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Prigionieri dell’ansia? Si può apprendere ad accettarla e a gestirla.

Scott Stossel has tried almost every treatment available for his anxiety, from drugs to yoga. Nothing has worked.

Fonte: The New Yorker

Scott Stossel è un giornalista americanodi grande successo  (attualmente è l’editore di The Atlantic), ormai sulla quarantina, che ha sofferto per tutta la vita di un dosturbo di ansia acuta e che su suggerimento del suo terapeuta scrive un bellissimo libro dal titolo: “My Age of Anxiety” (2014)”, dove riporta la storia della sua ansia.  Una compagna fedelissima che non lo ha  abbandonato mai. Quando era un bambino, aveva una terribile ansia da separazione, come è cresciuto, ha iniziato ad avere la  fobia di parlare in pubblico, di volare, degli svenimenti,delle  vertigini, degli chiuso gli spazi, dei germi, del vomito edel formaggio. Di fronte a situazioni inevitabili che lo mettono  di fronte alla prospettiva di un viaggio aereo o all’ impegno di parlare in pubblico o a  una riunione in ufficio, Stossel sperimenta il panico in piena regola: insonnia, sudorazione, vertigini, dolori di stomaco e perdita di controllo degli sfinteri. La vista di un brufolo lo fa sprofondare in un tunnel di  terrore e al suo matrimonio confessa di essere quasi svenuto dall’ansia. Stossel è  in terapia da quando aveva dieci anni , e ha consumato un armadietto intero di psicofarmaci: Thorazine, Nardil, Prozac, Zoloft, Paxil, Wellbutrin, Valium, Librium, Xanax, Klonopin, per non parlare del consumo di alcol .  La maggior parte del suo libro è un’esplorazione scientifica della storia dell’ ansia e un resoconto  giornalistico dello stato attuale delle conoscenze mediche .
L’idea che l’ansia è fondamentale per la condizione umana può anche significare che la nostra vita mentale è caratterizzato da un conflitto psichico, e l’ansia è il sintomo di quel conflitto. Questo è, grosso modo, la vista psicoanalitica. E ‘quello che Freud intendeva quando, nel 1917ha chiamato l’ansia un enigma la cui soluzione potrebbe inondare di luce l’intera esistenza mentale”. L’ansia è la caratteristica comune di tutte le nevrosi. L’ansia ha però un ruolo importante nella vita degli esseri umani. Si sperimenta ansia ogni volta che si percepisce una minaccia o un pericolo (alla propria sopravvivenza o al proprio ego, non cìè differenza); questo ci permette di prepararci ad agire prontamente. L’ansia ha quindi una funzione protettiva e preventiva, ma diventa patologica nel momento in cui non si è capaci di gestirla e l’organismo permane in uno stato di iperattivazione prolungata. Scott Stossels e tanti come lui  non hanno sconfitto l’ansia (l’autore  illustra nel libro che la sua ansia non è frutto di enigmi o problemi irrisolti ma di qualcosa di medico, di qualcosa che ha a che fare con la componente genetica) hanno imparato a conviverci e a gestirla con successo. Infatti il primo passo è quello  di accettare l’esperienza, di non combattetela. Diventa importante sostituite il rifiuto, la collera e l’odio con l’accettazione. L’ansia fa parte degli esseri umani, è una componenete genertica e combatterla è come combattere contro una parte di sé. Chi è ansioso non è malato, è particolarmente sensibile e attiva l’ansia più facilmente. L’accettazione dell’ansia è il primo di una serie di passi che possono portare e diminuire e ad interompere  uno stato d’ansia.

Dott.ssa Francesca La Lama

 

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FOBIE: VINCERLE DEFINITIVAMENTE

aereoNon occorre solo cancellare il ricordo legato alla fobia ma, soprattutto, creare una nuova traccia di memoria alternativa a quella passata.

Le persone che soffrono di fobie, come per es. la paura dell’aereo, sono capaci di immaginare comodamente sedute nello studio del terapeuta, di prendere un aereo, anche se continuano ad evitare un qualsiasi viaggio che per essere realizzato prevede questo mezzo di trasporto. Questo perchè la paura è un’emozione che ha permesso all’uomo di sopravvivere per migliaia di anni di fronte ad una minaccia, favorendo la sopravvivenza in ambienti ostili. Tuttavia quest’emozione può degenerare anche in disturbi d’ansia e attacchi di panico o fobie.

