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Come trascorri il tuo tempo su internet?

Autore: Dott.ssa Francesca Lama

Come trascorri il tuo tempo su internet?

Controlli compulsivamente la mail? Guardi molti video? Passi frequentemente fra diverse applicazioni web? Dal download su bittorent alla chat ai giochi online? Una ricerca condotta dalla Missouri University of Science and Technology mostra come il modo di utilizzare internet abbia una forte connessione con alcuni sintomi depressivi. Sono stati reclutati dai ricercatori 216 volontari, in particolare studenti del campus ai quali è stato chiesto di compilare un questionario, il CESD-R utilizzato per misurare i livelli di depressione nella popolazione generale. L’indagine ha rivelato che il 30 per cento dei partecipanti ha soddisfatto i criteri per i sintomi depressivi. Successivamente i ricercatori hanno analizzato alcuni macrocomportamenti di questi studenti nel loro uso di internet e del web. Dalla ricerca dagli psicologi Janet Morahan-Martin e Phyllis Schumacher è emerso che vi è una correlazione significativa fra i sintomi depressivi e l’uso massiccio di strumenti online quali il p2p (lo scambio di file), l’uso di chat, di giochi e video online. I partecipanti con sintomi depressivi ad esempio, hanno mostrato la tendenza a controllare spesso la posta elettronica ws Lo studio è di tipo correlazionale, e dunque non vi è alcuna indicazione sulla direzione causale fra depressione e pattern nell’uso di internet. È però plausibile supporre che il comportamento online sia il sintomo di difficoltà di rimanere concentrati e di focalizzare l’attenzione. Secondo i ricercatori, questa difficoltà a concentrarsi porta gli studenti con sintomi depressivi ad un uso particolare di internet: si controlla spesso la mail (sintomo d’ansia), si passa velocemente da una applicazione all’altra. Quali sono le applicazioni pratiche di questa ricerca? I ricercatori si augurano di poter utilizzare i risultati per sviluppare un software che possa essere installato sul computer di casa e sui dispositivi mobili. Questo potrebbe monitorare l’utilizzo di Internet per avvisare l’utente quando i modelli di utilizzo possono indicare i sintomi di uno stato depressivo e potrebbe anche essere uno strumento utile per i genitori di monitorare l’utilizzo di Internet dei loro figli.

Fonte: the New York Times.

L’articolo: Associating Depressive Symptoms in College Students with Internet Usage Using Real Internet Data (pdf).

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Cervello depresso

Cervello depresso incapace di andare in ‘stand by’

Mente depressa non si placa mai per colpa di un recettore

Fonte: Ansa.it 01 marzo

Cervello depresso incapace di andare in 'stand by' Nella depressione non c’ e’ pace per il cervello: infatti ricercatori viennesi hanno scoperto che nei depressi non funziona bene un recettore cruciale per raggiungere uno stato di calma interiore quando non abbiamo niente da fare, cioe’ quando la mente e’ a riposo e vaga, come nei cosiddetti sogni ad occhi aperti.
Senza pace interiore, cioe’ se non riusciamo a mettere il cervello in ‘stand by’, e’ spiegato sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), rimaniamo sempre sul filo in uno stato di perenne tensione. La ricerca e’ stata condotta da Siegfried Kasper, capo del dipartimento di psichiatria e psicoterapia dell’universita’ Medica di Vienna.
Nel nostro cervello c’e’ una serie molto intricata di aree neurali, chiamate ”default mode network”, che si attivano solo quando non abbiamo niente da fare, in pratica quando il cervello entra in stand by e la mente vaga, si riposa, fino alla calma interiore per i fortunati che ci riescono. Nei depressi, sempre ansiosi e in preda a ruminazioni continue, la calma mentale e’ un dono raro. I ricercatori viennesi hanno scoperto per la prima volta che il motivo di cio’ e’ che nel cervello depresso non si attiva per bene questa modalita’ di default in quanto e’ disfunzionale il recettore 1 A della serotonina. Questo recettore ha un potente effetto inibitorio che permette al cervello di andare in stand by; ma nei depressi, secondo gli psichiatri viennesi, questo effetto e’ pesantemente ridotto. Tale studio potrebbe dunque aprire le porte a nuove terapie contro depressione e ansia.

