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Essere genitori adottivi

Pubblicato da Dott.ssa Francesca Vottero Ris, psicologa Torino

L’adozione di un minore pone imprevisti difficilmente gestibili dai genitori adottivi e spesso il bambino che arriva è molto diverso da quello desiderato.

A volte succede che la famiglia, anche se sul piano razionale è preparata, inconsapevolmente pensi all’adozione come ad un legame simile a quello della nascita biologica, in realtà l’adozione rappresenta, anche nel caso di un bambino piccolo, l’inserimento in un tessuto familiare di un individuo con un corredo genetico, esperenziale e comportamentale maturato altrove.

Le situazioni che sovente i genitori adottivi si trovano a dover affrontare sono dovute alle caratteristiche di personalità e ai comportamenti problematici dei minori: i bambini e gli adolescenti che vengono inseriti in famiglia il più delle volte sono soggetti deprivati e sofferenti, che hanno interiorizzato esperienze traumatizzanti di abbandono, maltrattamento e abuso sessuale, all’origine di problemi psichiatrici e/o relazionali che incidono sulle modalità relazionali e comunicative. A volte non vi sono esperienze così traumatiche, ma il nucleo familiare di provenienza ha forti carenze relazionali che hanno impedito risposte adeguate ai bisogni del figlio. A queste problemi l’adozione di un bambino straniero comporta ulteriori difficoltà legate alle differenza di lingua e cultura che divide i genitori dal piccolo accolto in casa, oltre che dal senso di abbandono e di sradicamento che il minore porta con sé all’ingresso nel nostro paese.

Questi bambini allora, possono mostrare chiusura e diffidenza verso chi si avvicina loro, a volte anche irritazione per le cure prestate, oppure possono dare una sensazione di vulnerabilità, di accettazione passiva di ogni proposta, spesso le esperienze negative avute nelle famiglie di origine possono comportare la difficoltà di fidarsi degli adulti.

Non è raro dunque, incorrere in esperienze di adozione nelle quali prevalgono disagio e sofferenza tanto per i genitori adottivi quanto per i figli, che si possono concludere con la restituzione del bambino all’Istituto o il suo passaggio ad altra famiglia.

Spesso in queste situazioni la famiglia non riesce a far fronte a questi problemi per la carenza di supporti professionali capaci di fornire un orientamento e si sentono lasciate sole di fronte a un compito complesso e difficile che merita un impegno di accoglienza e di aiuto da parte della comunità sociale.

Il successo, o l’insuccesso, del percorso adottivo dipendono essenzialmente da una serie di fattori, relativi sia alle caratteristiche del minore adottato sia alle caratteristiche della famiglia ma le ricerche svolte in Italia e in Europa su centinaia di minori e di famiglie evidenziano, tra i fattori fondamentali che possono portare al successo o al fallimento di questo percorso, l’incidenza del sostegno psicologico rivolto alla famiglia affidataria adottiva.

La famiglia affidataria o adottiva, oltre alla rete di supporto fornita dall’associazione di riferimento, e al lavoro terapeutico e sociale fornito dai servizi di territorio, può aver bisogno di un sostegno psicologico individualizzato che le permetta di comprendere problemi e difficoltà che nascono nella relazione con il bambino o l’adolescente.