Ricerche del Nencki Institute of Experimental Biology di Varsavia hanno dimostrato che nel 70-80% delle persone che si sono sottoposte a terapie basate semplicemente sull’assuefazione allo stimolo pauroso, la fobia dopo alcuni anni si è ripresentata. Indagando sul motivo per cui le fobie sono così insidiose e difficili da eliminare definitivamente, hanno riscontrato che nei neuroni di topi da laboratorio impauriti da uno shock, si accumula una proteina. Dallo studio delle varie connessioni nervose in topi sottoposti ad uno stimolo pauroso, è stato visto che al ripetersi della reazione fobica si attivano dei collegamenti diversi da quelli attivati quando, invece, la paura è cessata. Da tutto ciò hanno dedotto che per vincere la fobia, non occorre solo cancellare il ricordo degli stimoli che la provocano, come asseriva il comportamentismo, ma sostituirle con nuovi ricordi competitivi a quelli passati. Questi risultati sono in linea con i principi dell’approccio cognitivo-comportamentale, che nel trattamento delle fobie pone molta attenzione alla ristrutturazione cognitiva dei pensieri legati allo stimolo fobico, permettendo alla persona di fare nuove esperienze che si vanno a sostituire a quelle passate.

Autore: Dott.ssa Irina Lupetti

Mindfulness, la nuova meditazione antistress

Fonte: Corriere della Sera Neuroscienze

Il metodo della «consapevolezza» per alleviare dolori e disagi quotidiani: la chiave è prestare attenzione al presente Trova consensi anche in Italia una pratica ormai valutata scientificamente Mindfulness, la nuova meditazione antistress Il metodo della «consapevolezza» per alleviare dolori e disagi quotidiani: la chiave è prestare attenzione al presente.

La medicina ufficiale l’ha ormai sdoganata: la pratica della mindfulness, traduzione moderna del termine «consapevolezza» del pensiero buddhista, funziona per combattere lo stress. E si moltiplicano i gruppi in tutto il mondo, Italia compresa, che la propongono come medicina per guarire le ferite e le sofferenze che le persone si portano dentro, ferite e sofferenze che oggi si chiamano stress e che non sono legate soltanto a malattie, ma anche al vivere quotidiano, ai disagi dell’ambiente di lavoro, alle pressioni sociali, alla crisi attuale. La pratica della mindfulness non è un qualcosa di esoterico, ma è una forma di meditazione che è stata valutata in una serie di ricerche scientifiche, censite dal sito PubMed (l’archivio universale degli studi in campo biomedico), a partire dal 1982. Il primo lavoro porta la firma di Jon Kabat-Zinn dell’University of Massachusets Medical School di Worcester e si riferisce al trattamento del dolore: a tutt’oggi si contano oltre 700 pubblicazioni sull’argomento. L’ultima, sul giornale Brain, Behavior & Immunity, ancora a firma di Kabat-Zinn, è dell’agosto scorso e dimostra come la meditazione sia un vero è proprio farmaco contro la solitudine degli anziani. CONSAPEVOLEZZA – Spiegare che cos’è (e che cosa non è) la mindfulness non è semplice. Lo ha fatto a Firenze, nel corso di un seminario teorico-pratico, Saki Santorelli, uno dei padri occidentali di questa disciplina insieme a Kabat-Zinn, e direttore del Center for Mindfulness all’University of Massachussets Medical School («Abbiamo cominciato in un sottoscala – dice – adesso abbiamo un vero e proprio reparto dove assistiamo decine di pazienti con la MBSR, Mindfulness Based Stress Reduction, una pratica oggi riconosciuta da 42 Stati americani»). «La mindfulness – spiega Santorelli – è la consapevolezza che nasce dal prestare attenzione al momento presente, intenzionalmente e senza giudicare. Consapevolezza non è sinonimo di rilassamento e non è nemmeno una filosofia: è un modo di essere che implica lo stare costantemente in relazione con se stessi e con il mondo e l’accettare quello che c’è, sia che si tratti di disagio, di sofferenza, di passione o di piacere». In altre parole: viviamo pensando sempre al passato o al futuro, mentre dovremmo radicarci nel presente, nel «qui e ora», imparando ad accettare noi stessi e a vivere più profondamente le nostre esperienze che sono fatte di sensazioni, di emozioni, di pensieri, di relazioni. L’obiettivo di tutto questo? Ridurre la sofferenza interiore e lo stress. LE TECNICHE – Come ci si arriva? Il programma MBSR messo a punto all’University of Massachussets Medical School prevede una serie di lezioni pratiche di meditazione (dalle due ore e mezza alle 3 ore e mezza, una volta alla settimana, per otto settimane), più i compiti a casa (esercizi da praticare sei giorni su sette per almeno 45 minuti al giorno), più un giorno di ritiro alla sesta settimana del programma. Al centro americano si rivolgono non soltanto persone con problemi psichiatrici o psicologici, come ansia, attacchi di panico, depressione, ma anche pazienti con dolore cronico, asma, mal di testa, diabete, infezioni da Hiv. «Tutto quello che si impara durante i corsi – dice ancora Santorelli – deve poi diventare un modo di essere nella vita di tutti i giorni. Ci vuole continuità nella consapevolezza». Sono diverse le strade che conducono alla mindfulness e che si apprendono con la pratica. Una è quella del corpo, l’altra è quella delle sensazioni, la terza è quella delle emozioni: eccole in estrema sintesi. La pratica del body scan, per esempio, che viene insegnata durante le lezioni, permette di prestare attenzione al corpo. Ecco allora che mi concentro sul respiro, poi sulle mani, poi sui piedi che appoggiano a terra… E posso anche ascoltare le sensazioni che provo toccando con la mano il bracciolo della sedia o cercare la posizione più piacevole (è questa la strada delle sensazioni) o, infine, accogliere pensieri ed emozioni che arrivano alla mia mente, piacevoli o spiacevoli, non importa, non devo giudicare… (è la pratica con le emozioni).

