Archivi categoria: Adolescenti

La Mindfulness efficace anche per i bambini con ADHD

Dott.ssa Francesca La Lama

indexNegli ultimi anni la mindfulness è emersa come un modo alternativo alla farmacoterapia per trattare i bambini e gli adolescenti con ADHD e altre  condizioni che vanno da stati di ansia, disturbi dello spettro autistico, depressione e stress. E i benefici si stanno dimostrando essere degni di attenzione. Altri studi recentissimi si sono concentrati sugli effetti della mindfulness sui bamnbini con ADHD e i risultati sono molto interessanti perché dimostrano l’efficacia del training. Lo studio effettuato da un gruppo di ricercatori[1] ha avuto come scopo quello di verificare l’efficacia della Mindfulness nel migliorare lo stato di attenzione e concentrazione in un gruppo di scolari. Sono stati coinvolti 47 studenti tra i 9 e i 14 anni  a partecipare ad un training di Mindfulness, secondo il modello Mindfulness- Based Stress Reduction (MBSR) di Kabat-Zinn, per la durata di 8 settimane con esercizi adattati all’età del campione.  Ogni settimana prevedeva un’ora di training in gruppo accompagnate da diverse esercitazioni da fare a casa. All’inizio ed alla fine del training  tutti gli alunni partecipanti hanno eseguito il test d2 per misurare l’attenzione e la concentrazione.I risultati dello studio sono stati ricavati confrontando le prestazioni al test d2 prima e dopo le 8 settimane di training. Il confronto è stato effettuato per tutti i gruppi sperimentali (alunni con ADHD e senza, alunni con training e senza training).

images adhd

I risultati hanno evidenziato un miglioramento di attenzione e concentrazione nei bambini sottoposti al trattamento con differenze significative tra il gruppo sperimentale e quello di controllo. Non risultavano differenze significative tra alunni della scuola elementare e della scuola media, e neanche tra gli alunni di sesso diverso. Il training di Mindfulness ha mostrato il suo effetto positivo, pur non essendo ancora confermato scientificamente per curare l’ADHD. Tutti i partecipanti hanno tratto beneficio dal training e soprattutto i bambini con una diagnosi di ADHD hanno migliorato in modo significativo la loro prestazione nel test d2. La ricerca dimostra che la Mindfulness per bambini ed adolescenti con problemi di ADHD è una strategia efficace che può sostenere altre strategie in molti ambiti della vita e quindi non solo quella scolastica.

I miglioramenti funzionali e strutturali a carico del sistema attentivo, in particolare rispetto ai meccanismi di autoregolazione e di inibizione della risposta automatica, rappresentano le dimensioni centrali cui la mindfulness può agire. Tali meccanismi risultano fondamentali rispetto al Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività poiché contribuiscono significativamente al processo di autoregolazione[2], un concetto che, con ampie sfumature emotive e comportamentali, viene considerato centrale negli attuali programmi riconosciuti dalla comunità scientifica per il trattamento cognitivo comportamentale dell’ADHD[3].

I benefici attribuibili alla mindfulness nel trattamento della sintomatologia ADHD riguardano principalmente:

  • La regolazione dell’attenzione e dei processi cognitivi coinvolti: le difficoltà cognitive riscontrate negli ADHD si manifestano principalmente nei processi di linguaggio (esempio fluenza verbale, lettura ecc.), nella memoria di lavoro, nell’inibizione delle risposte automatiche e nell’attenzione[4]. Alcune di queste funzioni contribuiscono a determinare le funzioni esecutive, meglio definite come abilità di pianificazione, identificazione di obiettivi e messa in opera degli stessi. La pratica formale ed informale della mindfulness coinvolge ripetutamente le FE rinforzandole e producendo effetti specifici a carico dell’autoregolazione.
  •     La regolazione emotiva che mette in relazione la regolazione emotiva con le difficoltà di inibizione della risposta e l’impulsività.
  •     Gli studi di neuroimaging suggeriscono che le persone ADHD differiscono dalle altre nella struttura e nel funzionamento delle aree deputate alla regolazione emotiva, quali l’amigdala e la corteccia prefrontale ventromediale. Rispetto alle componenti riconosciute da Barkley, la mindfulness si propone come osservazione consapevole dello stato emotivo, nel momento presente in maniera né evitante, né dissociata. L’attenzione al respiro, impiegata nella pratica formale e informale, può indurre rilassamento ed abbassare l’attivazione psicofisiologica, aspetti cruciali dell’esperienza emotiva e dell’impulsività.
  •  La regolazione dello stress: le persone ADHD sembrano rispondere allo stress diversamente dalle altre non ADHD. Alcuni studi[5] dimostrano percentuali elevate di comorbilità con il disturbo post-traumatico da stress e suggeriscono l’ipotesi di un’associazione tra ADHD e risposte alterate allo stress[6]. In tutti questi casi la mindfulness può ad esempio contribuire al rilassamento ed al benessere psicofisico[7].