Insonnia, che tormento “Ecco i segreti per vincerla”

Insonnia, che tormento

“Ecco i segreti per vincerla”

Nel mondo una persona su quattro soffre di disturbi del sonno più o meno gravi. Durante l’estate, con il caldo, il problema aumenta. Un libro raccoglie una serie di regole utili. Mantenere orari stabiliti, mangiare leggero e non addormentarsi davanti alla tv. No a internet e tecnologie prima di coricarsi di VALERIA PINI

Insonnia, che tormento "Ecco i segreti per vincerla"

C’E’ chi conta le pecore fino a tarda notte. Chi si mette i tappi nelle orecchie e si gira continuamente nel letto. Chi decide di andare in cucina e assalta il frigorifero. Chi legge per ore sperando invano di crollare. Ognuno combatte l’insonnia a modo suo. Un problema che colpisce milioni di individui: in tutto il mondo una persona su quattro soffre di disturbi del sonno, più o meno gravi. Solo in Italia sono 12 milioni e nei giorni estivi, con afa da record, è ancora più difficile riposare. Dormire poco e male può avere conseguenze sulla salute. Esistono persone che si assopiscono solo per poche ore e vanno avanti così per giorni. Nel 1986 Robert McDonald, californiano, rimase sveglio per 18 giorni, 21 ore e 40 minuti. Un record mai battuto. Il libro “101 cose che devi sapere per combattere l’insonnia”  di Elena Barbàra, medico psichiatra e psicoterapeuta che lavora nel Dipartimento delle Dipendenze della Asl1 di Milano, aiuta ad affrontare l’ansia da “non riposo” .

Il decalogo per combattere l’insonnia 1

La setta degli insonni.
L’autrice analizza tipi, cause e conseguenze di questo problema. Divide in diversi gruppi quella che definisce “la setta degli insonni”: quelli “iniziali” che non riescono ad addormentarsi, quelli centrali, che si svegliano in mezzo alla notte, e quelli terminali che aprono gli occhi nelle prime ore del mattino. “E’ importante valutare questo problema come un segnale prezioso che il nostro corpo ci dà per farci capire che qualche cosa sta emergendo”, dice Barbàara. L’insonnia iniziale “che ci fa friggere nel letto” è spesso legata a preoccupazioni che pongono l’individuo in uno stato di allerta. “Spesso si risolve quando l’individuo si abitua agli eventi che l’hanno causata, ma se diventa cronica può essere necessario un trattamento farmacologico. Questo naturalmente sotto controllo medico” spiega.

Stati ansiosi e depressivi. Se invece ci si sveglia nel cuore della notte il malessere è normalmente associato a stati ansiosi depressivi. “In questo caso è opportuno trattare la patologia di base di cui l’insonnia è sintomo – aggiunge Barbara – momenti della vita nei quali ci sono snodi importanti, per esempio la fase di svincolo dei figli dalla famiglia d’origine, possono mettere in crisi per l’incertezza legata al cambiamento e possono causare insonnia o altri sintomi depressivi, ansiosi o psicosomatici più o meno gravi”. L’autrice ricorda che è importante valutare se alla base di un’insonnia terminale, ci sia anche un forte stato di stress o un disturbo d’ansia. Se al risveglio c’è agitazione sarà bene valutare se è legato a un evento e farsi comunque consigliare da uno specialista.

Categorie a rischio. Esistono delle categorie di persone più a rischio. C’è il tassista che affronta turni di notte e ha difficoltà a dormire di giorno. Il medico che stenta a trovare pace dopo ore passate in pronto soccorso a lavorare. Il manager che viaggia e cambia spesso camera da letto. Per tutti il consiglio di puntare per quanto possibile a una vita regolare. L’insonnia disturba anche gli anziani e le donne in gravidanza.

Mai web e iPhone la sera. Dopo anni di pratica clinica, Barbàra indica una serie di regole per aiutare i pazienti a “ritrovare il sonno perduto”. E’ importante mantenere orari regolari, mettersi a letto solo quando si decide di dormire e, se si viaggia, cercare di adattare la nuova stanza alle proprie abitudini. E’ fondamentale cercare uno stile di vita sano. Banditi tv e computer: bisogna evitare di addormentarsi la sera davanti alla tv e non utilizzare computer, internet e iPhone poco prima di andare a letto. Ma lo schermo televisivo è meno dannoso rispetto al web: la navigazione on line – ricorda l’esperta – il pc o l’iPhone sollecitano in modo totale l’utente e influenzano negativamente la secrezione endogena di melatonina, ormone fondamentale per un buon riposo.

