Archivi categoria: Depressione

Senso di colpa: prima parte

images

“Mi sento in colpa…è colpa mia…” sono frasi molto ricorrenti che spesso sentiamo o viviamo in prima persona. Il senso di colpa è un meccanismo della coscienza che, ci segnala un disagio e ci rimprovera quando facciamo qualcosa che infrange il nostro codice morale, perseguitandoci fino a quando non ci attiviamo per rimediare con un gesto riparatore.

Tuttavia accade di sentirsi in colpa anche senza un reale motivo solo per il fatto di essere quelli che siamo, di avere qualcosa che gli altri non hanno o di non riuscire a risolvere una problematica di cui però non siamo responsabili.

La colpa è un mix di elementi emotivi e cognitivi, che deriva dalla convinzione di aver danneggiato qualcuno e dalla paura di una punizione da parte delle figure significative. Però non è sempre negativa, infatti ci mette in guardia dall’oltrepassare i limiti, ci costringe ad una messa in discussione e assunzione di responsabilità e favorisce un dialogo interiore che ci aiuta a mantenere le relazioni con gli altri.

Quando ci troviamo a vivere il senso di colpa, si tende a spostare l’attenzione su un evento passato, allontanandoci sempre più dal momento presente. Ci si sente abbattuti o irritati per qualcosa che si è detto o fatto e, assorbiti dallo stato d’animo suscitato da quel comportamento passato, che nessun gesto potrà riparare a pieno, per quanto ci sforziamo.

Per poter tenere sotto controllo le emozioni spiacevoli derivate dal senso di colpa (che spesso sono diverse: rabbia, frustrazione, preoccupazione, tristezza, disperazione..) è importante innanzitutto riconoscerlo.Riconoscere i propri sensi di colpa è difficile poiché significa ammettere la propria incapacità e debolezza scontrandosi con l’ideale di perfezione che ci porta a prefiggersi di essere sempre perfetti e senza cola.I sensi di colpa si nascondono spesso dietro la mancanza di desideri e frasi come: “no questo non mi interessa” oppure “no non mi piace” o “no questo non mi va”. In realtà quella cosa non ci va poiché il solo ipotizzarla terrorizza la persona che non può ammettere a se stesso la sua debolezza. Quindi, proprio per la tendenza a nasconderli, la conoscenza del senso di colpa non va mai data per scontata. Anzi spesso è necessario lavorare su di essi partendo ad esempio dalla attuale incapacità a dire dei “NO” alle richieste altrui.

La colpa insieme alla vergogna e all’ansia sono emozioni molto importanti perchè spesso implicate nelle sofferenze vissute dalle persone.

Autori:  Dott.ssa Lupetti Irina e  La Lama Francesca

Annunci

Come trascorri il tuo tempo su internet?

Autore: Dott.ssa Francesca Lama

Come trascorri il tuo tempo su internet?

Controlli compulsivamente la mail? Guardi molti video? Passi frequentemente fra diverse applicazioni web? Dal download su bittorent alla chat ai giochi online? Una ricerca condotta dalla Missouri University of Science and Technology mostra come il modo di utilizzare internet abbia una forte connessione con alcuni sintomi depressivi. Sono stati reclutati dai ricercatori 216 volontari, in particolare studenti del campus ai quali è stato chiesto di compilare un questionario, il CESD-R utilizzato per misurare i livelli di depressione nella popolazione generale. L’indagine ha rivelato che il 30 per cento dei partecipanti ha soddisfatto i criteri per i sintomi depressivi. Successivamente i ricercatori hanno analizzato alcuni macrocomportamenti di questi studenti nel loro uso di internet e del web. Dalla ricerca dagli psicologi Janet Morahan-Martin e Phyllis Schumacher è emerso che vi è una correlazione significativa fra i sintomi depressivi e l’uso massiccio di strumenti online quali il p2p (lo scambio di file), l’uso di chat, di giochi e video online. I partecipanti con sintomi depressivi ad esempio, hanno mostrato la tendenza a controllare spesso la posta elettronica ws Lo studio è di tipo correlazionale, e dunque non vi è alcuna indicazione sulla direzione causale fra depressione e pattern nell’uso di internet. È però plausibile supporre che il comportamento online sia il sintomo di difficoltà di rimanere concentrati e di focalizzare l’attenzione. Secondo i ricercatori, questa difficoltà a concentrarsi porta gli studenti con sintomi depressivi ad un uso particolare di internet: si controlla spesso la mail (sintomo d’ansia), si passa velocemente da una applicazione all’altra. Quali sono le applicazioni pratiche di questa ricerca? I ricercatori si augurano di poter utilizzare i risultati per sviluppare un software che possa essere installato sul computer di casa e sui dispositivi mobili. Questo potrebbe monitorare l’utilizzo di Internet per avvisare l’utente quando i modelli di utilizzo possono indicare i sintomi di uno stato depressivo e potrebbe anche essere uno strumento utile per i genitori di monitorare l’utilizzo di Internet dei loro figli.

