontano a volte è un vero lavoro, lo sappiamo tutti), ma anche a livello fisico. Chi dice bugie impegna il proprio cervello a un lavoro supplementare per sostenere la menzogna, impegno che si traduce in stress e abbassamento della capacità reattiva del sistema immunitario, che rimane così più esposto a piccoli malesseri come mal di testa, raffreddori e mal di gola, ma anche al rischio di cadere in depressione. Perciò per evitare acciacchi e la ragnatela di problemi che ben descriveva il film Bugiardo bugiardo, dove Jim Carrey interpretava un avvocato che difendeva con successo i suoi clienti grazie alle bugie, meglio dire “tutta la verità, nient’altro che la verità”. Almeno quando la frottola non è proprio indispensabile.
Articolo di Gaia Passerini, tratto da: www.corriere.it

I SOGNI DOVE NASCONO VIAGGIO NELLA ZONA LIMBICA IL REGNO DELLE EMOZIONI

I SOGNI DOVE NASCONO VIAGGIO NELLA ZONA LIMBICA IL REGNO DELLE EMOZIONI

Fonte: La repubblica.it 17 marzo 2012

Nel racconto biblico Giuseppe interpreta il sogno del faraone, ma – è il caso di dirlo non si sogna minimamente di psicoanalizzarlo, cioè di trarre dal sogno qualche indicazione sulla personalità del sovrano (che difficilmente avrebbe gradito un simile interesse). Gli antichi, racconta Bruno Bara, direttore del centro studi cognitivi dell’ Università di Torino nella premessa storica del suo Dimmi come sogni (Mondadori), si mettevano ritualmente in profonde caverne sotterranee, sperando di avere sogni particolarmente illuminanti. Era il gesto simmetrico al salire in cima alle torri per contemplare le stelle: in entrambi i casi, la visione veniva dall’ esterno, era qualcosa di oggettivo. Ed è per questo che nell’ antichità si usava scrivere dei manuali di interpretazione e traduzione dei sogni, delle specie di vocabolari di racconti e visioni considerati indipendenti dalla soggettività dei sognatori. È la tradizione che sopravvive nella smorfia, il prontuario per tradurre i sogni in numeri da giocare al lotto. È invece soprattutto con Freud che abbiamo la rivoluzione copernicana, con il passaggio dall’ oggetto al soggetto: i sogni non ci parlano del mondo, non anticipano l’ avvenire, ma rivelano al soggetto qualcosa che non riesce a confessarsi, qualcosa che ha a che fare non con la coscienza ma con l’ inconscio. Il sogno è un rebus in cui con degli accorgimenti cifrati (spostamento, condensazione, figurazione con il contrario) una parte dell’ io comunica qualcosa a un’ altra parte dell’ io – qualcosa che quella parte non ha il coraggio di dirsi. In somnis veritas, soprattutto quando si tratta dei nostri segreti desideri, come canta la Cenerentola di Walt Disney: “I sogni son desideri di felicità, nel sogno non hai pensieri, ti esprimi con sincerità. Se hai fede chissà che un giorno la sorte non ti arriderà”. Cosa cambia con le scienze cognitive? Da una parte, ovviamente, la conoscenza della fisiologia del sogno è estremamente più sofisticata, ma sotto il profilo delle interpretazioni abbiamo due concezioni contrapposte. Una, che in sostanza si riallaccia alla ipotesi psicoanalitica della rimozione, vuole che i sogni siano una specie di coscienza più debole e rilassata: la nostra personalità da svegli e quella da dormienti è la stessa, tranne che la seconda è meno repressa, è più loquace e disinibita. Bara è invece teorico dell’ altra scuola. L’ idea è che ciò che in noi sogna non abbia niente a che fare con la nostra coscienza, perché tra la coscienza e il sogno interviene una discontinuità qualitativa. I sogni non sono pensieri in libertà, sono procedure in cui la mente opera in parallelo, come per le percezioni. In questo momento, mentre scrivo queste righe, i miei occhi vedono dei colori, sento dei rumori intorno a me, ho delle sensazioni termiche e tattili: tutto questo è vero, ma niente di questo accede alla dimensione del senso, che è invece quello che sto cercando di esprimere in questo articolo, con un ordine seriale di conseguenze logiche. Bene, il rapporto tra il mondo onirico e il pensiero diurno è proprio di questo tipo. Se le cose stanno in questi termini, la conoscenza di noi stessi che può venire dal sogno è molto più indiretta di quanto non assumano le ipotesi che vedono nel sogno la rivelazione di un io più inerme e confidenziale. La nostra personalità si rivela molto meglio nella vita diurna e nell’ azione, il sogno è un prodotto che si sottrae al controllo del sognatore, il quale se ne riappropria al risveglio. Perché, secondo l’ ipotesi difesa da Bara, non si sogna d’ accordo con la propria personalità, né con il proprio linguaggio e la propria cultura. La sfera da cui vengono i sogni è la zona limbica e paralimbica, come l’ amigdala, la corteccia cingolata anterioree l’ insula. È l’ area primitiva ed emotiva del cervello, che ci riporta agli albori dell’ umanità, il che spiega, tra l’ altro, la frequenza degli incubi, cioè del terrore primario. Quello che ci fa visita ogni notte è davvero qualcosa di molto lontano, e ci mette in comunicazione non tanto con la nostra personalità profonda, quanto piuttosto con gli aspetti emotivi più elementari del nostro essere umani, e dunque anche del nostro essere animali. La personalità (e con lei la cultura e il linguaggio) intervengono a un secondo livello, nel passaggio dal sogno alla sua interpretazione. Prima di tutto, il sognatore, quando cerca per sé di dare senso alla successione parallela dei sogni, incomincia, con la sua personalità, a conferire un ordine che prima non c’ era: un ossessivo non sogna da ossessivo, interpreta da ossessivo. In secondo luogo, se cerca di raccontare il sogno sovrappone alla struttura emotiva dell’ esperienza che ha vissuto le griglie del linguaggio, e non è difficile immaginare quanto la descrizione di una emozione possa essere poco emozionante (credo che sia per questo che ci sembra di essere così inespressivi quando raccontiamo un sogno che ci ha particolarmente emozionati). Infine, posto che il sognatore si stia confrontando con un terapeuta, nella descrizione interverranno anche i loro problemi relazionali. Insomma, nella traduzione del sogno abbiamo il passaggio da una forza a una forma, da una emozione a una espressione, sancita, proprio come nelle opere d’ arte, dal momento in cui si dà un titolo al sogno, come nei celebri esempi di Freud. Ora, sono proprio queste procedure di trasformazione (analizzate e codificate nel manuale di Bara, che vuol essere anche una guida per terapeuti o semplici lettori) che risultano rivelative della nostra personalità, mettendo in comunicazione zone diverse della nostra mente. Il punto fondamentale è che non ci si deve attendere troppo e non bisogna avere troppa precipitazione. Il sogno è un dono misterioso che conviene osservare senza aver troppa fretta di concludere su un senso, perché se è dubbio il principio “non c’ è vero senso di un testo”, è certo che non c’ è vero senso di un sogno, e che il sogno non è qualcosa su cui sia possibile dire l’ ultima parola.