Mentre la ricerca sui bambini e adolescenti è in realtà solo all’inizio, ci sono diversi piccoli studi che dimostrano che per i bambini che soffrono di ADHD la consapevolezza può essere particolarmente utile. Diana Winston, autrice del libro Wide Awake e direttore della Pubblica Istruzione presso il Centro Mindfulness UCLA di ricerca, dal 1993 ha iniziato a coinvolgere gli adolescenti con ADHD in un ritiro  che lei chiama “campo di consapevolezza intensiva”. La ricerca per ottenere un risultato più significativo deve necessariamente aumentare il numero di soggetti studiati.

Questa breve rassegna mette in evidenza che si è ancora lontani dall’avere delle prove assolutamente incontrovertibili sull’efficacia dei programmi di Mindfulness dedicati all’infanzia e all’adolescenza. Gli studi prendono in analisi gruppi abbastanza ridotti e non sempre è presente un gruppo di controllo. Tuttavia i pochi dati fino ad ora presenti  in letteratura[8] sono incoraggianti rispetto ai benefici di tali programmi e rispetto alla possibilità di proseguire in questa direzione.

Bibliografia


[1] Saskia van der Oord et.al, The Effectiveness of Mindfulness Training for Children with ADHD and Mindful Parenting for their Parents, Journal of Child and Family Studies, 21, 1, 2012, pp. 139-147 passim .

[2] Rothbart, M. K., & Jones, L. B., Temperament, self regulation, and education, School Psychology Review, 27, 1998, pp. 479-491 passim.

[3] Kochanska, G., Padavich, D.L. & Koenig, A.L., Children’s narratives about hypothetical moral dilemmas and objective measures of their conscience: Mutual relations and socialization antecedents. Child Development, 67,1996,  pp. 1420-1436 passim .

[4]Barkley, R. A., ADHD and the nature of self-control. Nova York: Guilford Press, 1997a.

[5] Smalley, S. L., McGough, J. J., Del’Homme, M., NewDelman, J., Gordon, E., Kim, T., et al., Familial clustering of symptoms and disruptive behaviors in multiplex families with attentiondeficit/ hyperactivity disorder, Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry, 39,9,  2000, pp. 1135-1143.

[6] Brown, K. W., & Ryan, R. M., The benefits of being present: Mindfulness and its role in psychological well-being, Journal of Personality and Social Psychology, 84, 4, 2003, pp. 822-848.

Bush, G., Valera, E. M., & Seidman, L. J. Functional neuroimaging Kessler, R. C., Adler, L., Barkley, R., Biederman, J., Conners, C. K., Demler, O., et al. (2006). The prevalence and correlates of adult ADHD in the United States: Results from the National Comorbidity Survey Replication, American Journal of Psychiatry, 163, 4, 2005, pp. 716-723 .

[7] Kabat Zinn J., Didonna f., Clinical Handbook of Mindfulness, Springer-Verlag, Milano, 2008.

[8] Jonathan Kratter and John D. Hogan, The Effectiveness of The Use of Meditation in the Treatment of Attention Deficit Disorder with Hyperactivity, (online article – national library of Australia) 2008.

[9]Zylowka et al., Mindfulness meditation training in adults and adolescents with ADHD, Journal of Attention  Disorders, 11, 2008, pp. 737-746.

Annunci

Un nuovo trattamento per ragazze adolescenti con PTSD

2001“L’adolescenza è il principale periodo dello sviluppo ad essere maggiormente legato ad un crescente rischio di esposizione ad eventi traumatici che possono portare allo sviluppo di un PTSD”, rivela lo studio. La terapia di esposizione prolungata è una delle più studiate tra quelle proposte per il trattamento del PTSD negli adulti, ma è stata raramente utilizzata con gli adolescenti a causa della preoccupazione che possa aggravare i sintomi del PTSD e a causa della convinzione che i pazienti debbano padroneggiare abilità di coping prima dell’esposizione. La terapia di esposizione prolungata è una forma di Terapia Cognitivo-Comportamentale caratterizzata dal far rivivere al paziente l’evento traumatico attraverso il ricordo di esso e coinvolgerlo in quel ricordo, piuttosto che evitarlo. La dottoressa Edna B. Foa, dell’Università della Pennsylvania, e colleghi hanno ipotizzato che un programma di esposizione prolungata, leggermente modificato per gli adolescenti (definito esposizione prolungata A), fosse più efficace di un counseling di tipo supportivo nel ridurre il grado di severità del PTSD valutato dall’intervistatore, la gravità della diagnosi, il livello di depressionecorrelato e nel migliorare il funzionamento generale.

 Tratto da : www.stateofmind.it – Prosegui nella lettura dell’articolo

Bambini in coda dallo psicologo tra ossessioni, rabbia e ansie

LETIZIA TORTELLO TORINO

imagesRaddoppiato il numero di minorenni in terapia dagli specialisti privati o nelle strutture pubbliche. Gli esperti: “Serve la collaborazione della scuola e della famiglia”

Ansia, depressione, iperattività patologica, anoressia, disturbo ossessivo o paranoico, aggressione violenta. A Torino, negli ultimi 12 mesi, sono aumentati del 20% i casi di bambini e adolescenti che soffrono di disturbi mentali. A denunciare una situazione che «cresce esponenzialmente di anno in anno» è l’Azienda Sanitaria Locale che in tutta la città, nel 2012, ha avuto in cura oltre 10 mila pazienti.