Fonte: the New York Times.

L’articolo: Associating Depressive Symptoms in College Students with Internet Usage Using Real Internet Data (pdf).

Mindfulness, la nuova meditazione antistress

Fonte: Corriere della Sera Neuroscienze

Il metodo della «consapevolezza» per alleviare dolori e disagi quotidiani: la chiave è prestare attenzione al presente Trova consensi anche in Italia una pratica ormai valutata scientificamente Mindfulness, la nuova meditazione antistress Il metodo della «consapevolezza» per alleviare dolori e disagi quotidiani: la chiave è prestare attenzione al presente.

La medicina ufficiale l’ha ormai sdoganata: la pratica della mindfulness, traduzione moderna del termine «consapevolezza» del pensiero buddhista, funziona per combattere lo stress. E si moltiplicano i gruppi in tutto il mondo, Italia compresa, che la propongono come medicina per guarire le ferite e le sofferenze che le persone si portano dentro, ferite e sofferenze che oggi si chiamano stress e che non sono legate soltanto a malattie, ma anche al vivere quotidiano, ai disagi dell’ambiente di lavoro, alle pressioni sociali, alla crisi attuale. La pratica della mindfulness non è un qualcosa di esoterico, ma è una forma di meditazione che è stata valutata in una serie di ricerche scientifiche, censite dal sito PubMed (l’archivio universale degli studi in campo biomedico), a partire dal 1982. Il primo lavoro porta la firma di Jon Kabat-Zinn dell’University of Massachusets Medical School di Worcester e si riferisce al trattamento del dolore: a tutt’oggi si contano oltre 700 pubblicazioni sull’argomento. L’ultima, sul giornale Brain, Behavior & Immunity, ancora a firma di Kabat-Zinn, è dell’agosto scorso e dimostra come la meditazione sia un vero è proprio farmaco contro la solitudine degli anziani. CONSAPEVOLEZZA – Spiegare che cos’è (e che cosa non è) la mindfulness non è semplice. Lo ha fatto a Firenze, nel corso di un seminario teorico-pratico, Saki Santorelli, uno dei padri occidentali di questa disciplina insieme a Kabat-Zinn, e direttore del Center for Mindfulness all’University of Massachussets Medical School («Abbiamo cominciato in un sottoscala – dice – adesso abbiamo un vero e proprio reparto dove assistiamo decine di pazienti con la MBSR, Mindfulness Based Stress Reduction, una pratica oggi riconosciuta da 42 Stati americani»). «La mindfulness – spiega Santorelli – è la consapevolezza che nasce dal prestare attenzione al momento presente, intenzionalmente e senza giudicare. Consapevolezza non è sinonimo di rilassamento e non è nemmeno una filosofia: è un modo di essere che implica lo stare costantemente in relazione con se stessi e con il mondo e l’accettare quello che c’è, sia che si tratti di disagio, di sofferenza, di passione o di piacere». In altre parole: viviamo pensando sempre al passato o al futuro, mentre dovremmo radicarci nel presente, nel «qui e ora», imparando ad accettare noi stessi e a vivere più profondamente le nostre esperienze che sono fatte di sensazioni, di emozioni, di pensieri, di relazioni. L’obiettivo di tutto questo? Ridurre la sofferenza interiore e lo stress. LE TECNICHE – Come ci si arriva? Il programma MBSR messo a punto all’University of Massachussets Medical School prevede una serie di lezioni pratiche di meditazione (dalle due ore e mezza alle 3 ore e mezza, una volta alla settimana, per otto settimane), più i compiti a casa (esercizi da praticare sei giorni su sette per almeno 45 minuti al giorno), più un giorno di ritiro alla sesta settimana del programma. Al centro americano si rivolgono non soltanto persone con problemi psichiatrici o psicologici, come ansia, attacchi di panico, depressione, ma anche pazienti con dolore cronico, asma, mal di testa, diabete, infezioni da Hiv. «Tutto quello che si impara durante i corsi – dice ancora Santorelli – deve poi diventare un modo di essere nella vita di tutti i giorni. Ci vuole continuità nella consapevolezza». Sono diverse le strade che conducono alla mindfulness e che si apprendono con la pratica. Una è quella del corpo, l’altra è quella delle sensazioni, la terza è quella delle emozioni: eccole in estrema sintesi. La pratica del body scan, per esempio, che viene insegnata durante le lezioni, permette di prestare attenzione al corpo. Ecco allora che mi concentro sul respiro, poi sulle mani, poi sui piedi che appoggiano a terra… E posso anche ascoltare le sensazioni che provo toccando con la mano il bracciolo della sedia o cercare la posizione più piacevole (è questa la strada delle sensazioni) o, infine, accogliere pensieri ed emozioni che arrivano alla mia mente, piacevoli o spiacevoli, non importa, non devo giudicare… (è la pratica con le emozioni).

abazzi@corriere.it

La Depressione

Autore: Dott.ssa Francesca La Lama

Depressione

Che cos’è

Il disturbo che comunemente viene chiamato depressione è scientificamente denominato depressione maggiore.