I turisti sessuali del bel paese

Articolo di Flavia Amabile, Stampa, Nazionale, 20/8/2010

Sono ottantamila gli italiani turisti del sesso, malati al punto da girare il mondo per trovare minorenni e soddisfare le loro perversioni. E’ un esercito, uno dei piu’ nutriti al mondo: di popolazioni altrettanto dedite a questa pratica non e’ detto che ce ne siano molte. Si tratta di fenomeni che avvengono all’estero, dunque il governo italiano puo’ combatterli attraverso eventuali campagne informative come quelle organizzate in Kenya o in Brasile. Oppure attraverso iniziative mirate. Nel novembre del 2008 Michela Brambilla – oggi ministro del Turismo e allora sottosegretario – aveva denunciato questi «numeri che fanno paura» e organizzato un incontro tra Governo e operatori del settore uniti per un turismo responsabile per chiedere «a tutte le realta’ della filiera turistica, di sottoscrivere un codice di «Certificazione Turismo Etico». Due anni dopo i numeri degli italiani amanti del turismo sessuale probabilmente sono aumentati ma il codice e’ lontano dall’essere una realta’, e’ salito alla ribalta delle cronache soltanto per essere diventato un suggerimento del governo inserito nel testo sulla pedofilia in discussione in Parlamento. Dal primo luglio e’ entrata in vigore la Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e l’abuso e quindi per contrastare anche il turismo sessuale ma l’Italia e’ fra i Paesi che ha solo firmato il testo senza ratificarlo. Nel frattempo, gli appassionati del sesso proibito crescono. Sono sempre piu’ giovani – hanno appena 20-30 anni – si recano nei Paesi in via di sviluppo non per spirito di avventura o di conoscenza di nuove terre, ma per incontrare sessualmente un minorenne. Qualche anno fa, la loro eta’ media era piu’ elevata, avevano circa 30-40 anni. Complessivamente, i minori vittime di sfruttamento sessuale nel mondo sono stimati in 2 milioni; un quarto vive in Asia. Sono i dati piu’ aggiornati esistenti sulla materia e sono stati elaborati da Legale nel sociale», un’associazione di avvocati impegnati nel terzo settore. Il fenomeno – e’ stato ricordato dall’associazione che ha fatto riferimento a dati dell’Unicef e dell’Ecpat (End child prostitution pornography and trafficking)- e’ in gran parte sommerso e i dati si riferiscono a stime, certamente calcolate per difetto. Il turismo sessuale e’ cosi’ diffuso e drammatico che non puo’ essere considerato un fenomeno da far risalire alla pedofilia: infatti, tra i turisti sessuali solo il 3% e’ pedofilo. Si parla di un giro d’affari da 250 miliardi di euro l’anno; 10 milioni i bambini coinvolti, oltre 2 milioni sarebbero gli aborti; 1.640.000 i tentativi di suicidio; 2. 500.000 gli stupri; 300. 000 nuovi casi di Hiv e 4.500.000 i bambini infettati da papilloma virus. Godere dell’attenzione di un minore costa mediamente 20 dollari. Ma in alcuni paesi, come Brasile e Filippine, le tariffe scendono addirittura a cinque dollari. In Thailandia, si arriva anche a 40 dollari mentre nella Repubblica Domenicana si spende al massimo 30 dollari. Cifre del tutto insignificanti per i paesi ricchi ma che rappresentano un’entrata preziosa e ambita nelle comunita’ povere e disagiate dei paesi in via di sviluppo. Il turista del sesso proveniente dall’Europa occidentale, italiano compreso, predilige mete asiatiche e africane. Il paese dove si stima il maggior numero di bambini vittime e’ la Cina (600 mila) seguito da India (575 mila), Messico (370 mila), Thailandia (300 mila), Nepal (200 mila), Filippine (100 mila). Nello Sri-Lanka (30 mila), l’80% dei bambini coinvolti nello sfruttamento sessuale sono maschi.

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L’orizzonte condiviso di un amore