abazzi@corriere.it

Il modello Cognitivista della Fobia Sociale

 Autore: Dott.ssa Francesca La Lama

 La fobia sociale è un disturbo molto diffuso. E’ caratterizzata da diversi sintomi, ma l’aspetto centrale – facilmente identificabile – è la paura del giudizio altrui. In particolare la Fobia Sociale consiste nell’intensa paura di manifestare imbarazzo, disagio o ansia nelle situazioni in cui si è esposti pubblicamente al giudizio degli altri. Questa condizione può essere estremamente debilitante, in quanto chi ne soffre cerca di evitare le situazioni in cui potrebbe essere valutati come inadeguati, ridicoli, incapaci e di poter dire o fare cose imbarazzanti e di esser giudicati ansiosi, impacciati, stupidi, deboli o “pazzi”.

Alcuni autori (Clark e Wells, 1995-1997; Wells e Matthews, 1994), hanno individuato un modello cognitivo della fobia sociale.

Modello della fobia sociale di Clark & Wells (1995)

Secondo questo modello la caratteristica centrale dei fobici sociali è il forte desiderio di dare una buona impressione di sé agli altri, ma tale desiderio è messo in discussione dalla sensazione di non avere le capacità per riuscirci e di essere destinata al fallimento in ogni situazione prestazionale. Pensano di essere oggetto di derisione e di rifiuto in tutte le situazioni sociali in cui possono rendersi evidenti segni di disagio (ad es. “se in pubblico mi mostro ansioso, gli altri mi giudicano un debole”). Questi giudizi di pericolo attivano un processo di “ansia” consistente in modificazioni fisiologiche, cognitive e comportamentali (ad es., tremore, rossore, sudorazione). La vergogna è il cardine su cui ruota la fobia sociale: il timore di essere mal giudicati per i propri sintomi ansiosi ( una lettura del pensiero da parte degli altri che scorgeranno debolezza, fragilità ecc) aumenta la sensazione di disagio, i comportamenti protettivi e sostiene il disturbo ansioso. La persona che prova vergogna in una situazione sociale è convinto che chi lo circonda stia pensando male di lui, e sperimenta una forte ansia che lo spinge a mettere in atto dei comportamenti mirati di evitamento. Il rischio percepito riguarda una forte compromissione della propria autoimmagine con conseguente caduta dell’autostima. Centrale in questo tipo di problemi è la metavergogna, ovvero il fatto che la persona si vergogni di vergognarsi; l’attivazione fisiologica  in situazioni sociali ( arrossire, sudare ecc) generano preoccupazione e la propria inadeguatezza percepita, già inizialmente temuta cresce e l’ansia può intensificarsi fino a produrre un vero e proprio attacco di panico.