Come in altri Paesi Ue

«Sono quasi il 10% della popolazione di quell’età, in linea con la media europea, superiore a quella regionale che si attesta attorno al 6%», spiega il professor Roberto Rigardetto, ordinario di Neuropsichiatria Infantile all’Università.

Numeri ancor più significativi sono registrati dagli specialisti, psicologi e psicoterapeuti infantili privati, per cui la crisi non esiste: «Gli studi dei colleghi specializzati in cure psicologiche a pazienti dell’età infantile sono pieni, a differenza di quelli per adulti, in cui c’è stato un calo di richieste», dice Giancarlo Marenco, segretario dell’Ordine regionale degli Psicologi, che parla di un «raddoppio nell’arco degli ultimi cinque anni dei casi». In particolare, bambini «anche molto piccoli e in età prescolare, dai 2 anni, con disturbi anche invalidanti di alimentazione – è recente la casistica di una bimba due anni e mezzo che non riusciva a deglutire e non soffriva di alcuna patologia organica –. E ancora, bimbi con fobie scolari, difficoltà legate al distacco dalla famiglia, disturbi vari del comportamento».

 Tristi e arrabbiati  

Bambini e adolescenti «difficili». Tristi e arrabbiati, timorosi, con enorme difficoltà a rispettare le regole, iperattivi e insofferenti verso gli altri, in cui si insinua la consapevolezza di non riuscire a stare al passo con i coetanei, bimbi soprattutto fragili.

Sono questi i fenomeni che spingono le famiglie a rivolgersi allo psicologo per un aiuto. Nei più piccoli, sono frequenti anche balbuzie e tic motori, ansia generalizzata e sintomi predittivi di un disturbo della personalità, o ancora enuresi cioè involontaria emissione di urine nel sonno. Epifenomeni, anche gravi, di una situazione familiare di disagio e mancanza di cure, che se si trasformano in instabilità e patologie richiedono il supporto dei servizi neuropsichiatrici.

Il dottor Orazio Pirro, direttore della Struttura Complessa di Neuropsichiatria Infantile dell’Asl To1: «Sono stati 5117 i pazienti seguiti da gennaio a novembre nella mia Asl, di cui 1400 casi nuovi». Di questi, circa 1000 sono richieste del Tribunale per i Minori.

Con un delicato lavoro di rete, tra famiglie, servizi sociali, autorità giudiziaria, scuole, «tentiamo di dare risposta a disagi sempre più complessi», specifica la dottoressa Lorenza Bondonio, direttore responsabile dell’Np dell’Asl To2, le cui strutture, alle circoscrizioni 6 e 7, prendono in cura un 30% di pazienti di origine straniera su un bacino di 5500 casi annui, «di cui metà sono psichiatrici e psicologici, e metà neuropsichiatrici».

Cercare le cause 

Gli specialisti non smettono di interrograrsi sulle cause di un preoccupante aumento dei disagi nei minori: «La sensazione è che ci sia senz’altro una maggiore attenzione ai figli da parte dei genitori – puntalizza la dottoressa Maria Baiona, dell’Asl To2, circoscrizioni 4 e 5 –, ma soprattutto un complicarsi della situazione socio-familiare-ambientale che porta a vivere in contesti stressanti».

 Con gli educatori  

Problematiche delicate, su cui il servizio sanitario e il servizio sociale fanno sempre più fatica a intervenire. Sarebbe consigliata «una psicoterapia seria di anni, e in parallelo una terapia familiare, un lavoro congiunto con educatori e scuole», continua Bondonio. Ma la struttura dell’Asl To2 non ha mezzi a sufficienza. “Combattiamo ogni giorno, per non abbandonare i ragazzi e cercando strade personalizzate per ciascun caso. Tentando di usare il meno possibile i farmaci, attivando soprattutto le risposte, a volte straordinarie, che i piccoli anche se con disagio sono in grado di dare.

Un alunno su due è con “la testa tra le nuvole”