Stress e lavoro.
I lavoratori instancabili devono tenere separato il tempo che dedicano alla loro professione da quello trascorso in casa. Evitare luoghi rumorosi, perché il silenzio è un alleato prezioso. Che dire poi degli psicofarmaci? Possono essere utili in alcuni casi specifici, ma va sempre ricordato di farsi aiutare da un medico che sceglierà la terapia più adatta al paziente.

Fonte: http://www.repubblica.it/salute/medicina/2011/08/21

Leggi anche:  Strategie per affrontare l’insonnia

stress da lavoro correlato

Stress da lavoro correlato

Oggi lo stress è sempre più legato al lavoro: lo stress è il secondo problema di salute legato al lavoro. Tra le principali categorie affette dallo stress da lavoro ci sono i controllori di volo, gli autisti degli autobus e gli insegnanti. Una percentuale compresa tra il 50% e il 60% di tutte le giornate lavorative perse è dovuta allo stress. Oggi lo stress rappresenta una delle patologie più diffuse nei paesi industrializzati, per i ritmi frenetici a cui siamo sottoposti, per la mole di impegni che non ci lascia abbastanza tempo per pensare a noi stessi e prenderci cura del nostro benessere. I rischi psico-sociali generati dalle condizioni di lavoro, oltre ad essere dannosi per la salute e la sicurezza dei lavoratori, incidono in modo rilevante anche sull’ efficienza lavorativa.

COME NASCE LO STRESS DA LAVORO (cause dello stress) Lo stress si manifesta quando le persone percepiscono uno squilibrio tra le richieste avanzate nei loro confronti e le risorse a loro disposizione per farvi fronte. Dal momento in cui il nostro organismo viene stimolato e deve rispondere a questa sollecitazione, esso mette in moto alcuni meccanismi specifici: occorre infatti uno sforzo di adattamento notevole per rispondere in modo adeguato ed efficace alle richieste, e ciò comporta un alto consumo “energetico” (psichico e fisico) per realizzare questo sforzo di adattamento. Dopo una prima fase di allarme (cioè di aumentata attenzione e tensione), l’ organismo cerca di contrastare la situazione stressante opponendo una resistenza agli effetti che questa situazione produce sul proprio equilibrio, ma ad un certo punto, nel tentativo di contrastarla, l’ organismo va in esaurimento, facendo così emergere gli effetti dello stress da lavoro. Tra le diverse CAUSE del continuo aumento delle persone colpite da problemi di stress sul luogo di lavoro, ci sono:

-la precarietà del lavoro; – l’ aumento del carico di lavoro e del ritmo di lavoro; – le elevate pressioni emotive esercitate sui lavoratori; – la violenza e le molestie di natura psicologica; – lo scarso equilibrio tra lavoro e vita privata. Altri fattori potenzialmente stressanti sono: i rapporti interpersonali, orizzontali e verticali, i conflitti sul lavoro e i conflitti lavoro-famiglia (il mondo del lavoro comunica con il mondo della vita quotidiana). FATTORI DI ANSIA E DI STRESS DA LAVORO Spesso il lavoro svolto non è adatto rispetto alle capacità e alle competenze. Se il lavoro è troppo difficile mette in ansia, se è troppo facile dà un senso di frustrazione. Lo stress è legato sia ad un eccesso che ad un difetto di stimolazione: chi si trova ad operare dietro ad uno sportello con una fila di 200 persone impazienti, è ovvio che viva momenti stressanti; ma anche chi è chiuso in un ufficio senza avere nulla da fare, vive una situazione di stress. STRESS DA LAVORO E RISCHI PER LA SALUTE (malattie da stress) Lo stress porta delle conseguenze a livello comportamentale ed emozionale, a livello di disturbi psico-fisiologici ed a livello patologico: lo stress può favorire il sorgere di certe malattie. È chiaro che tutto ciò è legato ai diversi livelli di stress, e soprattutto alla risposta individuale, estremamente variabile perché, ad esempio, nella medesima condizione di disagio alcune persone hanno una reazione di un certo tipo mentre altre ne hanno una diversa. È quindi importante capire che lo stress può incidere sulla salute in vari modi: – irritabilità e rabbia: una persona sotto stress diventa aggressiva anche per motivi futili e banali; – scarsa concentrazione e calo dell’ attenzione; – calo del rendimento sul lavoro; – frequenti momenti di pianto: è uno dei primi segni indicatori che siamo al limite delle nostre risorse; – eccessi o carenze di alimentazione: poca o tanta voglia di mangiare; – un calo della memoria; – un calo dell’ autostima: ci si sente inadeguati e subentra un senso di impotenza e di frustrazione che induce spesso una risposta sbagliata attraverso il consumo (molte volte in eccesso) di tabacco o di alcolici; – disturbi del sonno: difficoltà ad addormentarsi e risvegli frequenti o precoci; – disturbi cardiovascolari: tachicardia, palpitazioni o ipertensione arteriosa; – possibile insorgenza di malattie cardiovascolari e coronariche (angina, infarto, ecc.) e di malattie digestive (ulcera, colite, ecc); – cefalea: emicranie, mal di testa. – aumento della sudorazione; – turbe digestive; – tensione muscolare; – tremori e tic nervosi; – possibili effetti sul sistema immunitario; – stanchezza eccessiva e inspiegabile. Oggi stiamo vivendo un periodo molto particolare, dove al lavoratore sono richiesti grandi cambiamenti ed è imposto un adeguamento (non scelto ma necessario) a nuove condizioni lavorative ed economiche. A livello legislativo, le tematiche inerenti lo stress sono citate nel recente D.lgs. 81/08 (Testo Unico sulla Sicurezza e Prevenzione). La normativa prescrive che ciascuna azienda effettui una valutazione dei rischi stress lavoro correlato implementando azioni di prevenzione, riduzione ed eliminazione delle fonti di rischio stress.