Si tratta di un disturbo dell’umore caratterizzato principalmente da:

  • umore depresso o tristezza per la maggior parte del giorno;
  • ridotta capacità di trarre piacere dalle attività che in passato procuravano gioia e soddisfazione;
  • senso di fatica e sensazione di non farcela nelle attività quotidiane;
  • sensi di colpa, autocritica, autosvalutazione e sensazione di essere un fallito;
  • mancanza di speranza e pianto;
  • pensieri negativi e idee di morte;
  • irritabilità;
  • difficoltà a prestare attenzione, a concentrarsi e a prendere decisioni;
  • sonnolenza e aumento della durata del sonno;
  • risvegli notturni angosciosi, con difficoltà a riprendere sonno;
  • inappetenza o, in rari casi, aumento dell’assunzione di cibo;
  • ridotto desiderio sessuale.

Sentirsi depressi significa vedere il mondo attraverso degli occhiali con delle lenti scure: tutto sembra più opaco e difficile da affrontare, anche alzarsi dal letto al mattino o fare una doccia. Non è patologico avere delle leggere fluttuazioni dell’umore. La tristezza, se non è troppo intensa, può anche essere utile alla persona: porsi domande sul perché siamo tristi, ad esempio, può condurci a capire se abbiamo bisogno di qualcosa e può spingerci a trovare delle soluzioni ai nostri problemi.
La depressione necessita di un intervento clinico quando i suoi sintomi sono molto intensi, provocano una forte sofferenza e durano da molto tempo (più di 6 mesi). La depressione può manifestarsi con diversi livelli di gravità. Alcune persone presentano sintomi depressivi di bassa intensità, legati ad alcuni momenti di vita, mentre altre si sentono così depresse da non riuscire a svolgere le normali attività quotidiane. Le forme gravi sono caratterizzate da un numero più elevato di sintomi, una maggiore intensità e durata nel tempo della sintomatologia ed una maggiore compromissione delle attività quotidiane.

Come si manifesta

Sintomi fisici: i più comuni sono la perdita di energie, il senso di stanchezza, il rallentamento dei movimenti o l’agitazione motoria e il nervosismo, le alterazioni dell’appetito con conseguente perdita o aumento di peso, i disturbi del sonno (insonnia o ipersonnia con sonno prolungato o sonnolenza diurna), la mancanza di desiderio sessuale, i dolori fisici, il senso di nausea, la visione offuscata, l’eccessiva sudorazione, il senso di stordimento, l’accelerazione del battito cardiaco e le vampate di calore o i brividi di freddo.

Emozioni: tipicamente chi è depresso prova tristezza per la maggior parte del giorno, ed è afflitto da angoscia, disperazione, senso di vuoto, mancanza di speranza nel futuro, perdita di interesse per qualsiasi attività, irritabilità e ansia. Sono anche presenti sentimenti di colpa e indegnità che a volte possono arrivare a configurarsi come un delirio facendo sfociare il disturbo nella psicosi.

Sintomi comportamentali: riduzione delle attività quotidiane (anche di quelle considerate piacevoli prima dell’insorgenza della malattia), evitamento delle persone e isolamento sociale, comportamenti passivi (ad es. passare il tempo libero guardando la tv o a letto), riduzione dell’attività sessuale e a volte tentativi di suicidio.

Sintomi cognitivi: il pensiero rallenta diventando povero e stereotipato e perdendo in progettualità. La persone depressa non riesce più a proiettarsi in un qualche futuro e vive in un eterno presente che si colora di tinte cupe. Compaiono pensieri negativi su se stessi e sul mondo, e aspettative irrealistiche nei confronti degli altri e di se stesso (ad es. credere che fare errori sia assolutamente vietato, che non si possono avere conflitti e che bisogna essere sempre di buon umore). Le persone depresse si focalizzano spesso sui propri difetti percependosi come non amabili, incapaci, deboli e cattive. Sono presenti problemi di memoria e concentrazione e difficoltà nel prendere decisioni e risolvere problemi.

Ci sono, inoltre, alcuni comportamenti tipici delle persone depresse che favoriscono lo sviluppo di circoli viziosi che mantengono nel tempo l’umore depresso. Spesso accade anche che le persone depresse, smettano di uscire, evitino il contatto con le altre persone e trascorrano molto tempo libero in attività passive come guardare la televisione e stare a letto, rimuginando sui propri problemi ed assillando amici e conoscenti riguardo ad essi. Questi comportamenti, riducendo la produttività lavorativa, il contatto con nuove esperienze e le attività ricreative, riducono anche la probabilità di provare emozioni piacevoli e di modificare le idee negative su se stessi, sul mondo e sul futuro. L’evitamento mantiene la depressione in quanto non permette alla persona né di sperimentare brevi stati mentali positivi (es. un leggero senso di efficacia personale), né di verificare che, nella realtà, non è così incapace come pensa di essere.