MAURIZIO FERRARIS

Cervello depresso

Cervello depresso incapace di andare in ‘stand by’

Mente depressa non si placa mai per colpa di un recettore

Fonte: Ansa.it 01 marzo

Cervello depresso incapace di andare in 'stand by' Nella depressione non c’ e’ pace per il cervello: infatti ricercatori viennesi hanno scoperto che nei depressi non funziona bene un recettore cruciale per raggiungere uno stato di calma interiore quando non abbiamo niente da fare, cioe’ quando la mente e’ a riposo e vaga, come nei cosiddetti sogni ad occhi aperti.
Senza pace interiore, cioe’ se non riusciamo a mettere il cervello in ‘stand by’, e’ spiegato sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), rimaniamo sempre sul filo in uno stato di perenne tensione. La ricerca e’ stata condotta da Siegfried Kasper, capo del dipartimento di psichiatria e psicoterapia dell’universita’ Medica di Vienna.
Nel nostro cervello c’e’ una serie molto intricata di aree neurali, chiamate ”default mode network”, che si attivano solo quando non abbiamo niente da fare, in pratica quando il cervello entra in stand by e la mente vaga, si riposa, fino alla calma interiore per i fortunati che ci riescono. Nei depressi, sempre ansiosi e in preda a ruminazioni continue, la calma mentale e’ un dono raro. I ricercatori viennesi hanno scoperto per la prima volta che il motivo di cio’ e’ che nel cervello depresso non si attiva per bene questa modalita’ di default in quanto e’ disfunzionale il recettore 1 A della serotonina. Questo recettore ha un potente effetto inibitorio che permette al cervello di andare in stand by; ma nei depressi, secondo gli psichiatri viennesi, questo effetto e’ pesantemente ridotto. Tale studio potrebbe dunque aprire le porte a nuove terapie contro depressione e ansia.