A scuola arriva il trainer per i bambini distratti

MARIA TERESA MARTINENGO

Distratti, agitati nel banco come piccoli leoni in gabbia, con difficoltà ad assimilare le consegne, disorganizzati. Negli ultimi anni, i bambini che a scuola presentano questa condizione – che poi si ripropone a casa, al momento dei compiti – si sono moltiplicati. Problemi che rendono la vita difficile ai bambini, agli insegnanti, ai genitori.
Sul tema della concentrazione negli alunni della scuola primaria il Centro di Psicologia Ulisse, in collaborazione con il Centro Studi Tangram, ha avviato una riflessione. E sabato mattina, nell’aula magna della scuola Casalegno, in via Acciarini 20, numerosi aspetti saranno sviluppati nel seminario «Attenzione e apprendimento scolastico», con Francesco Benso, docente di Psicologia dell’attenzione presso l’Università di Genova. I ragionamenti prenderanno le mosse da un’indagine svolta tra 300 insegnanti torinesi. E arriveranno anche a delineare l’introduzione di una nuova figura, lo «Skill trainer», a metà tra l’insegnante, lo psicologo e l’amico che per qualche tempo affiancherà nei compiti, suggerendo un metodo, ma valutando al tempo stesso le ragioni di difficoltà.
«In generale – spiega Alessandra Petrolati, psicologa del Centro Studi Tangram – i risultati parlano di una diffusa difficoltà da parte dei bambini nel gestire l’attenzione, difficoltà che sembra riguardare per alcuni processi anche il 50% degli alunni. In particolare, i bambini mostrano fragilità nella gestione dell’attenzione selettiva, tendenza all’impulsività rispetto ai compiti che devono affrontare, fatica nella gestione degli aspetti emotivi e del comportamento».
Il 70% degli insegnanti intervistati è concorde nel dire che circa la metà dei bambini viene facilmente distratto e fa fatica a mantenere l’attenzione sul compito assegnato. Ancora: il 60% delle maestre ritiene che oltre la metà degli allievi tende ad «iniziare un compito senza fermarsi a pensare». Oscilla invece tra il 25 e il 50% la fascia degli alunni che «non riesce ad organizzarsi autonomamente nei compiti e nelle attività». Rispetto alla capacità di autoregolazione, cioè di gestire in modo controllato gli aspetti emotivi, le risposte degli insegnanti indicano che il 35% degli alunni il più delle volte «si agita con le mani o i piedi, o si dimena sulla sedia» e «ha difficoltà ad aspettare il proprio turno». Accanto alle difficoltà, che sembrano molto numerose, le risposte dei docenti mettono in evidenza anche aspetti positivi: oltre l’80% ritiene che solo pochi bambini perdano di vista lo scopo del compito che stanno facendo e non riescano a completarlo. L’80% dei bambini, poi, passa da un compito all’altro senza problemi.
Ma che cosa c’è davvero dietro alla «disattenzione»? «A volte un nodo affettivo può generare un blocco – osserva la psicologa – rispetto alla capacità di pensiero e di azione. A volte vengono rivolte richieste troppo alte per cui scattano reazioni difensive che mettono al riparo da inadeguatezza e frustrazione. A volte, invece, le difficoltà poggiano su una “debolezza” più o meno significativa delle componenti cognitive alla base dell’attenzione. Nel 3-4% dei casi le difficoltà derivano da un reale disturbo di attenzione». Responsabilità di videogiochi, internet? «Non ne ragioniamo in particolare – dice il dottor Mauro Martinasso, direttore del Centro Ulisse, che domani concluderà i lavori – perché fanno parte di un contesto sociale generale di “ipersollecitazione”: un eccesso di stimoli che coinvolge anche il passare da un corso di nuoto ad uno di calcio ad uno di inglese. Il problema, poi, è l’assenza di “confini”, di spazi codificati. Internet, come i compiti, deve avere uno spazio e un tempo. Che gli adulti devono aiutare ad organizzare».

Fonte: La Stampa.it

Pubblicato dalla Dott.ssa Francesca La Lama

Essere genitori adottivi

Pubblicato da Dott.ssa Francesca Vottero Ris, psicologa Torino

L’adozione di un minore pone imprevisti difficilmente gestibili dai genitori adottivi e spesso il bambino che arriva è molto diverso da quello desiderato.

A volte succede che la famiglia, anche se sul piano razionale è preparata, inconsapevolmente pensi all’adozione come ad un legame simile a quello della nascita biologica, in realtà l’adozione rappresenta, anche nel caso di un bambino piccolo, l’inserimento in un tessuto familiare di un individuo con un corredo genetico, esperenziale e comportamentale maturato altrove.

Le situazioni che sovente i genitori adottivi si trovano a dover affrontare sono dovute alle caratteristiche di personalità e ai comportamenti problematici dei minori: i bambini e gli adolescenti che vengono inseriti in famiglia il più delle volte sono soggetti deprivati e sofferenti, che hanno interiorizzato esperienze traumatizzanti di abbandono, maltrattamento e abuso sessuale, all’origine di problemi psichiatrici e/o relazionali che incidono sulle modalità relazionali e comunicative. A volte non vi sono esperienze così traumatiche, ma il nucleo familiare di provenienza ha forti carenze relazionali che hanno impedito risposte adeguate ai bisogni del figlio. A queste problemi l’adozione di un bambino straniero comporta ulteriori difficoltà legate alle differenza di lingua e cultura che divide i genitori dal piccolo accolto in casa, oltre che dal senso di abbandono e di sradicamento che il minore porta con sé all’ingresso nel nostro paese.

Questi bambini allora, possono mostrare chiusura e diffidenza verso chi si avvicina loro, a volte anche irritazione per le cure prestate, oppure possono dare una sensazione di vulnerabilità, di accettazione passiva di ogni proposta, spesso le esperienze negative avute nelle famiglie di origine possono comportare la difficoltà di fidarsi degli adulti.