Cause

Alla base del disturbo vi sarebbero diversi fattori di tipo biologico, (ereditarietà)  ambientale ( l’educazione ricevuta, gli eventi vissuti all’interno della famiglia e quelli vissuti fuori della famiglia) e psicologico( il modo in cui la persona interpreta gli eventi e mobilita le risorse per far fronte ad essi).

Conseguenze

La depressione può avere importanti ripercussioni sulla vita di tutti i giorni.
L’attività scolastica o lavorativa della persona può diminuire in quantità e qualità soprattutto a causa dei problemi di concentrazione e di memoria che tipicamente presentano i soggetti depressi.
Questo disturbo, inoltre, porta al ritiro sociale, che, col passare del tempo, a sua volta porta a problemi di tipo relazionale con partner, figli, amici e colleghi.
L’umore depresso condiziona anche il rapporto con se stessi e con il proprio corpo. Tipicamente, infatti, chi è depresso ha difficoltà a lavarsi, curare il proprio aspetto, mangiare e dormire in modo regolare.

Il trattamento cognitivo-comportamentale

Come accennato, la terapia cognitivo-comportamentale, insieme alla terapia interpersonale, è la psicoterapia più efficace nella cura della depressione. Secondo l’approccio cognitivista, i pensieri e le convinzioni negative su di sé, sul mondo e sul futuro hanno un ruolo chiave nell’esordio e nel mantenimento della depressione quindi la terapia cognitivo-comportamentale si focalizza soprattutto sui modi in cui il soggetto interpreta gli eventi che accadono, vi reagisce e valuta sé stesso proponendosi di aiutare il paziente ad identificare e modificare i pensieri e le convinzioni negative che ha su se stesso, sul mondo e sul futuro, ricorrendo a numerose e specifiche tecniche

Depressione Post Partum. Riconoscerla ed affrontarla

Autore: Dott.ssa Francesca La Lama

Depressione

Post Partum

La gravidanza rappresenta per la donna un periodo di profondi cambiamenti non solo fisici ma anche psicologici e alcune donne hanno difficoltà ad accettarne lo stato, provando sentimenti contrastanti di felicità, paura e preoccupazione.

È importante dare ascolto a ciò che si sente e prova dentro di sé. Sono sentimenti e aspetti che non vanno sottovalutati.

Durante la gravidanza molte donne possono sembrare più stressate emotivamente e l’ansia è uno degli stati a cui prestare maggiore attenzione.

L’ansia leggera può essere controllata con interventi di rilassamento muscolare; tecniche di controllo del corpo e del respiro con interventi preventivi sul decorso e sulla tutela del sonno in gravidanza e nel puerperio; approccio di psicoterapia mirato, sia individuale che di coppia nella forma di counseling o di una psicoterapia strutturata ed eventuale intervento farmacologico con antidepressivi in caso di ansia intensa.

Miti sulla maternità e depressione post partum.

Si crede erroneamente che la maternità debba essere sempre un processo facile e naturale come mangiare e dormire, che la maternità debba comportare solo gioia e serenità, che le madri debbano essere sempre felici di dedicarsi completamente ai loro bambini, che un disturbo dell’umore dopo il parto sia quindi segno di debolezza e non un vero e proprio disturbo. Invece la maternità, anche quando non complicata, comporta comunque un nuovo ruolo da apprendere progressivamente. Come ogni altro grande cambiamento, anche la maternità comporta sempre un grande stress, per esempio conflitti tra quello che si vorrebbe fare e quello che si deve fare o una mancanza di comprensione di quello che succede.

Ecco tre miti molto diffusi sull’amore materno:

  1. L’amore materno è incondizionato. Non tutte le madri provano da subito un amore totale e immediato per il loro figlio. Molte mamme si innamorano a poco a poco del loro bambino, man mano che imparano a conoscerlo. E’ normale che, anche che la madre più affettuosa provi, di tanto in tanto, dei sentimenti negativi nei confronti del figlio : irritarsi con il figlio non significa essere una cattiva madre, vuol dire soltanto che si è un essere umano e che si hanno dei limiti (come tutte le altre persone)
  2. Le madri dovrebbero essere costantemente disponibili e porre sempre al primo posto i bisogni del bambino. Alcune mamme si annullano totalmente per il loro piccolo : trascurano completamente le loro esigenze fisiche e psicologiche, il  loro rapporto di coppia e tutto quello che non è strettamente connesso alla cura del bebè. Il risultato è spesso l’insorgere di uno stato depressivo. Se è vero che essere la mamma di un bimbo piccolo richiede una buona dose di abnegazione, è anche vero che i bambini hanno bisogno di una mamma che sta bene. Molto meglio se siete al limite delle vostre risorse psicofisiche, affidare il bambino per due ore ad una babysitter e farsi un riposino, piuttosto che stare con il bambino ed essere a pezzi.
  3. Essere madre è un fatto istintivo. Molte mamme rimangono sgomente quando si accorgono di non sapere come  maneggiare un neonato, come allattarlo o come farlo dormire. Se siete alle primo figlio è normale non sapere d’istinto come prendersi cura di un lattante. Madri, non si nasce, si diventa e con un po’ di tempo e di pratica, diventerete bravissime nel vostro nuovo ruolo.