Quando il cervello impara

Pubblicato: Dott.ssa Francesca La Lama

Fonte: Le Scienze  29 novembre 2011

 

Una recente ricerca getta nuova luce sui cambiamenti che avvengono nel nostro cervello nel corso dell’apprendimento e mette in dubbio la relazione tra il miglioramento di un’abilità e l’aumento delle dimensioni delle aree cerebrali legate a quella abilità di Jason Castro neuroscienze apprendimento (L’originale di questo articolo è stato pubblicato su “Mente&Cervello” n. 84, dicembre 2011, nella rubrica “Frontiere della ricerca”) Con l’età e l’esperienza, ognuno di noi diventa un conoscitore esperto di qualcosa. E quale che sia la capacità di sentire, vedere o gustare in modo più sottile dei meno esperti è scritta nel nostro cervello. Ma dove, e come? Una linea di ricerca ormai classica ha affrontato questa domanda mappando i cambiamenti dell’organizzazione cerebrale dovuti a intense e prolungate esperienze sensoriali. Molti di questi studi confermano un modello di apprendimento che collima abbastanza con le nostre intuizioni: le parti del cervello dedicate alle singole abilità sensoriali (sentire il Do centrale del pianoforte, o percepire il relativo tasto sotto il polpastrello del pollice) si ingrandiscono quando queste abilità sono ripetutamente chiamate in causa. O, per dirla rozzamente: l’esercizio ingrossa la parte, e più grossa significa migliore. Oppure no? Un recente studio, pubblicato su “Neuron” rimette in dubbio questa relazione tra aumento delle dimensioni e miglioramento delle abilità. Studiando la corteccia uditiva dei ratti, i ricercatori hanno trovato che l’espansione dovuta all’addestramento della regione cerebrale legata a una certa abilità è di breve durata, anche quando questa maggiore abilità dura nel tempo. Invece di funzionare come per i muscoli, in cui l’allenamento fa crescere le dimensioni e le maggiori dimensioni danno migliori prestazioni, l’apprendimento sembra comportare anche una massiccia attività di potatura. Ridisegnare la mappa La corteccia cerebrale uditiva è un tessuto largamente uniforme. Funzionalmente, però, somiglia di più a un mosaico di territori neurali distinti, ciascuno dei quali “sente” solo una gamma limitata di frequenze sonore. Immaginando di proiettare la corteccia uditiva sulla mappa degli Stati Uniti, è come se le note di bassa frequenza fossero elaborate preferenzialmente in California, quelle acute a New York, e le note intermedie nello spazio tra l’una e l’altra. Una delle grandi scoperte delle neu­roscienze degli scorsi decenni è che i confini che suddividono la mappa uditiva (come molte altre mappe sensoriali) dopo l’addestramento risultano ridisegnati. In particolare, gli studi di Michael Merzenich hanno rivelato che se si addestrano delle scimmie a operare difficili discriminazioni sonore – diciamo tra due note di bassa frequenza assai vicine tra loro – le regioni dedicate alle basse frequenze della mappa corticale uditiva diventano più vaste. Una serie di altri studi ha preso l’avvio da questa idea di base, e si è visto che bloccando l’espansione corticale si blocca anche l’apprendimento, e che spesso una maggiore espansione è correlata a un apprendimento migliore. Espansione corticale e apprendimento di nuove abilità sembravano dunque profondamente intrecciati. Eppure, alcuni aspetti di questa teoria hanno provocato un certo scetticismo. Per imparare qualcosa serve davvero un così vasto rimodellamento della corteccia cerebrale? E come facciamo a mantenere un gran numero di abilità diverse visto che lo spazio per memorizzarle è limitato? Non dovrebbe venire un momento in cui le cose nuove devono cancellare le vecchie e prenderne il posto? Per affrontare questi problemi, Michael P. Kilgard, della University of Texas a Dallas, e colleghi, hanno sottoposto la teo­ria delle dimensioni a una nuova verifica nei ratti. Invece di modificare la mappa della corteccia uditiva mediante addestramento, hanno cercato di ristrutturarla per via diretta. Sono così riusciti a isolare la questione delle dimensioni della mappa nell’apprendimento: se si fa in modo che una mappa sensoriale diventi semplicemente più vasta, senza altri cambiamenti, che cosa si guadagna in termini di prestazioni? Alterare direttamente la corteccia udi­tiva