Fonte:www.iobenessereblog.it

La Depressione

Autore: Dott.ssa Francesca La Lama

Depressione

Che cos’è

Il disturbo che comunemente viene chiamato depressione è scientificamente denominato depressione maggiore.

Si tratta di un disturbo dell’umore caratterizzato principalmente da:

  • umore depresso o tristezza per la maggior parte del giorno;
  • ridotta capacità di trarre piacere dalle attività che in passato procuravano gioia e soddisfazione;
  • senso di fatica e sensazione di non farcela nelle attività quotidiane;
  • sensi di colpa, autocritica, autosvalutazione e sensazione di essere un fallito;
  • mancanza di speranza e pianto;
  • pensieri negativi e idee di morte;
  • irritabilità;
  • difficoltà a prestare attenzione, a concentrarsi e a prendere decisioni;
  • sonnolenza e aumento della durata del sonno;
  • risvegli notturni angosciosi, con difficoltà a riprendere sonno;
  • inappetenza o, in rari casi, aumento dell’assunzione di cibo;
  • ridotto desiderio sessuale.

Sentirsi depressi significa vedere il mondo attraverso degli occhiali con delle lenti scure: tutto sembra più opaco e difficile da affrontare, anche alzarsi dal letto al mattino o fare una doccia. Non è patologico avere delle leggere fluttuazioni dell’umore. La tristezza, se non è troppo intensa, può anche essere utile alla persona: porsi domande sul perché siamo tristi, ad esempio, può condurci a capire se abbiamo bisogno di qualcosa e può spingerci a trovare delle soluzioni ai nostri problemi.
La depressione necessita di un intervento clinico quando i suoi sintomi sono molto intensi, provocano una forte sofferenza e durano da molto tempo (più di 6 mesi). La depressione può manifestarsi con diversi livelli di gravità. Alcune persone presentano sintomi depressivi di bassa intensità, legati ad alcuni momenti di vita, mentre altre si sentono così depresse da non riuscire a svolgere le normali attività quotidiane. Le forme gravi sono caratterizzate da un numero più elevato di sintomi, una maggiore intensità e durata nel tempo della sintomatologia ed una maggiore compromissione delle attività quotidiane.

Come si manifesta

Sintomi fisici: i più comuni sono la perdita di energie, il senso di stanchezza, il rallentamento dei movimenti o l’agitazione motoria e il nervosismo, le alterazioni dell’appetito con conseguente perdita o aumento di peso, i disturbi del sonno (insonnia o ipersonnia con sonno prolungato o sonnolenza diurna), la mancanza di desiderio sessuale, i dolori fisici, il senso di nausea, la visione offuscata, l’eccessiva sudorazione, il senso di stordimento, l’accelerazione del battito cardiaco e le vampate di calore o i brividi di freddo.