Che cos’è la Depressione Post Partum

La maggioranza delle neomamme, sperimenta qualche giorno dopo il parto uno stato transitorio di depressione. Oltre il 70% delle madri, infatti, nei giorni immediatamente successivi al parto, manifestano sintomi leggeri di depressione, denominata “baby blues”, con riferimento allo stato di malinconia (“blues”) che caratterizza il fenomeno.

“baby blues”

Nei giorni che seguono il parto, la madre può avvertire un senso di ansia, tristezza e di irritabilità, aver spesso voglia di piangere e sentirsi inadeguata a crescere il proprio figlio. Questi lievi stati depressivi che si verificano nell’80% delle partorienti, prendono il nome di “baby blues” (come li denominò il notissimo pediatra e psicoanalista inglese Donald Winnicott) e durano da poche ore a qualche giorno. Si manifestano nei primissimi mesi del post- partum e scompaiono da soli. Si tratta quindi di una reazione piuttosto comune i cui sintomi tendono generalmente a scomparire nel giro di pochi giorni.  Questo stato d’animo non deve spaventare: si tratta di una reazione del tutto naturale e fisiologica dovuta alla stanchezza fisica del parto e al drastico riassetto ormonale che si verifica nel corpo della donna dopo la nascita del bambino

Una condizione sicuramente più problematica e duratura è la depressione post partum, disturbo che compare solitamente tra le 4 e le 6 settimane dopo il parto. La donna che soffre di depressione post partum sperimenta una costante sensazione di inadeguatezza nei confronti del nuovo ruolo, può sentirsi  delusa perché la maternità si è rivelata un esperienza molto diversa da quella che si aspettava, e può sperimentare del risentimento nei confronti del neonato perché questi le assorbe tutte le energie.

Quando la donna presenta da e per almeno due settimane umore depresso, mancanza di piacere e interesse nelle abituali attività e almeno cinque di questi sintomi:

  • indolenza
  • affaticamento
  • esaurimento
  • disperazione
  • inappetenza
  • insonnia o sonno eccessivo
  • sensi di colpa
  • iperattività motoria o letargia
  • confusione
  • pianto inconsulto
  • disinteresse per il bambino
  • paura di far male al bambino o a se stessa
  • improvvisi cambiamenti di umore

si può parlare di depressione post partum, una forma depressiva che affligge il 10%-15% delle puerpere.

Le cause della depressione post-partum sono molteplici e coinvolgono fattori ormonali, fisici, psicologici, sociali e cognitivi.

A livello ormonale, alcuni studi attribuiscono questo disturbo al calo degli estrogeni e del progesterone dopo il parto. Le cause più evidenti sembrano però di origine psicologica e sociale. Un bambino che nasce è un essere indifeso, privo di autonomia che per vivere ha bisogno necessariamente di un altro essere. Subentra un senso d’inadeguatezza o d’incapacità che può trasformarsi in disperazione o in rabbia verso il proprio bambino. Inoltre la donna deve affrontare una serie di cambiamenti nel suo status sociale, nel suo aspetto fisico, nelle responsabilità che le sono richieste, che la mettono seriamente in discussione.

Un’influenza importante viene anche dalla qualità della relazione di coppia: la mancanza di un supporto emotivo è fonte di rabbia e di insicurezza per i genitori. Inoltre, una coppia non sufficientemente solida in seguito alla nascita di un bambino può esasperare una condizione precedente e sancire il definitivo allontanamento dei partners.

Altri possibili fattori causali sono una storia pregressa di depressione o di altri disturbi psichiatrici, precedenti aborti spontanei o volontari, vissuti conflittuali con i propri genitori, la presenza di lutti e perdite recenti.

Le cure possono consistere nella psicoterapia e nella partecipazione a terapie di gruppo con donne che manifestano la stessa sintomatologia; nell’eventuale assunzione di ansiolitici e antidepressivi, che sono cure possibili, ma da assumere comunque sotto controllo medico e valutando l’eventuale sospensione dell’allattamento.