Non è raro dunque, incorrere in esperienze di adozione nelle quali prevalgono disagio e sofferenza tanto per i genitori adottivi quanto per i figli, che si possono concludere con la restituzione del bambino all’Istituto o il suo passaggio ad altra famiglia.

Spesso in queste situazioni la famiglia non riesce a far fronte a questi problemi per la carenza di supporti professionali capaci di fornire un orientamento e si sentono lasciate sole di fronte a un compito complesso e difficile che merita un impegno di accoglienza e di aiuto da parte della comunità sociale.

Il successo, o l’insuccesso, del percorso adottivo dipendono essenzialmente da una serie di fattori, relativi sia alle caratteristiche del minore adottato sia alle caratteristiche della famiglia ma le ricerche svolte in Italia e in Europa su centinaia di minori e di famiglie evidenziano, tra i fattori fondamentali che possono portare al successo o al fallimento di questo percorso, l’incidenza del sostegno psicologico rivolto alla famiglia affidataria adottiva.

La famiglia affidataria o adottiva, oltre alla rete di supporto fornita dall’associazione di riferimento, e al lavoro terapeutico e sociale fornito dai servizi di territorio, può aver bisogno di un sostegno psicologico individualizzato che le permetta di comprendere problemi e difficoltà che nascono nella relazione con il bambino o l’adolescente.

Tic, ne soffre un bambino su cinque

Tic, ne soffre un bambino su cinque

Sono manifestazioni nervose tutt’altro che rare tra  i piccoli: leggere, scompaiono o si attenuano crescendo

Tic, ne soffre un bambino su cinque

Sono piccoli movimenti involontari, gesti insignificanti che si ripetono decine e decine di volte: strizzare gli occhi, piegare la testa di lato, schiarirsi la voce, toccarsi il naso. Tic nervosi, innocui ma molto meno rari di quanto si pensi: un ampio studio spagnolo pubblicato sulla rivista Pediatric Neurology ( ha infatti rivelato che il 17 per cento dei bimbi in età scolare soffre di uno o più piccoli tic.
INDAGINE – I ricercatori hanno analizzato circa 1200 bambini delle scuole elementari e medie di una provincia spagnola, andando a valutare la presenza di tic motori e verbali più o meno evidenti. «Fino a oggi si è sempre pensato che i tic siano un’evenienza tutto sommato rara, ma perché le ricerche sono state condotte sui pazienti che arrivano all’osservazione del medico e quindi hanno tic più “pesanti” ed evidenti. Osservando tutta la popolazione scolastica ci siamo invece accorti che i tic leggeri, quasi impercettibili, sono invece abbastanza comuni: ne soffre quasi un bambino su cinque», spiega l’autrice della ricerca, la neurologaEsther Cubo dell’ospedale spagnolo di Burgos. Stando ai dati raccolti, il 17 per cento dei piccoli presenta qualche forma di movimento involontario, per quanto lieve; la percentuale sale a poco più del 20 per cento nelle scuole speciali per bambini con problemi di apprendimento, e risulta sempre più alta fra i maschi rispetto alle femmine (nella popolazione generale i maschietti con tic sono il 19 per cento, le femmine circa il 12).
TIC – I bimbi con tic motori molto evidenti sono circa il 6 per cento, quelli con sindrome di Tourette nella quale si aggiungono tic vocali (urla improvvise, versi di animali, parole oscene) arrivano al 5 per cento; la neurologa tiene però a sottolineare che nella maggior parte dei casi i tic da lei individuati sono molto leggeri e per di più scompaiono o si attenuano molto con l’età. «I tic sono il disturbo motorio su base neurologica più frequente fra bambini e ragazzi, ma non devono preoccupare – dice la Cubo –. Non sappiamo ancora che cosa li provoca, ma di certo sono coinvolti i gangli cerebrali della base e la corteccia motoria: si suppone che ci sia un deficit della soppressione dei movimenti involontari e attraverso risonanze magnetiche funzionali è stato possibile capire che alcune aree cerebrali di chi soffre di tic sono iperattive o, al contrario, non si “accendono” quando dovrebbero per eliminare i movimenti involontari». I tic, così come la sindrome di Tourette, hanno una forte componente ereditaria; il confine fra normalità e patologia non è dato dalla qualità dei tic, ma soprattutto dalla loro frequenza. «Fra gli otto e i nove anni tre bambini su dieci hanno almeno un tic nervoso: ciò è assolutamente normale, se nel giro di qualche mese la manifestazione si esaurisce da sola – dice la neurologa –. Solo se i tic aumentano e si complicano è bene rivolgersi al medico per avere una corretta diagnosi ed eventualmente intervenire. Un tic nervoso “normale”, nei bambini come negli adulti, non richiede farmaci o particolari terapie: occorre considerarlo soltanto come una possibile “spia” di disturbi d’ansia od ossessivo-compulsivi, che sono in effetti più frequenti in questi soggetti. Ma non bisogna farne un dramma».