L’evitamento diventa la strategia difensiva elitaria che la persona fobica mette in atto per evitare l’ansia connessa alle situazioni temute  e che contestualmente porta a concentrare l’attenzione su di sé e sui propri comportamenti.  Questi comportamenti protettivi, anche se comportano una riduzione della sintomatologia ansiosa,  non rappresentano la soluzione del problema poichè nel tempo aumentano e rafforzano le convinzioni di debolezza, incapacità, incompetenza e inadeguatezza.

In conclusione, il modello cognitivo della fobia sociale propone che, quando una persona si trova in una situazione pubblica, si verifica la seguente sequenza di eventi: la situazione attiva le convinzioni relative al potenziale fallimento della prestazione e le implicazioni ad essa connesse alla manifestazione dei sintomi; questo induce l’individuo a percepire un pericolo sociale che diventa evidente nelelle preoccupazioni anticipatorie o nei pensieri automatici negativi. ( Non so cosa dire. La gente penserà che sono stupido; mi agiterò e perderò il controllo. Titti mi noteranno; Cosa accadrà se sudo? Loro penseranno che  non sono normale; Balbetterò e parlerò in modo incomprensibile. La gente penserà che sono stupido). I pensieri automatici negativi sono associati all’attivazione dell’ansia sotto forma di sintomi somatici o cognitivi, i quali sono soggetti a giudizi negativi e possono essere interpretati come prove di fallimento o di umiliazione. Le valutazioni di pericolo sono accompagnate dallo spostamento di attenzione verso se stessi e dal monitoraggio di sensazioni, immagini e impressioni di sè. Le informazioni interne sono utilizzate per elaborare delle interferenze su come si appare agli occhi degli altri e sul giudizio di questi ultimi.

Secondo il modello cognitivo della fobia sociale  avanzato da Clark e Wells (1995; 1997) quando una persona si trova a vivere una situazione sociale la situazione viene ad essere giudicata pericolosa  e si attivano le credenze relative al potenziale fallimento della prestazione e le coinvolgimenti legate alla manifestazione dei sintomi; ciò induce il soggetto a percepire un pericolo sociale che diviene visibile nelle preoccupazioni anticipatorie o nei pensieri automatici negativi. Come per esempio: “non cosa dire, la gente penserà che sono stupido”; oppure “cosa succederà se sudo o balbetto? Tutti mi noteranno e penseranno che non sono normale”.

I pensieri automatici negativi sono associati all’attivazione dell’ansia, sotto forma di sintomi somatici o cognitivi, che diventano ulteriori fonti di pericolo, perché sono soggetti a giudizi negativi e potrebbero essere interpretati come prove di umiliazione o fallimento. La strategia difensiva porta a concentrare l’attenzione su di sé e sui propri comportamenti. I comportamenti protettivi, impiegati nel tentativo di nascondere o evitare le conseguenze temute, non fanno altro che contribuire alla permanenza del problema attraverso i seguenti meccanismi:

–       Restrizione del focus attentivo su di sè

–       Ostacolo alla verifica

–       Aumento dei sintomi tenuti ( ad esempio sudare, avere vuoti di mente,       tremare)

–       Influenzamento della situazione sociale ( ad esempio facendo apparire la persona fredda ed ostile)

 In alcune circostanze, l’individuo evita completamente la situazione sociale tenuta, privandosi in tal modo della possibilità di smentire le proprie credenze e i giudizi negativi. Le preoccupazioni relative all’anticipazione e all’analisi a posteriori contribuiscono al mantenimento del problema, preattivando i processi negativi ed alimentando dopo l’incontro questi timori con sentimenti e immagini distorte di sè.Bibliofrafia

–       Beck A.T., Emery C., Greenberg R.L., (1985), Anxiety Disorders and Phobias:A cognitive perspective. New York: Basic Books.

–       Clark, DM.(1986), A cognitive model of panic. Behaviour Research and therapy; 24, 461-470.