Articolo di Enzo Bianchi, Stampa, Nazionale, 25/7/2010

In una lettera inviata dal carcere in cui attendeva la morte che il regime nazista gli avrebbe inflitto, il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer scriveva: «La perdita della memoria morale non e’ forse il motivo dello sfaldarsi di tutti i legami, dell’amore, del matrimonio, dell’amicizia, della fedelta’? Niente si radica, niente mette radici: tutto e’ a breve termine, tutto ha breve respiro. Ma beni come la giustizia, la verita’, la bellezza e in generale tutte le grandi opere richiedono tempo, stabilita’, memoria; altrimenti degenerano». Parole profetiche, che leggono bene il tempo presente, contrassegnato da provvisorieta’ e instabilita’ in tutti i rapporti. I dati forniti dall’Istat riguardanti i matrimoni tra il 1995 e il 2008 registrano un raddoppio del numero di separazioni e divorzi, mentre la durata media del matrimonio scende fino a soli quindici anni. Sono statistiche che ci confermano quanto anche noi verifichiamo nel nostro tessuto quotidiano: nella cerchia di familiari e conoscenti abbiamo quasi tutti coppie separate e anche all’interno di legami «ecclesiali» constatiamo l’aumento di quanti si «separano» o dalla loro vita presbiterale o dalla comunita’ religiosa di appartenenza. Ormai, quando riceviamo la notizia di una coppia che si sposa, non ci e’ piu’ estranea la domanda inconscia «fino a quando durera’?», cosi’ come nell’interrogarci sul futuro delle forme di vita che prevedono impegni o voti di celibato, non vi e’ piu’ solo la preoccupazione per il numero calante di nuove vocazioni, ma anche quella per la perseveranza di quanti gia’ hanno abbracciato questo itinerario religioso. Anche chi ha assunto impegni, chi ha celebrato l’alleanza con fratelli o sorelle nella vita religiosa contraddice la scelta compiuta – anche se in percentuale minore rispetto al matrimonio – viene meno alla parola data, alla promessa esplicitata e pensa di cambiare vita, anche in eta’ ormai matura, a cinquanta o sessant’anni, esattamente come avviene tra gli sposati. Persone ormai invecchiate e quindi obbligate a contare gli anni che restano loro da vivere, smentiscono un intero itinerario di vita gia’ percorso e si dicono addio, nel sogno di poter trascorrere l’ultima parte della vita – la cui aspettativa si e’ sempre piu’ allungata – nella liberta’, senza dover piu’ «fare i conti» con qualcun altro. E’ l’epifania dell’egoismo anzi, dell’egolatria celebrata secondo le proprie possibilita’, e’ il non voler piu’ riconoscere che l’amore esige anche sacrificio, rinunce: se infatti il cammino e’ condiviso con altri, allora occorre riconoscere l’altro che ci sta accanto nella sua differenza, assumendo che ci siano assieme ai giorni di gioia e di piacere condivisi anche quelli in cui il rapporto si fa difficile, in cui si e’ chiamati a perdonare l’altro, in cui far uso di sapienza, a volte accettando perfino di restare nel «buio», attaccati alla promessa fatta, alla parola data. Nessuno nega che la vita comune nel matrimonio o nella convivenza possa diventare un inferno: il problema e’ discernere come uscire dall’inferno, se fuggendo la relazione o tentandone insieme un riscatto. D’altronde, conosciamo bene gli esiti di separazioni, divorzi, rotture di fedelta’: sono cammini in cui c’e’ molta sofferenza e fatica, vicende dove a volte il tradimento e la menzogna appaiono in tutta la loro capacita’ di fare del male. Senza dimenticare che, per chi e’ nato dall’incontro di due persone e dal loro amore, la separazione e’ un dolore ancor piu’ lacerante perche’ avvertito come non dipendente dalla propria responsabilita’: significa sentire che le proprie radici si sono separate, aver paura di perdere le radici – l’una o l’altra o entrambe – perche’ trapiantate su nuovi percorsi separati e sovente in guerra tra loro. Chi nasce ha diritto all’amore dei suoi genitori anzi, a un unico amore: lo hanno generato insieme, insieme lo devono amare. Certo, con ragione si dice che non si deve restare insieme per convenienza sociale, che non e’ bene essere ipocriti, che non e’ sano vivere nella doppiezza di vite sentimentali o sessuali. Ma occorrerebbe anche domandarsi se sovente si e’ giunti al matrimonio con sufficiente maturita’, con la consapevolezza di quello che si celebra. Molti