Emozioni: tipicamente chi è depresso prova tristezza per la maggior parte del giorno, ed è afflitto da angoscia, disperazione, senso di vuoto, mancanza di speranza nel futuro, perdita di interesse per qualsiasi attività, irritabilità e ansia. Sono anche presenti sentimenti di colpa e indegnità che a volte possono arrivare a configurarsi come un delirio facendo sfociare il disturbo nella psicosi.

Sintomi comportamentali: riduzione delle attività quotidiane (anche di quelle considerate piacevoli prima dell’insorgenza della malattia), evitamento delle persone e isolamento sociale, comportamenti passivi (ad es. passare il tempo libero guardando la tv o a letto), riduzione dell’attività sessuale e a volte tentativi di suicidio.

Sintomi cognitivi: il pensiero rallenta diventando povero e stereotipato e perdendo in progettualità. La persone depressa non riesce più a proiettarsi in un qualche futuro e vive in un eterno presente che si colora di tinte cupe. Compaiono pensieri negativi su se stessi e sul mondo, e aspettative irrealistiche nei confronti degli altri e di se stesso (ad es. credere che fare errori sia assolutamente vietato, che non si possono avere conflitti e che bisogna essere sempre di buon umore). Le persone depresse si focalizzano spesso sui propri difetti percependosi come non amabili, incapaci, deboli e cattive. Sono presenti problemi di memoria e concentrazione e difficoltà nel prendere decisioni e risolvere problemi.

Ci sono, inoltre, alcuni comportamenti tipici delle persone depresse che favoriscono lo sviluppo di circoli viziosi che mantengono nel tempo l’umore depresso. Spesso accade anche che le persone depresse, smettano di uscire, evitino il contatto con le altre persone e trascorrano molto tempo libero in attività passive come guardare la televisione e stare a letto, rimuginando sui propri problemi ed assillando amici e conoscenti riguardo ad essi. Questi comportamenti, riducendo la produttività lavorativa, il contatto con nuove esperienze e le attività ricreative, riducono anche la probabilità di provare emozioni piacevoli e di modificare le idee negative su se stessi, sul mondo e sul futuro. L’evitamento mantiene la depressione in quanto non permette alla persona né di sperimentare brevi stati mentali positivi (es. un leggero senso di efficacia personale), né di verificare che, nella realtà, non è così incapace come pensa di essere.

Cause

Alla base del disturbo vi sarebbero diversi fattori di tipo biologico, (ereditarietà)  ambientale ( l’educazione ricevuta, gli eventi vissuti all’interno della famiglia e quelli vissuti fuori della famiglia) e psicologico( il modo in cui la persona interpreta gli eventi e mobilita le risorse per far fronte ad essi).

Conseguenze

La depressione può avere importanti ripercussioni sulla vita di tutti i giorni.
L’attività scolastica o lavorativa della persona può diminuire in quantità e qualità soprattutto a causa dei problemi di concentrazione e di memoria che tipicamente presentano i soggetti depressi.
Questo disturbo, inoltre, porta al ritiro sociale, che, col passare del tempo, a sua volta porta a problemi di tipo relazionale con partner, figli, amici e colleghi.
L’umore depresso condiziona anche il rapporto con se stessi e con il proprio corpo. Tipicamente, infatti, chi è depresso ha difficoltà a lavarsi, curare il proprio aspetto, mangiare e dormire in modo regolare.

Il trattamento cognitivo-comportamentale

Come accennato, la terapia cognitivo-comportamentale, insieme alla terapia interpersonale, è la psicoterapia più efficace nella cura della depressione. Secondo l’approccio cognitivista, i pensieri e le convinzioni negative su di sé, sul mondo e sul futuro hanno un ruolo chiave nell’esordio e nel mantenimento della depressione quindi la terapia cognitivo-comportamentale si focalizza soprattutto sui modi in cui il soggetto interpreta gli eventi che accadono, vi reagisce e valuta sé stesso proponendosi di aiutare il paziente ad identificare e modificare i pensieri e le convinzioni negative che ha su se stesso, sul mondo e sul futuro, ricorrendo a numerose e specifiche tecniche

Depressione Post Partum. Riconoscerla ed affrontarla

Autore: Dott.ssa Francesca La Lama

Depressione

Post Partum

La gravidanza rappresenta per la donna un periodo di profondi cambiamenti non solo fisici ma anche psicologici e alcune donne hanno difficoltà ad accettarne lo stato, provando sentimenti contrastanti di felicità, paura e preoccupazione.