–       Clark DM., Wells A. (1995). A cognitive model of social phobia. In R. Heimberg, M. Liebowitz, D.A. Hope & F.R. Schneier (Eds) Social Phobia: Diagnosis, Assessment and Treatment. New York: Guilford Press.

–       Wells A. (1999), Trattamento cognitivo dei disturbi d’ansia, curatore edizione italiana: Sica Claudio, Psicologia McGraw-Hill, Milano;

–       Wells A., Matthews G. (1994), Attention and Emotion. A clinical Perspective. Hove, Uk : Erlbaum.

 

 

Il vantaggio di essere timidi

Il cervello dei soggetti timidi o introversi potrebbe percepire il mondo in modo diverso rispetto a quanto accade per i soggetti più estroversi.

 

Circa il 20 per cento delle persone nascono infatti con un tratto della personalità denominato “sensibilità per  la percezione sensoriale” (SPS) che può manifestarsi con la tendenza ad essere persone inibite, o addirittura nevrotiche. Il tratto può essere visto in alcuni bambini che sono “lenti a scaldarsi” nelle situazioni sociali,  che piangono facilmente al primo rimprovero, fanno domande insolite. o hanno pensieri particolarmente profondi. I risultati di un nuovo studio mostrano che queste persone “estremamente sensibili”, o timide, prestano maggiore attenzione ai dettagli, e mostrano una più intensa attività in alcune regioni del cervello, quando si sforzano di elaborare le informazioni visive, rispetto a coloro che non sono classificati come “altamente sensibili”. Lo studio è stato condotto da ricercatori della Stony Brook University di New York, e dalla Università del Sud Est insieme all’Accademia cinese delle scienze, entrambe in Cina. I risultati sono stati pubblicati il 4 marzo sulla rivista Social Cognitive and Affective Neuroscience. Gli individui con un carattere estremamente sensibile preferiscono avere più tempo per prendere decisioni e per riflettere, sono più coscienziosi e più facilmente si annoiano con le chiacchiere inutili. In un precedente studio era stato già osservato come i soggetti con un temperamento estremamente sensibile si infastidiscono facilmente per il rumore e la folla, subiscono gli effetti della caffeina, si spavantano con facilità. I ricercatori del presente studio ritengono che questa sensibilità sensoriale al rumore, al dolore, o alla caffeina sia un effetto collaterale di un atteggiamento innato, che porta a vivere con maggiore intensità le esperienze della vita. Nello studio, i ricercatori hanno utilizzato un questionario per separare i soggetti più sensibili da quelli meno sensibili. Poi,  16 partecipanti hanno dovuto mettere a confronto due vignette simili, dovendo osservare tutti i particolari. Nel frattempo, i ricercatori hanno scansionato il cervello di ciascun partecipante con risonanza magnetica funzionale (fMRI) Risultato: le persone timide hanno osservato le varie differenze per un tempo più lungo delle persone meno timide e hanno mostrato un’attivazione significativamente più elevata nelle aree cerebrali coinvolte nell’ associare le percezioni visive con altre percezioni sensoriali. Il cervello delle persone timide non elaborava semplicemente la percezione visiva, ma si attivava per una elaborazione più profonda degli input registrati. Questo tratto di elevata sensibilità si trova in più di 100 specie diverse, dai moscerini della frutta e pesce alla canini e primati, il che indica che questo tipo di personalità a volte potrebbe offrire un vantaggio evolutivo. I biologi stanno iniziando ad accettare che, all’interno di una specie, ci possano essere due “personalità” ugualmente di successo. Il tipo sensibile, sempre una minoranza, sceglie di riflettere più a lungo prima di agire, come se le esplorazioni si facessero più con il cervello che con gli arti. L’altro tipo invece è capace di andare  “là dove nessuno è mai giunto prima”, dicono gli scienziati. La strategia della persona timida non è vantaggiosa quando le risorse sono abbondanti o dove occorrono azioni veloci e aggressive, mentre è utile nelle situazioni di pericolo, quando è più difficile scegliere fra due opportunità, o è necessario un approccio particolarmente intelligente.