è difficile, ma i ricercatori hanno trovato uno stratagemma. Hanno stimolato elettricamente una regione cerebrale (il nucleo basale) coinvolta nella motivazione dell’apprendimento. Accoppiando la stimolazione all’ascolto ripetuto di note basse, sono riusciti a centrare la parte della mappa uditiva dedicata alle basse frequenze, incoraggiandone l’espansione. Quando poi i ratti sono stati messi alla prova, inizialmente è parso che l’idea del rimaneggiamento delle mappe avesse segnato un punto: i ratti la cui mappa delle basse frequenze era più ampia imparavano a discriminare tra toni bassi in tre giorni, mentre i ratti di controllo ci mettevano più di una settimana. Quando il cervello imparaCellule della corteccia cerebrale © Allen Bell/CorbisTuttavia, seguendo i ratti nel tempo i ricercatori hanno visto che le aree espanse della corteccia cominciavano a restringersi, e poi tornavano alla normalità: nel giro di 35 giorni le aree espanse artificialmente erano tornate alle dimensioni originarie. La cosa importante, però, è che malgrado fossero tornati alla situazione corticale precedente i ratti mantenevano le loro acuite capacità percettive. Lo stesso fenomeno è stato osservato seguendo i cambiamenti nei ratti addestrati a riconoscere le note nel modo normale, con settimane di lavoro e senza trucchi artificiali. Le mappe si ingrandivano, la capacità di discriminare le note migliorava e perdurava, ma nel tempo le mappe tornavano all’organizzazione iniziale. Quali che siano le qualità che distinguono un virtuoso della musica da un individuo meno abile fra i ratti, probabilmente non stanno in una differenza negli aspetti più ovvi dell’organizzazione del cervello. Sbagliando si impara E allora, cos’è che cambia? Anche se le nuove abilità percettive non appaiono evidenti a uno sguardo d’insieme, una base neurologica devono pur averla. L’ipotesi di Kilgard è che l’apprendimento potrebbe risultare da aggiustamenti che avvengono a livello più microscopico, e riguardano un numero relativamente piccolo di neuroni e sinapsi. In un certo senso, non è un’idea molto diversa da altre ipotesi correnti su apprendimento e funzione neurale. La trama del cervello è estremamente fine, e molte delle sue funzioni sono regolate a una scala fisicamente piccolissima, per cui non sarebbe sorprendente che una serie di cambiamenti fisici, minimi e difficili da studiare, possa sommarsi fino a dar luogo a cambiamenti delle capacità o del comportamento. Rimane però una questione più grossa. Se un’abilità appena imparata lascia nel cervello solo una minuscola impronta, perché il processo di apprendimento non può svolgersi in modo meno pesante? Perché prendersi la briga di allargare e restringere ampie regioni funzionali della corteccia solo per arrivare a quelle poche differenze neurali di cui è fatta una certa differenza percettiva? Forse è perché il nostro cervello non è più bravo di noi. Se noi non sappiamo come trasformarci da novellini a esperti in pochi passi ottimali e ben scelti, nemmeno il nostro cervello sa farlo. Kilgard avanza un’idea stimolante, ipotizzando che l’espansione della mappa corticale sia un po’ come un comitato. Genera una gamma di possibili soluzioni al problema che sta di fronte al cervello, ma che questo non sa ancora come risolvere. (Come faccio a distinguere tra questi due toni sonori? Come faccio a lanciare la palla nel canestro? Come risolvo questo problema di calcolo integrale?). Una volta trovata una buona soluzione, il comitato si scioglie. I cambiamenti validi, che si traducono in abilità reali, si conservano, mentre quelli poco significativi sono eliminati, e la mappa torna a restringersi. C’è una sorta di conferma della nostra fiducia in noi stessi, nell’idea che l’apprendimento, “visto” dall’esterno, possa svolgersi proprio come lo viviamo dentro di noi. Una volta arrivati in vetta, è facile guardarsi indietro e dire qual è la via che porta direttamente a diventare esperti. Ma né noi né il nostro cervello possiamo prendere questa strada senza pagare un pedaggio. Forse abbiamo solo bisogno di fare un sacco di tentativi – che poi in gran parte saranno ridondanti, indiretti e semplicemente sbagliati – per esser certi di imbatterci nelle poche mosse che veramente valgono qualcosa.