È necessario rivolgersi ad uno specialista se i sintomi sono di una entità allarmante o comunque persistono oltre le due settimane, se si ha la sensazione di poter fare del male a se stesse o al proprio bambino e se i sintomi di ansietà, paura e panico si manifestano con grande frequenza nell’arco della giornata.

Suggerimenti pratici per sconfiggere la depressione post partum.

  • Confrontatevi con altre mamme: poter parlare con altre madri di come vi sentite, vi aiuterà a capire che non siete le sole a sperimentare certi sentimenti e quindi vi potrà aiutare a vedere la situazione da un’altra prospettiva.
  • Prendetevi del tempo per stare con il vostro partner e parlare di quanto sia cambiata la vostra vita. Esprimete sinceramente i vostri sentimenti e le vostre preoccupazioni.
  • Se vi sentite sole, stanche, frustrate o arrabbiate, lasciate il bambino a qualcuno di cui vi fidate e prendetevi del tempo per voi stesse. Non bisogna sentirsi in colpa per questo: solo una mamma serena può dare serenità al proprio piccolo.
  • Riducete le vostre aspettative nei confronti delle pulizie di casa. Dedicate il poco tempo libero che vi rimane a rilassarvi o a telefonare ad un amica, a farvi una doccia o a quello che volete voi. Se prima di avere un bambino, una casa splendente, era fra le vostre priorità, adesso che siete diventata una mamma, le vostre priorità sono cambiate
  • Lasciate che parenti e amici vi diano una mano nella gestione della casa e del bambino. E’importante anche cercare di coinvolgere il papà nella cura del bambino; facciamoci aiutare nelle faccende domestiche e deleghiamo anche qualche pasto notturno al papà (se si allatta al seno si può sempre tirare il latte con un tiralatte e conservarlo in frigo o in freezer, al momento opportuno il papà potrà offrirlo al piccolo con il biberon). Così facendo si favorirà un buon rapporto padre-figlio. Incoraggiatelo ad occuparsi del piccolo anche se non fa le cose nel modo in cui secondo voi dovrebbero essere fatte. Il papà può fare moltissimo per aiutare la moglie a superare la depressione post partum, dandole un appoggio pratico ed emotivo
  • Prendetevi del tempo per voi stesse, anche solo 15 minuti al giorno a qualcosa che vi dia piacere e vi rilassi;
  • Cercate di riposare. Approfittate dei momenti in cui il piccolo dorme;
  • Cercate di fare attività fisica, anche fare qualche giro intorno all’isolato: l’aumento del metabolismo e il fatto di “aver preso aria”, arrecherà un immediato benessere psicofisico;
  • Cercate di nutrirvi bene, prediligendo, frutta, cereali e verdura, limitando l’uso di caffeina, alcol e zuccheri; Queste sostanze  possono dare una temporanea sensazione di energia, ma sul lungo termine favoriscono l’ipoglicemia e quindi contribuiscono a farvi sentire ancora più stanche:
  • Accontenatevi di portare a termine anche una sola cosa in una giornata. Ci saranno giorni in cui non saremo riusciti a concludere niente: accade a molti neo-genitori;
  • Soprattutto, cerchiamo di mantenere il legame con nostro figlio. Non è facile quando si è depresse, ma è fondamentale per un neonato poter mantenere un legame con la propria madre per un’adeguata crescita fisica ed emotiva.

Binge drinking: possibile rischio di ansia e depressione

Fonte:  http://lescienze.espresso.repubblica.it/

I giovani che si dedicano al binge-drinking – il “bere per ubriacarsi” tanto diffuso nei paesi anglosassoni e ora in aumento anche in Italia – si espongono al rischio di sviluppare disturbi dell’umore come ansia e depressione in età successiva.

È questo il risultato di uno studio sul modello animale del Loyola University Health System, i cui risultati sono stati resi noti nel corso dell’annuale convegno della Society for Neuroscience di San Diego.

Esponendo ratti adolescenti a dosi di alcol tali da riprodurre la condizione di ubriachezza, si è riusciti a dimostrare infatti il rischio di un’alterazione permanente del sistema che produce ormoni in risposta allo stress, che a sua volta si può tradurre in “disturbi del comportamento nell’età adulta”, come ha riferito Toni Pak, che ha coordinato lo studio.

Sebbene gli studi su animali non si possano trasferire direttamente all’essere umano, i risultati suggeriscono l’esistenza di un meccanismo con cui il binge drinking potrebbe causare problemi in età successiva.

Lo schema di somministrazione prevedeva tre giorni di alte dosi di alcol tali da alzare la concentrazione ematica fino a un valore compeso tra 0,15 e 0,2 per cento. Nel gruppo di controllo è stata invece iniettata regolarmente una soluzioe salina.

Un mese dopo, una volta raggiunto lo stato di giovani adulti, gli animali sono stati sottoposti a tre regimi: iniezioni saline, iniezione di alcol una tantum o un ulteriore somministrazione di alte dosi di alcol. Il consumo di alcol è una forma di stress: per questo i ricercatori non sono stati sorpresi di constatare come gli animali esposti all’alcol, sia una sola volta sia in modo continuativo, avessero più alti livelli di cosrticosteroidi.