Maggie si mette a dieta. Così rischia l’anoressia

Maggie si mette a dieta Così rischia l’anoressia

La pericolosità dei disturbi alimentari dei bimbi

bambina anoressica

Roma 29 agosto 2011 – ESCE in libreria e fa discutere il ritratto di Maggie goes on a diet di Paul M. Kramer, storia di una ragazzina di 14 anni che diventa la star della scuola dopo aver intrapreso una serie di rinunce per perdere peso. L’obesità affligge i teen ager, ma la favola di Maggie è stata bocciata dai medici negli Stati Uniti. Secondo Joanne Ikeda, nutrizionista a Berkeley, «insinuare l’insoddisfazione per il proprio corpo può innescare proprio quel disordine alimentare che si vorrebbe contrastare». Un altro avvertimento viene dal Regno Unito: bimbe che smettono di giocare e si mettono a misurare le calorie, rifiutando il cibo. Il fenomeno è noto anche in Italia, ne ha parlato in termini allarmanti la psicanalista Pamela Pace su queste pagine. E lo conferma Maria Gabriella Gentile, del centro per i disturbi alimentari del Niguarda di Milano: 9 pazienti su 10 sono ragazze tra i 15 e i 16 anni.

GLI ECCESSI, così come le carenze alimentari, sfasano l’equilibrio dell’organismo. «Tutti i valori ormonali, non solo nella sfera sessuale ma anche anche a livello di surrenale e tiroide, si alterano in caso di bulimia e anoressia — spiega Roberto Castello, direttore della medicina generale endocrinologica nell’ospedale universitario di Verona — . Questo è espressione di adattamento a una sofferenza psichica, il rifiuto della femminilità. Il calo di peso e del tessuto adiposo modifica l’equilibrio delle gonadotropine, il quadro bioumorale segna come un ritorno all’infanzia. Si fermano le mestruazioni, come avviene anche nelle atlete e danzatrici. Ma almeno le sportive superano l’inconveniente, che allentando i ritmi degli allenamenti è reversibile».
Nelle anoressiche si pone il dilemma se intervenire o meno con la pillola o con altri mezzi, e qui entra in scena l’endocrinologo. «Un indice di massa corporea sotto i 18 ci spinge a evitare ulteriori stress — aggiunge il dottor Castello — quindi perché insistere nel far tornare il ciclo a una ragazzina che deve risparmiare calorie? Eppure in ospedale vediamo genitori preoccupati più delle irregolarità della figliola che di altro. Dal nostro punto di vista è bene salvaguardare specialmente parametri come la mineralizzazione ossea».

«UNA RAGAZZINA in sovrappeso sviluppa più facilmente una insoddisfazione per il corpo e comportamenti restrittivi — spiega Simonetta Marucci, endocrinologa del Centro disturbi alimentari di Todi — . Lavoriamo in équipe, non si può prescindere dall’aspetto psicologico o da quello prettamente fisico, spesso gli insuccessi terapeutici sono legati a un approccio parziale. Prioritaria per noi l’attenzione ai rischi per l’organismo (difetto di crescita, bassi livelli ormonali, osteoporosi) anche perché uno stato di denutrizione condiziona la risposta a livello psichico». Il primo fattore di rischio risulta la dieta, quindi sono «bocciate le iniziative che focalizzano l’attenzione sul corpo — conclude la specialista — perché non fanno che alimentare l’ossessione per le forme corporee».

IL RAPPORTO conflittuale con il cibo riguarda circa 3 milioni di italiani. Anoressia e bulimia assillano il sesso femminile (95% dei pazienti che chiedono aiuto) e la fascia d’età tra i 12 e i 25 anni, ma spesso anche donne quarantenni e uomini adulti. Doveroso affrontare il problema, come hanno fatto il ministero della Salute e Pubblicità progresso. Tra le associazioni in prima linea l’Aba, (www.bulimianoressia.it), presieduta da Fabiola De Clerq, e l’Ame (www.associazionemediciendocrinologi.it) presieduta da Giorgio Borretta.

Fonte: Quotidiano.net

Alessandro Malpelo

Binge drinking: possibile rischio di ansia e depressione

Fonte:  http://lescienze.espresso.repubblica.it/

I giovani che si dedicano al binge-drinking – il “bere per ubriacarsi” tanto diffuso nei paesi anglosassoni e ora in aumento anche in Italia – si espongono al rischio di sviluppare disturbi dell’umore come ansia e depressione in età successiva.

È questo il risultato di uno studio sul modello animale del Loyola University Health System, i cui risultati sono stati resi noti nel corso dell’annuale convegno della Society for Neuroscience di San Diego.

Esponendo ratti adolescenti a dosi di alcol tali da riprodurre la condizione di ubriachezza, si è riusciti a dimostrare infatti il rischio di un’alterazione permanente del sistema che produce ormoni in risposta allo stress, che a sua volta si può tradurre in “disturbi del comportamento nell’età adulta”, come ha riferito Toni Pak, che ha coordinato lo studio.