È importante dare ascolto a ciò che si sente e prova dentro di sé. Sono sentimenti e aspetti che non vanno sottovalutati.

Durante la gravidanza molte donne possono sembrare più stressate emotivamente e l’ansia è uno degli stati a cui prestare maggiore attenzione.

L’ansia leggera può essere controllata con interventi di rilassamento muscolare; tecniche di controllo del corpo e del respiro con interventi preventivi sul decorso e sulla tutela del sonno in gravidanza e nel puerperio; approccio di psicoterapia mirato, sia individuale che di coppia nella forma di counseling o di una psicoterapia strutturata ed eventuale intervento farmacologico con antidepressivi in caso di ansia intensa.

Miti sulla maternità e depressione post partum.

Si crede erroneamente che la maternità debba essere sempre un processo facile e naturale come mangiare e dormire, che la maternità debba comportare solo gioia e serenità, che le madri debbano essere sempre felici di dedicarsi completamente ai loro bambini, che un disturbo dell’umore dopo il parto sia quindi segno di debolezza e non un vero e proprio disturbo. Invece la maternità, anche quando non complicata, comporta comunque un nuovo ruolo da apprendere progressivamente. Come ogni altro grande cambiamento, anche la maternità comporta sempre un grande stress, per esempio conflitti tra quello che si vorrebbe fare e quello che si deve fare o una mancanza di comprensione di quello che succede.

Ecco tre miti molto diffusi sull’amore materno:

  1. L’amore materno è incondizionato. Non tutte le madri provano da subito un amore totale e immediato per il loro figlio. Molte mamme si innamorano a poco a poco del loro bambino, man mano che imparano a conoscerlo. E’ normale che, anche che la madre più affettuosa provi, di tanto in tanto, dei sentimenti negativi nei confronti del figlio : irritarsi con il figlio non significa essere una cattiva madre, vuol dire soltanto che si è un essere umano e che si hanno dei limiti (come tutte le altre persone)
  2. Le madri dovrebbero essere costantemente disponibili e porre sempre al primo posto i bisogni del bambino. Alcune mamme si annullano totalmente per il loro piccolo : trascurano completamente le loro esigenze fisiche e psicologiche, il  loro rapporto di coppia e tutto quello che non è strettamente connesso alla cura del bebè. Il risultato è spesso l’insorgere di uno stato depressivo. Se è vero che essere la mamma di un bimbo piccolo richiede una buona dose di abnegazione, è anche vero che i bambini hanno bisogno di una mamma che sta bene. Molto meglio se siete al limite delle vostre risorse psicofisiche, affidare il bambino per due ore ad una babysitter e farsi un riposino, piuttosto che stare con il bambino ed essere a pezzi.
  3. Essere madre è un fatto istintivo. Molte mamme rimangono sgomente quando si accorgono di non sapere come  maneggiare un neonato, come allattarlo o come farlo dormire. Se siete alle primo figlio è normale non sapere d’istinto come prendersi cura di un lattante. Madri, non si nasce, si diventa e con un po’ di tempo e di pratica, diventerete bravissime nel vostro nuovo ruolo.

Che cos’è la Depressione Post Partum

La maggioranza delle neomamme, sperimenta qualche giorno dopo il parto uno stato transitorio di depressione. Oltre il 70% delle madri, infatti, nei giorni immediatamente successivi al parto, manifestano sintomi leggeri di depressione, denominata “baby blues”, con riferimento allo stato di malinconia (“blues”) che caratterizza il fenomeno.