Il rilsutato più significativo, in ogni caso, è stato osservare come gli esemplari esposti all’alcol nell’adolescenza mostravano picchi ormonali più elevati in risposta alle dosi di alcol, mentre i livelli erano più bassi del normale nella fase di astinenza. Ciò fa ipotizzare una disregolazione della risposta ormonale allo stress indotta dal binge drinking.

LA DEPRESSIONE e DISTURBI DELL’UMORE

Autore Dott.ssa Francesca La Lama

LA DEPRESSIONE e DISTURBI DELL’UMORE

La depressione è uno stato psicopatologico contrassegnato da abbassamento del tono dell’umore, abbattimento, prostrazione fisica e psichica. Un certo grado di tristezza deve essere considerato un normale turbamento dell’umore collegato ad un momento di crisi, ma diventa depressione quando non è più possibile ripristinare un adeguato equilibrio affettivo: quando il tono dell’umore è marcatamente rivolto verso il “basso” si entra nel campo della patologia, si parla cioè di depressione come vera e propria malattia, e non come stato d’animo passeggero.

Nelle fasi più lievi o in quelle iniziali, lo stato depressivo può essere vissuto come un’incapacità di provare un’adeguata risonanza affettiva o come spiccata labilità emotiva. Nelle fasi acute, il disturbo dell’umore è evidente e si manifesta con vissuti di profonda tristezza, disperazione, sgomento, associati alla perdita dello slancio vitale e all’incapacità di provare gioia e piacere. Le persone depresse avvertono un senso di noia continuo, non riescono a provare interesse per le normali attività, provano sentimenti di distacco e inadeguatezza nello svolgimento del lavoro abituale. Accanto alla tristezza, alla disistima, al disinteresse e alla scarsa capacità di iniziativa, sono spesso presenti nel depresso sentimenti di insicurezza, senso di indegnità, irrequietezza, ansia; quasi costanti l’insonnia (risvegli precoci), la diminuzione del desiderio sessuale, l’affaticabilità; frequenti i disturbi neurovegetativi (mal di testa, vertigini, turbe funzionali cardiovascolari). Spesso, specie nelle forme maggiori, si accompagna a fantasie autolesive che possono sfociare in tentativi di suicidio. L’umore può essere stabile oppure può variare lievemente, anche nel corso di una stessa giornata, perché influenzato positivamente o negativamente dall’ambiente esterno e dalle situazioni incontrate.

Sebbene i meccanismi interni alla base della sintomatologia depressiva siano attualmente sconosciuti, è ormai accertato che la malattia è in genere slatentizzata da un periodo di stress, sia esso negativo o positivo. I sintomi depressivi possono seguire alcune fasi importanti della vita: un lutto, un licenziamento, un grande dispiacere ma anche un innamoramento, una grossa vincita; in generale qualsiasi cambiamento rilevante può indurre la manifestazione del disturbo in soggetti predisposti. L’evento che innesca la depressione è definito “stressor”; esso tuttavia non è di per sè in grado di causare la depressione, ma solo di renderla manifesta, fatti salvi quei casi in cui la depressione sia semplicemente reattiva: in questi casi essa guarisce, in genere, senza alcun trattamento.

La recente ricerca conferma che i disturbi dell’umore sono malattie fortemente influenzate da fattori genetici e biologici, tuttavia in generale un clinico dovrebbe sempre considerare il significato di un fattore stressante particolare in quanto “l’elemento cruciale non è il semplice verificarsi di un evento esistenziale negativo, ma piuttosto l’attribuzione di significato dell’individuo all’evento e dei suoi effetti all’interno del contesto in cui si verifica”.

Con il termine depressione, in realtà, non ci si riferisce ad una patologia univoca ma a una serie di disturbi, distinti tra loro, che presentano però alcune caratteristiche comuni. I sintomi generalmente presenti (ma non tutti insieme) nelle varie forme depressive sono:

– disturbi del sonno con insonnia o ipersonnia

– scarso appetito e perdita di peso o, al contrario, incremento dell’appetito e del peso corporeo

– perdita d’interesse per le attività quotidiane

– incapacità di provare piacere (anedonia)

– modificazione del desiderio e delle abitudini sessuali

– diversa percezione della stima di sé con autosvalutazione e sensi di colpa

– mancanza di energia e affaticamento eccessivo

– difficoltà di concentrazione

– mancanza di volontà, apatia

– tendenza a isolarsi dalla società e dalla famiglia.