Fonte: Live Science Apr. 2010

 

L’attacco di panico si può curare

Attacchi di panico: istruzioni per l’uso

Inspira…espira…inspira…espira riporta una deliziosa vignetta del blog laprincipessaraffreddata

Provare ansia è esperienza comune a tutti ma quando diventa eccessiva può sfociare in un attacco di panico. Un attacco di panico non è pericoloso, ma può essere terrificante, esplode all’improvviso con una paura travolgente che viene senza avvisaglie e senza alcuna ragione apparente e spesso ci si sente di perdere completamente il controllo… Quindi cosa fare se si è colpiti da un attacco di panico?

  • Sappiate innanzitutto che anche se le sensazioni sono bruttissime mai nessun soggetto relativamente sano e giovane è mai morto per un attacco di panico.
  • L’esordio è immediato ma rendendovene conto sappiate che l’attacco dura in genere pochi minuti e come è venuto rapidamente altrettanto rapidamente se ne andrà.
  • Cercate, per quanto possibile sia chiaro, di non perdere il controllo se avete la possibilità sedetevi e respirate lentamente e regolarmente.
  • Se la vostra mente è inondata da pensieri catastrofici, cercate di utilizzare qualsiasi mezzo per non amplificarli ma anzi distraetevi ad esempio adoperando un idea rifugio più consona a voi o nella quale credete.
  • Se ne avete la possibilità prendete pure qualche goccia o una pastiglia di ansiolitico prescritta dal vostro medico, se non ce l’avete bevete un bicchiere d’acqua.
  • Non abbiate timore a chiedere aiuto o a fare una telefonata: all’occorrenza una parola amica vale più dello stesso ansiolitico!
  • Se la situazione si facesse ingovernabile non fatevi scrupolo ed andate al pronto soccorso più vicino dichiarando subito tutti i vostri sintomi.
  • Infine dopo che l’acme dell’attacco è passato rivolgetevi ad uno psicoterapeuta che adotti delle strategie cognitivo-comportamentali.
  • Anche se la psicoterapia è più efficace per uscire da questo incubo non fatevi scrupolo i primi tempi a girare con un ansiolitico in tasca o in auto, non vi risolverà il problema ma vi rassicurerà per il momento, in attesa di uscirne.

Dottssa Francesca Vottero Ris psicologa a Torino

Ansia: che cos’è e a cosa serve

Autore: Dott.ssa Francesca La Lama

Ansia

L’ansia, la cui etimologia latina richiama concetti quali il sentirsi soffocare, stretti, è connotata da varie sensazioni per lo più spiacevoli fra cui il timore, la paura, l’apprensione, la preoccupazione, la sensazione che le cose possano sfuggire di mano, il bisogno di trovare una soluzione immediata e, nel caso di esposizione prolungata, la frustrazione e la disperazione.

L’ansia viene definita dal DMS (APA, 1994) come

Anticipazione apprensiva di un pericolo o di un evento negativo futuro.

Secondo questa definizione quindi l’ansia è quello che succede alla nostra persona quando ci aspettiamo che accada qualcosa di potenzialmente negativo. Il nostro organismo si prepara a tale evento.

E che cos’è che succede alla nostra persona in quei momenti, nei momenti di “ansia”?

Quello che ci succede è suddivisibile in 3 categorie: quello che sento, quello che penso e quello che faccio.

Quello che sento

Si tratta dei processi fisiologici che l’organismo umano mette in atto in maniera automatica. Quello più noti sono i seguenti:

–  Aumento del ritmo respiratorio (che porta a un senso di affanno e di soffocamento)

–  Aumento del ritmo cardiaco (il “cardiopalma”, ossia la tachicardia, il sentirsi il cuore in gola)

–  Aumento della temperatura corporea (si sente caldo, si suda freddo)

–  Aumento della sudorazione (le mani diventano sudaticce, si sente di sudare)

Quello che penso

Le risposte fisiologiche sono sempre accompagnate da una catena di pensieri. Solo parte di tali pensieri è controllata consapevolmente, il resto compare in modo automatico nella nostra mente.  Quello che pensiamo in una situazione di ansia dipende da una molteplicità di fattori tra cui la nostra storia personale e familiare, l’ambiente di vita in cui viviamo, quello che per noi è importante nella vita, le preoccupazioni che abbiamo giorno dopo giorno, eventuali pensieri ricorrenti che sbucano nella nostra testa anche in altre situazioni.