“baby blues”

Nei giorni che seguono il parto, la madre può avvertire un senso di ansia, tristezza e di irritabilità, aver spesso voglia di piangere e sentirsi inadeguata a crescere il proprio figlio. Questi lievi stati depressivi che si verificano nell’80% delle partorienti, prendono il nome di “baby blues” (come li denominò il notissimo pediatra e psicoanalista inglese Donald Winnicott) e durano da poche ore a qualche giorno. Si manifestano nei primissimi mesi del post- partum e scompaiono da soli. Si tratta quindi di una reazione piuttosto comune i cui sintomi tendono generalmente a scomparire nel giro di pochi giorni.  Questo stato d’animo non deve spaventare: si tratta di una reazione del tutto naturale e fisiologica dovuta alla stanchezza fisica del parto e al drastico riassetto ormonale che si verifica nel corpo della donna dopo la nascita del bambino

Una condizione sicuramente più problematica e duratura è la depressione post partum, disturbo che compare solitamente tra le 4 e le 6 settimane dopo il parto. La donna che soffre di depressione post partum sperimenta una costante sensazione di inadeguatezza nei confronti del nuovo ruolo, può sentirsi  delusa perché la maternità si è rivelata un esperienza molto diversa da quella che si aspettava, e può sperimentare del risentimento nei confronti del neonato perché questi le assorbe tutte le energie.

Quando la donna presenta da e per almeno due settimane umore depresso, mancanza di piacere e interesse nelle abituali attività e almeno cinque di questi sintomi:

  • indolenza
  • affaticamento
  • esaurimento
  • disperazione
  • inappetenza
  • insonnia o sonno eccessivo
  • sensi di colpa
  • iperattività motoria o letargia
  • confusione
  • pianto inconsulto
  • disinteresse per il bambino
  • paura di far male al bambino o a se stessa
  • improvvisi cambiamenti di umore

si può parlare di depressione post partum, una forma depressiva che affligge il 10%-15% delle puerpere.

Le cause della depressione post-partum sono molteplici e coinvolgono fattori ormonali, fisici, psicologici, sociali e cognitivi.

A livello ormonale, alcuni studi attribuiscono questo disturbo al calo degli estrogeni e del progesterone dopo il parto. Le cause più evidenti sembrano però di origine psicologica e sociale. Un bambino che nasce è un essere indifeso, privo di autonomia che per vivere ha bisogno necessariamente di un altro essere. Subentra un senso d’inadeguatezza o d’incapacità che può trasformarsi in disperazione o in rabbia verso il proprio bambino. Inoltre la donna deve affrontare una serie di cambiamenti nel suo status sociale, nel suo aspetto fisico, nelle responsabilità che le sono richieste, che la mettono seriamente in discussione.

Un’influenza importante viene anche dalla qualità della relazione di coppia: la mancanza di un supporto emotivo è fonte di rabbia e di insicurezza per i genitori. Inoltre, una coppia non sufficientemente solida in seguito alla nascita di un bambino può esasperare una condizione precedente e sancire il definitivo allontanamento dei partners.

Altri possibili fattori causali sono una storia pregressa di depressione o di altri disturbi psichiatrici, precedenti aborti spontanei o volontari, vissuti conflittuali con i propri genitori, la presenza di lutti e perdite recenti.

Le cure possono consistere nella psicoterapia e nella partecipazione a terapie di gruppo con donne che manifestano la stessa sintomatologia; nell’eventuale assunzione di ansiolitici e antidepressivi, che sono cure possibili, ma da assumere comunque sotto controllo medico e valutando l’eventuale sospensione dell’allattamento.

È necessario rivolgersi ad uno specialista se i sintomi sono di una entità allarmante o comunque persistono oltre le due settimane, se si ha la sensazione di poter fare del male a se stesse o al proprio bambino e se i sintomi di ansietà, paura e panico si manifestano con grande frequenza nell’arco della giornata.

Suggerimenti pratici per sconfiggere la depressione post partum.