Sebbene gli studi su animali non si possano trasferire direttamente all’essere umano, i risultati suggeriscono l’esistenza di un meccanismo con cui il binge drinking potrebbe causare problemi in età successiva.

Lo schema di somministrazione prevedeva tre giorni di alte dosi di alcol tali da alzare la concentrazione ematica fino a un valore compeso tra 0,15 e 0,2 per cento. Nel gruppo di controllo è stata invece iniettata regolarmente una soluzioe salina.

Un mese dopo, una volta raggiunto lo stato di giovani adulti, gli animali sono stati sottoposti a tre regimi: iniezioni saline, iniezione di alcol una tantum o un ulteriore somministrazione di alte dosi di alcol. Il consumo di alcol è una forma di stress: per questo i ricercatori non sono stati sorpresi di constatare come gli animali esposti all’alcol, sia una sola volta sia in modo continuativo, avessero più alti livelli di cosrticosteroidi.

Il rilsutato più significativo, in ogni caso, è stato osservare come gli esemplari esposti all’alcol nell’adolescenza mostravano picchi ormonali più elevati in risposta alle dosi di alcol, mentre i livelli erano più bassi del normale nella fase di astinenza. Ciò fa ipotizzare una disregolazione della risposta ormonale allo stress indotta dal binge drinking.

Bullismo e aiuto pscologico

Fonte:  Autrice: Scorpiniti Margherita
Bullismo e aiuto psicologico, Roma – 15/12/2010
reteimprese.it/psicologoguidonia

La Scuola, permeata di principi educativi favorenti lo sviluppo delle personalità, delle conoscenze e delle differenti inclinazioni dei suoi allievi, rappresenta, suo malgrado, anche uno dei principali contesti sociali caratterizzati dal  fenomeno del bullismo. Un atto di bullismo è  un’azione aggressiva di sopraffazione/intimidazione, perpetrata nel tempo, commessa da un soggetto verso un altro soggetto.
Spesso il soggetto che commette l’ atto aggressivo viene definito “forte”, il bullo, mentre, colui che riceve la sua violenza viene considerato “debole”, la vittima.
Il fenomeno del bullismo è analizzato abbondantemente dalla letteratura psico-pedagogica che descrive tre tipi di bullo: il  dominante, il  gregario e il bullo vittima.
Per quanto riguarda la vittima, questa può essere passiva oppure provocatrice.
Nella  Scuola in cui si verificano atti di bullismo, c’è di norma un dispiegamento di forze collaboranti al fine di consentirne un’ampia azione educativa-formativa di tutti i soggetti coinvolti( adulti e ragazzi).
Insegnanti, genitori, D.S, etc. vengono formati allo scopo di contribuire ad estinguere le condotte lesive del rispetto della persona riscontrate in una data classe.
Si provvede a convocare gli alunni coinvolti in atti violenti verso i compagni e probabilmente a sottoporli ad un provvedimento disciplinare, anche se, il più delle volte, questi ragazzi si calmano per poche settimane e poi riprendono il loro atteggiamento di prevaricazione sugli altri.
Chi a scuola è vittima di compagni  ( bullo, aiutante, sostenitore) che  lo squalificano verbalmente o dai quali riceve maltrattamenti fisici, si sente spesso bloccato, incapace di difendersi.
La vittima del bullo finisce col chiedere aiuto ai propri familiari, i quali a loro volta, se non trovano soluzione  al problema attraverso l’intervento degli operatori scolastici, si rivolgono ad uno specialista privato.
La vittima  ha necessità di essere aiutata a superare il danno psicologico provocato da tutti i soprusi del suo “aguzzino”, nonché a trovare un modo adeguato ad affrontare quest’ultimo per cambiare la relazione da complementare a  simmetrica ( cioè basata sull’uguaglianza).
Un sostegno psicologico occorre  anche per il bullo, che,  se rifiutasse un aiuto personalizzato, potrebbe almeno ottenere giovamento dal  lavoro dello  psicologo scolastico.
Lo psicologo scolastico,  agendo all’interno della classe, potrebbe riuscire a modificare il  comportamento disfunzionale del gruppo dei coetanei.
Un caso di bullismo
I familiari di un adolescente che era vittima di un bullo della sua classe, si rivolsero ad uno  psicologo privato allo scopo di aiutare il figlio a superare il periodo di sconforto che stava attraversando.
Il ragazzo,  dissero i genitori allo psicologo, sembrava depresso, soprattutto al rientro a casa,  in quanto non  mangiava e rimaneva per molte ore chiuso  in camera sua.
Lo psicologo conobbe direttamente il ragazzo, che, solo dopo alcune sedute, se la sentì di raccontare i soprusi subiti a scuola.
Il ragazzo disse che da alcuni mesi un suo compagno lo aveva preso di mira in vari modi, mentre nei primi giorni di scuola era stato da lui completamente ignorato.
Si intuisce che, nelle prime settimane di scuola, il compagno, tendente alla sopraffazione,  stava solo studiando la sua probabile vittima all’interno della classe, o semplicemente che, il paziente , non era apparso abbastanza debole o estraneo al gruppo  tanto da essere attaccato.
Durante la relazione terapeutica, il  paziente  dichiarò  di voler uscire dalla sua depressione e inoltre chiese di  apprendere le modalità per  superare la propria condizione di vittima.
Dopo un ciclo di varie sedute di sostegno psicologico, il ragazzo raggiunse gli obiettivi che si era proposto.
Anche le attività di gruppo ( per migliorare la conoscenza di sé e degli altri; per lo sviluppo del senso morale; per lo sviluppo delle emozioni) guidate dallo psicologo della scuola, furono utili al superamento dei problemi relazionali del paziente ed ebbero buoni  risultati anche sui suoi compagni di classe.
E’ necessario che ogni  Istiuto scolastico provveda alla formazione del personale della scuola in tema di bullismo, adotti gli opportuni interventi disciplinari  a riguardo, chiami in causa i familiari del bullo, e  richieda un  intervento psico-educativo alla convivenza collaborativa e pacifica tra gli allievi, da attuarsi nel gruppo-classe coinvolto, al fine di  evitare che l’alunno vittima di bullismo, pur di vivere un periodo di crescita  sereno, sia costretto a cambiare scuola.
Invece, la possibilità di essere sostenuto dalla Scuola stessa, lo farà sentire più forte, più compreso, più disponibile a imparare a instaurare con gli altri una relazione simmetrica e collaborativa.