Il Cervello istruzioni per l’uso

Il Cervello istruzioni per l’uso

Dalle frontiere della ricerca neuroscientifica, 12 regole chiave per migliorare la qualità della nostra vita. Per capire come funziona il cervello, e trarne il massimo profitto. L’abilità di Medina 
sta nel dare a quei risultati una forma di 
racconto che si intreccia a esempi tratti dalla vita di tutti i giorni: letture, cose 
viste in televisione, casi clinici o rifles
sioni personali per arrivare a suggerire 
pratiche, tecniche, stili di vita che aiutino a vivere meglio, in maniera più pro
duttiva e creativa. Non si tratta tuttavia 
del solito manuale superficiale, ma di un 
lodevole sforzo di appassionare ognuno 
di noi alle ricerche relative al cervello e 
ai comportamenti umani.

Per citare qualche esempio, tutti sap
piamo quanto sia importante l’esercizio 
fisico non solo per mantenersi in salute, ma anche per recuperarla dopo un 
periodo di inattività. Medina è talmen
te convito di questo da suggerire tapis 
roulant dentro gli uffici, per alternare le 
ore di sedentarietà davanti al computer 
a momenti in cui rimettiamo in moto 
il corpo. Stando alla sperimentazione 
di laboratorio, se dovessimo metterne 
in pratica i risultati sarebbe più van
taggioso svolgere riunioni camminan
do su tapis roulant che seduti attorno 
a un tavolo.
Pensare che i peripatetici 
avevano già capito, parecchio tempo 
fa, che si ragiona meglio camminando. 
 Ancora, evitiamo lunghe presentazioni 
in PowerPoint. Non solo non catturano 
l’attenzione, ma possono addirittura an
noiare, rischiando di ottenere l’effetto 
contrario rispetto a ciò che vogliamo 
comunicare al nostro pubblico.
«Abbiamo creato ambienti di lavoro 
stressanti – afferma Medina – benché un cervello stressato sia notevolmente 
meno produttivo. Le nostre scuole sono 
concepite in modo che la maggior parte 
dell’effettivo apprendimento debba av
venire a casa. Tutto ciò sarebbe comico, 
se non fosse così dannoso. La respon
sabilità sta nel fatto che raramente gli 
scienziati che studiano il cervello dialogano con insegnanti e professionisti del 
mondo del lavoro, con educatori e ragionieri, con autorità scolastiche e am
ministratori delegati alle aziende».  Come dargli torto? Uno dei motivi, 
forse la ragione principale dell’esplosione e del successo delle tematiche relati
ve alla mente e al cervello nei giornali 
e nell’editoria in generale, viene proprio 
dalla necessità impellente che ognuno di 
noi avverte di sapere che cosa possiamo 
tradurre in pratica delle scoperte dei ricercatori.

In questo volume Medina pas
sa in rassegna dodici aspetti relativi al funzionamento del cervello, che vanno 
dall’esercizio fisico come potenziamento del cervello a come quest’ultimo si è 
evoluto, alle cose noiose che uccidono 
l’attenzione, alle regole per ricordare e 
memorizzare, alle differenze tra cervello 
femminile e maschile. E molto altro.

Il pregio maggiore del libro è di rendere fruibile una serie di conoscenze 
teoriche, espresse nella forma pratica 
dell’uso quotidiano che ognuno di noi 
ne può fare. Quando si parla di attività 
fisica e prestazioni cognitive, oppure di 
giusta quantità di sonno o, ancora, di 
come evitare la noia nelle presentazioni 
di lavoro, ognuno di noi è inevitabilmente coinvolto, nonché interessato.