  • Confrontatevi con altre mamme: poter parlare con altre madri di come vi sentite, vi aiuterà a capire che non siete le sole a sperimentare certi sentimenti e quindi vi potrà aiutare a vedere la situazione da un’altra prospettiva.
  • Prendetevi del tempo per stare con il vostro partner e parlare di quanto sia cambiata la vostra vita. Esprimete sinceramente i vostri sentimenti e le vostre preoccupazioni.
  • Se vi sentite sole, stanche, frustrate o arrabbiate, lasciate il bambino a qualcuno di cui vi fidate e prendetevi del tempo per voi stesse. Non bisogna sentirsi in colpa per questo: solo una mamma serena può dare serenità al proprio piccolo.
  • Riducete le vostre aspettative nei confronti delle pulizie di casa. Dedicate il poco tempo libero che vi rimane a rilassarvi o a telefonare ad un amica, a farvi una doccia o a quello che volete voi. Se prima di avere un bambino, una casa splendente, era fra le vostre priorità, adesso che siete diventata una mamma, le vostre priorità sono cambiate
  • Lasciate che parenti e amici vi diano una mano nella gestione della casa e del bambino. E’importante anche cercare di coinvolgere il papà nella cura del bambino; facciamoci aiutare nelle faccende domestiche e deleghiamo anche qualche pasto notturno al papà (se si allatta al seno si può sempre tirare il latte con un tiralatte e conservarlo in frigo o in freezer, al momento opportuno il papà potrà offrirlo al piccolo con il biberon). Così facendo si favorirà un buon rapporto padre-figlio. Incoraggiatelo ad occuparsi del piccolo anche se non fa le cose nel modo in cui secondo voi dovrebbero essere fatte. Il papà può fare moltissimo per aiutare la moglie a superare la depressione post partum, dandole un appoggio pratico ed emotivo
  • Prendetevi del tempo per voi stesse, anche solo 15 minuti al giorno a qualcosa che vi dia piacere e vi rilassi;
  • Cercate di riposare. Approfittate dei momenti in cui il piccolo dorme;
  • Cercate di fare attività fisica, anche fare qualche giro intorno all’isolato: l’aumento del metabolismo e il fatto di “aver preso aria”, arrecherà un immediato benessere psicofisico;
  • Cercate di nutrirvi bene, prediligendo, frutta, cereali e verdura, limitando l’uso di caffeina, alcol e zuccheri; Queste sostanze  possono dare una temporanea sensazione di energia, ma sul lungo termine favoriscono l’ipoglicemia e quindi contribuiscono a farvi sentire ancora più stanche:
  • Accontenatevi di portare a termine anche una sola cosa in una giornata. Ci saranno giorni in cui non saremo riusciti a concludere niente: accade a molti neo-genitori;
  • Soprattutto, cerchiamo di mantenere il legame con nostro figlio. Non è facile quando si è depresse, ma è fondamentale per un neonato poter mantenere un legame con la propria madre per un’adeguata crescita fisica ed emotiva.

Dal venerdì di repubblica…..

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articolo integrale

Binge drinking: possibile rischio di ansia e depressione

Fonte:  http://lescienze.espresso.repubblica.it/

I giovani che si dedicano al binge-drinking – il “bere per ubriacarsi” tanto diffuso nei paesi anglosassoni e ora in aumento anche in Italia – si espongono al rischio di sviluppare disturbi dell’umore come ansia e depressione in età successiva.

È questo il risultato di uno studio sul modello animale del Loyola University Health System, i cui risultati sono stati resi noti nel corso dell’annuale convegno della Society for Neuroscience di San Diego.

Esponendo ratti adolescenti a dosi di alcol tali da riprodurre la condizione di ubriachezza, si è riusciti a dimostrare infatti il rischio di un’alterazione permanente del sistema che produce ormoni in risposta allo stress, che a sua volta si può tradurre in “disturbi del comportamento nell’età adulta”, come ha riferito Toni Pak, che ha coordinato lo studio.

Sebbene gli studi su animali non si possano trasferire direttamente all’essere umano, i risultati suggeriscono l’esistenza di un meccanismo con cui il binge drinking potrebbe causare problemi in età successiva.

Lo schema di somministrazione prevedeva tre giorni di alte dosi di alcol tali da alzare la concentrazione ematica fino a un valore compeso tra 0,15 e 0,2 per cento. Nel gruppo di controllo è stata invece iniettata regolarmente una soluzioe salina.

Un mese dopo, una volta raggiunto lo stato di giovani adulti, gli animali sono stati sottoposti a tre regimi: iniezioni saline, iniezione di alcol una tantum o un ulteriore somministrazione di alte dosi di alcol. Il consumo di alcol è una forma di stress: per questo i ricercatori non sono stati sorpresi di constatare come gli animali esposti all’alcol, sia una sola volta sia in modo continuativo, avessero più alti livelli di cosrticosteroidi.

Il rilsutato più significativo, in ogni caso, è stato osservare come gli esemplari esposti all’alcol nell’adolescenza mostravano picchi ormonali più elevati in risposta alle dosi di alcol, mentre i livelli erano più bassi del normale nella fase di astinenza. Ciò fa ipotizzare una disregolazione della risposta ormonale allo stress indotta dal binge drinking.