matrimoni, indipendentemente dall’essere celebrati in chiesa o meno, non hanno conosciuto le fasi necessarie a costruire un progetto da realizzare insieme, per dare avvio a una «storia d’amore» e non semplicemente a un’avventura sull’onda delle emozioni di un momento, in preda alla sensazione del «mi piace», «mi sento di…». In realta’, diventare soggetti di «storia», capaci di amore, maturi al punto di fare promesse non e’ che un cammino di umanizzazione perche’ la vita sia un’arte. Ma chi oggi insegna o perlomeno aiuta, avverte di questa esigenza le nuove generazioni che si affacciano ad assumere impegni duraturi nel tempo? In questo senso oggi una nuova famiglia nasce piu’ fragile rispetto a solo pochi decenni fa, soprattutto a causa di una carenza di riferimenti saldi: i genitori non hanno trasmesso valori come la capacita’ di sacrificio, la perseveranza di fronte alle difficolta’, la responsabilita’ verso le persone cui si e’ data una parola, la cura costante per il legame affettivo, la consapevolezza del prezzo da pagare per le proprie scelte. Resto tuttavia convinto che quello che manca maggiormente oggi e’ una capacita’ di fede: non fede in Dio, innanzitutto, ma capacita’ di fare fiducia, di credere nell’essere umano, negli altri, nel domani. Credere e’ un atto umanissimo essenziale per ognuno di noi a partire dal momento stesso in cui viene al mondo: cresciamo solo se troviamo qualcuno di cui fidarci. Oggi c’e’ una crisi di fede, un crollo della fiducia e cosi’ la storia del matrimonio come di ogni vicenda legata a una promessa di fedelta’ e’ fortemente minacciata. Non e’ un caso che un tempo, quando due innamorati decidevano di «fare storia insieme», si chiamavano «fidanzati» – cioe’ legati da fiducia: persone che mettono fiducia l’uno nell’altra – e al momento del matrimonio si scambiavano l’anello cui era dato il nome di «fede»… Sapienza di un tempo che non c’e’ piu’ e che e’ inutile rimpiangere, ma sapienza di umanizzazione che dovrebbe intrigarci ancora oggi. Senza fiducia, quest’atto essenziale a ogni essere umano, non vi e’ spazio nemmeno per la fede in Dio: se non si e’ capaci di fede negli altri, in chi si vede e si ama, come si puo’ essere capaci di credere in Dio, che nessuno ha mai visto? Quanti si lamentano di mancanza di fede in Dio dovrebbero prima di tutto piangere per questa crisi di fede nell’uomo, nella possibilita’ di una storia d’amore: si tratta di «credere nell’amore» perche’ senza questo atto non e’ possibile fare della vita un’opera d’arte, non e’ possibile la speranza che e’ sempre un desiderare insieme, un attendere insieme. Credere e’ il modo di vivere la relazione con l’altro: non c’e’ cammino di umanizzazione senza gli altri, perche’ vivere e’ sempre esistere con e attraverso l’altro. E’ davvero triste sentire certe spiegazioni date al sempre piu’ precoce e frequente fallimento di unioni matrimoniali: il benessere, la liberazione della donna e la parita’ tra i coniugi, l’allungamento della vita… come se l’essere umano anziche’ trovare una promozione nella migliore qualita’ di vita raggiunta, si fosse infilato in una situazione che lo depaupera proprio nella sua identita’ umana. Oppure, all’inverso, vi e’ chi legge le cause dell’instabilita’ dei legami nella crisi economica, nell’incapacita’ dei figli a uscire di casa, nella precarieta’ del futuro occupazionale… Ma ci ricordiamo delle difficolta’ che le generazioni precedenti incontravano quando decidevano di «mettere su» famiglia? E la decisione di non fare figli, non e’ forse un segno che non si crede al nuovo che puo’ irrompere? Piu’ in profondita’, dire che «vivere piu’ a lungo rende difficile sopportare sempre le stesse persone» significa negare all’essere umano la capacita’ di amare anche in situazioni nuove. Se si vive piu’ a lungo e meglio, occorre allora imparare a umanizzarci anche in una stagione della vita fino a ieri non facilmente ipotizzabile: l’anzianita’ e la vecchiaia, oggi piu’ «attive» di un tempo, dovrebbero diventare anche uno spazio nuovo in cui imparare a proseguire con modalita’ diverse l’incessante opera di umanizzazione, nostra e di chi ci sta accanto. Davvero oggi e’ piu’ necessaria che mai una grammatica della storia d’amore, del vivere insieme con un orizzonte condiviso.

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