I progressi nella ricerca sul disturbo dell’umore suggeriscono che sia i farmaci che la psicoterapia possono essere necessari nel trattamento dei disturbi dell’umore. La terapia farmacologica è spesso inefficace nella depressione minore, e questi pazienti possono avere bisogno di una psicoterapia per essere restituiti ad un funzionamento normale. Per molti pazienti l’associazione di psicoterapia e farmacoterapia sembrano essere particolarmente utili.

Una classificazione clinica precisa è necessaria per formulare una diagnosi corretta e stabilire, di conseguenza, la terapia più appropriata.

I Disturbi Dell’umore si possono suddividere in:

Depressione Maggiore

Disturbo Distimico

Depressione Bipolare (I e II)

– Disturbo Ciclotimico

DEPRESSIONE

Autore: Dott.ssa Francesca La Lama DEPRESSIONE MAGGIORE

La depressione maggiore è uno dei disturbi dell’umore.  Con il termine “Depressione maggiore” viene indicato un disturbo caratterizzato da sintomi depressivi di una certa gravità che durano per un certo periodo di tempo. Le caratteristiche di persistenza dei sintomi depressivi interferiscono sul modo di pensare della persona, sul suo comportamento, sull’umore e sul suo benessere fisico. E’ opportuno sottolineare che questo tipo di depressione è scarsamente influenzato dagli eventi esterni sia positivi che negativi. E’ un disturbo dell’umore è caratterizzato da:

–       Umore depresso o tristezza per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno, come riportato dal soggetto o come osservato da altri

–       Ridotta capacità di provare interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività che in passato davano gioia e soddisfazione

–       Affaticabilità, mancanza di energia e sensazioni di non farcela anche nelle semplici attività quotidiane

–       Sentimenti di autosvalutazione, autocritica, sensazione di essere un fallito oppure sentimenti eccessivi o inappropriati di colpa

–       Sensazioni di aver perso la speranza per il futuro e improvvisi scoppi di pianto

–       Aumento della durata del sonno oppure risvegli notturni con incapacità di riaddormentarsi

–       Sensazione di sentirsi agitati o rallentati a livello psicomotorio

–       Significativa perdita di peso, in assenza di una dieta, o significativo aumento di peso, oppure diminuzione o aumento dell’appetito

–       Diminuzione della capacità di pensare o concentrarsi, o difficoltà a prendere decisioni, irritabilità

–       Pensieri negativi e idee di morte

–       Ridotto desiderio sessuale

La diagnosi di depressione maggiore non necessita la presenza di tutti questi sintomi, la sintomatologia è più intensa al mattino e migliora nel coro della giornata (con delle eccezioni); la depressione può presentarsi con diversi livelli di gravità a seconda dei sintomi presentati e della loro intensità.

I sintomi principali sono dunque, la tristezza, il senso di abbattimento e l’incapacità di provare emozioni piacevoli. A questo in genere si associano la perdita dell’interesse per le attività abituali e l’incapacità a prendere qualsiasi iniziativa o decisione.

Il paziente depresso non prende più decisioni, tutto gli sembra problematico o non risolvibile e progressivamente sviluppa un senso di incapacità e di inadeguatezza personale. In genere si sente in colpa perché non riesce più a svolgere i propri compiti e si considera l’unico responsabile di eventuali problemi familiari.

A un’osservazione esterna il depresso grave appare affaticato, mostra un rallentamento di tutti i movimenti, il viso è triste o indifferente e difficilmente cambia espressione.

Spesso accusa difficoltà di concentrazione e di memoria, disturbi del sonno, riduzione dell’appetito, disturbi gastrointestinali, perdita del desiderio o del piacere sessuale. L’appetito è generalmente ridotto, il paziente mangia poco o non mangia affatto e dimagrisce talvolta in maniera evidente. Le alterazioni del sonno possono essere varie: insonnia terminale, insonnia iniziale, inversione del ritmo sonno-veglia.

Fra tutte le patologie la depressione maggiore è la più frequente causa di invalidità in molti Paesi sviluppati. Le donne sono colpite da Depressione Maggiore in numero doppio rispetto agli uomini. La depressione maggiore può colpire ad ogni età anche nella fanciullezza, nella gioventù e nell’età adulta. Tutti i gruppi etnici, razziali o sociali possono essere affetti dalla depressione. Almeno tre quarti di coloro che sono stati colpiti da un primo episodio di depressione ne saranno colpiti da un altro durante il resto della vita. Alcune persone sono colpite da più episodi durante l’anno. Se non debitamente curati gli episodi di depressione possono durare dai sei mesi a un anno. Se non curata la depressione può portare al suicidio.

Naturalmente si diagnostica il disturbo depressivo come maggiore quando si può escludere che i sintomi siano dovuti agli effetti di farmaci, di altre sostanze o ad altre patologie concomitanti (sindrome organica dell’umore). Analogamente, una fase depressiva transitoria (depressione reattiva) è giustificata e fisiologica in presenza di un lutto o di un evento particolarmente traumatico, ma si risolve spontaneamente entro un paio di mesi.