Pastiglia magica per vincere l’ansia

Articolo di Elena Lisa, Stampa, Nazionale, 22/4/2010

Avevo 15 anni. Era la prima volta con la mia ragazza e con le pillole blu. Le ho buttate giu’ per non correre il rischio di una brutta figura. Le volte dopo, invece, le prendevo perche’ non si sa mai…». Carlo C. oggi ha 16 anni, ed e’ in cura per «dipendenza da Viagra» in un centro specializzato in «polidipendenze» che sta nella prima cintura di Milano. Carlo parla veloce, si mangia le parole. E sovente precisa: «Comunque e’ una cosa normale, anche gli amici di scuola le prendono. Sono i miei che la fanno tanto grossa». Pillole buttate giu’ come caramelle, farmaci presi come inutili afrodisiaci. «La pastiglia dell’amore», pensata in laboratorio per risolvere problemi vascolari e piena di controindicazioni, tra gli adolescenti non e’ un tabu’. Tanto che ha incominciato a circolare in classe, in discoteca e la sera davanti ai pub. «Quando andiamo nelle scuole – dice Maurizio Tucci, presidente della ”Societa’ italiana di pediatria preventiva e sociale” – gli studenti ci raccontano, con leggerezza, che la prendono cosi’, per curiosita’, per  vincere l’ansia senza capire che quello e’ un farmaco non un corno di rinoceronte tritato». Ansia di non farcela, com’e’ stato per Carlo, per via dell’ insicurezza e dell’eta’. «La media del primo rapporto e’ sceso, nell’arco di due anni, dai 16 ai 14 – continua Tucci -. Certo non esiste un momento che valga per tutti in materia di sessualita’, ma 14 anni sono davvero pochi per sperare di vivere il sesso senza affanni». Cio’ che allarma medici e sociologi che tentano di capire gli adolescenti e’ quel che si nasconde dietro l’ansia e l’immaturita’ di oggi: «Stati d’animo vissuti dai ragazzi di ogni generazione – dice Riccardo Gatti, psichiatra e direttore dell’Osservatore dipendenze della Lombardia – ma una volta bastavano gli ormoni a risolvere, ora invece servono gli eccitanti. Agli adolescenti di questa societa’ manca la voglia di impegnarsi, di sviluppare le capacita’ che hanno, percio’ cercano una scorciatoia, per arrivare senza fatica e perche’ non sanno affrontare la paura di ”sbagliare”». E cosi’ si rifugiano in un farmaco che spesso comprano a prezzi bassissimi su internet. «Sono cresciuti con l’idea – dice ancora Gatti – che per vivere serva doparsi. Sono bombardati da messaggi che reclamizzano pillole: quella per avere piu’ energia, piu’ grinta, piu’ concentrazione, piu’ capacita’. I ragazzi di oggi sono nati assuntori». Una pillola per ogni uso, quindi: le prime perche’ non credi di essere all’altezza e quelle dopo per sentirti «Superman»: nello sport, a scuola, a letto con la ragazza. Conta poco, quasi niente, che prendere medicine senza prescrizione sia un grave rischio. «Alcune di quelle che girano su internet – dice il colonnello Antonio Amoroso, vicecomandante dei carabinieri del Nas, nucleo antisofisticazioni – sono imitazioni, ma il mercato e’ fiorente. Da due anni abbiamo allestito una squadra permanente per esplorare il mercato virtuale». Dice sicuro Carlo: «No, questo a me non e’ mai successo. Prendevo solo quelle originali che e’ come se mi avessero stregato. Ancora adesso sono convinto che senza non saro’ mai capace di combinare niente…».

________________________________________________________