E 
le ricerche sul cervello escono dai la
boratori e dai monitor della risonanza 
magnetica funzionale per entrare nella 
nostra quotidianità.”

recensione di Pierangelo Garzia, Mente e Cervello, aprile 2010

Rassegna stampa:

Il Venerdì di Repubblica 19/03/2010

Mente & Cervello 4/2010

TTL 8/05/2010

Grazia 24/05/2010

Gioia 21/05/2010

Corriere della Sera 17/06/2010

Il Sole 24 Ore- Nova 24

Anteprima del libro

Il cervello:  Istruzioni per l’uso

Autismo, è scontro sulle nuove linee guida

Pubblicato: Dott.ssa Francesca La Lama

Fonte: Corriere della sera.it

Bocciati dall’Istituto Superiore di Sanità tutti i modelli terapeutici per curare la malattia. Salvo solo l’approccio «comportamentale»

LE POLEMICHE

Autismo, è scontro sulle nuove linee guida

Bocciati dall’Istituto Superiore di Sanità tutti i modelli terapeutici per curare la malattia. Salvo solo l’approccio «comportamentale»

Le nuove linee guida sull’ autismo elaborate da un gruppo di esperti coordinati dall’Istituto Superiore di Sanità vengono presentate oggi dopo la pubblicazione lo scorso ottobre. Ma ne frattempo sono già diventate un caso, medico e politico e in molti ne autismo hanno richiesto la revisione. Tra i contrari si contano anche numerosi parlamentari bipartisan (e interrogazioni parlamentari sono state presentate a Camera e Senato).

LE TERAPIE – Quale il problema? Il documento avrebbe bocciato tutte le metodiche utilizzate per curare la malattia salvandone solo una. La cosiddetta ABA (Applied Behaviour Intervention), programmi comportamentali intensivi, da 20 a 40 ore la settimana rivolti all’età prescolare, dunque precoci. Interventi di solito mediati dai genitori col supporto di professionisti specializzati. Si tratta di terapie molto studiate che si basano sulla modificazione del comportamento. Gli esperti concludono che sono efficaci «nel migliorare le abilità intellettive, il linguaggio e i comportamenti adattivi. Le prove a disposizione consigliano di utilizzare Aba nei bambini con disturbi dello spettro autistico».

LA BOCCIATURA – Bocciatura o giudizio interlocutorio per tutte le altre metodiche analizzate, da quelle che richiedono l’ausilio di strumenti comunicativi come i computer alla comunicazione facilitata, dalle diete con eliminazione di glutine alla musicoterapia. No a integratori alimentari, melatonina, ossigeno iperbarico e ai trattamenti farmacologici (risperidone, olanzapina, antipsicotici vari, antidepressivi, metilfenidato). Paola Binetti, deputata del Pd, neuropsichiatra infantile chiarisce: «Non ci opponiamo all’Aba ma perché screditare il resto? E’ vero, questo sistema è l’unico che permette una valutazione su base scientifica ma diverse modalità di trattamento che pure sono risultate efficaci sul campo non possono essere liquidate senza appello solo perché mancano prove evidenti di efficacia e non si prestano a un’indagine quantitativa come ad esempio il programma Teacch basato sulle performance cognitive del bambino e sul loro funzionamento sociale». Secondo Binetti bisogna lasciare ai genitori la scelta e non soffocare le loro speranze perché Aba non può rispondere ad una patologia così complessa: «Il mio è un giudizio politico o ideologico».

LE POLEMICHE – Viene contestato inoltre il fatto che le linee guida rimandino al 2015 come data del prossimo aggiornamento. Alfonso Mele, curatore del documento, difende il documento: «Abbiamo riportato quello che è scritto in letteratura scientifica. Dunque non ci siamo basati su opinioni ma su studi pubblicati, presenti nella bibliografia». Hanno denunciato in un convegno le criticità delle raccomandazioni dell’Istituto superiore di sanità esponenti di Pd e Pdl. Concordi tra gli altri l’istituto di ortofonologia, l’istituto di riabilitazione romano don Guanella, l’ordine degli psicologi del Lazio, lo psichiatra Luigi Cancrini secondo il quale «l’esclusione degli approcci che non sono cognitivi comportamentali è deontologicamente scorretta. L’autismo ha una prevalenza di 10-13 casi ogni 10 mila abitanti, per i disturbi dello spettro autistico come la sindrome di Asperger si arriva fino a 40-50 casi.

Margherita De Bac
26 gennaio 2012