Beck (1987), uno dei fondatori della psicologia cognitiva, ha però individuato alcune modalità di pensiero che risultano problematiche non tanto per il loro contenuto quanto per la loro forma. In particolare Beck parla di distorsioni cognitive quando i nostri pensieri sono “scorretti” dal punto di vista logico. Quello che pensiamo è molto importante poiché il  tipo di pensiero che facciamo ci porta ad affrontare le situazioni in un modo piuttosto che nel loro contrario.

Quello che faccio

Siete di fronte al pericolo temuto. Il sistema nervoso autonomo si è attivato, avete la testa piena di pensieri anticipatori su quanto sta per accadere: che cosa fate? Di fronte a un pericolo, non sono molte le alternative. Possiamo affrontarlo o possiamo fuggire. In entrambi i casi, sia che decidiamo di affrontare quello che temiamo sia che si opti per la fuga, l’ansia diminuisce.

Quindi tornando all’emozione dell’ansia…….

La parola ansia ha un’accezione negativa ma non è solo questo infatti l’ansia è un’emozione di base, naturale e universale.  E’ un “sistema di allarme” fisiologico ed utile alla sopravvivenza della specie che ha la funzione di:

ANTICIPARE IL PERICOLO

VALUTARE LA SITUAZIONE

AGIRE NEL MODO PIU’ ADEGUATO

prima ancora che il pericolo stesso si sia chiaramente manifestato. L’ansia, quindi, non è solo un limite o un disturbo, ma costituisce una importante risorsa, perchè è una condizione fisiologica, efficace in molti momenti della vita per proteggerci dai rischi, mantenere lo stato di allerta e migliorare le prestazioni. Questi tipi di ansia sono costruttivi, ovvero risultano funzionali alla nostra sopravvivenza. Fungono da intermediario tra il mondo esterno e il nostro mondo psichico interno, rendendoci capaci di far fronte ai problemi della vita e di adoperarci per migliorare il nostro adattamento all’ambiente. Sono dunque fattori di crescita e sviluppo della personalità che forniscono stimoli e motivazione all’accrescimento.

La curva di Yerkes-Dodson mostra la relazione tra lo stato emozionale di allarme (ansia) e la prestazione. Con l’aumento dell’ansia l’efficienza della prestazione aumenta proporzionalmente, ma soltanto fino a un livello ottimale oltre il quale l’efficienza prestazionale diminuisce, con ulteriore aumento dell’ansia che ai livelli massimi può portare all’impossibilità di ogni prestazione.

Quando l’attivazione del sistema di ansia è eccessiva, ingiustificata e sproporzionata rispetto alle situazioni, l’ansia diventa disadattativa e causa sofferenza e disfunzionalità perchè può complicare notevolmente la vita di una persona e renderla incapace di affrontare anche le più comuni situazioni. La sovrastima del pericolo o la sottostima delle capacità di far fronte, contribuiscono ad accrescere i sintomi d’ansia che, a loro volta, diventano fonte di minaccia per l’individuo che li sperimenta.

I disturbi d’ansia sembrano essere i principali motivi di consultazione specialistica nell’ambito dei problemi psicologici e la persona che ne soffre richiede aiuto psicologico quando ha fallito nei propri tentativi di gestione del sintomo.

Le principali categorie nei  disturbi d’ansia sono:

fobie (fobie specifiche e fobia sociale)

disturbo di panico (con e senza agorafobia)

disturbo d’ansia generalizzato,

disturbo ossessivo-compulsivo,

disturbo post-traumatico da stress e disturbo acuto da stress.

ATTACCHI DI PANICO

Fonte: La liberta’ imprigionata: come comprenderli ed affrontarli
Autori: dr. Ferdinando Galassi, dr. Carmelo La Mela, dr. Stefano Lucarelli

ANSIA E PANICO: ISTRUZIONI PER L’USO

L’ansia è un’emozione fastidiosa, spesso dolorosa di attesa non motivata che ci può accompagnare per un attimo o per un periodo di tempo più o meno lungo.

L’ansia ci è utile quotidianamente essendo un meccanismo che fa parte del nostro sistema di attivazione di fronte a situazioni nuove o impreviste di pericolo. L’ansia è fondamentale per la nostra sopravvivenza.

L’ansia diventa patologica quando la nostra interpretazione di uno stimolo diventa non più corretta identificando l’evento come più impegnativo di quanto esso sia in realtà.

Non è l’ansia ad essere patologica, è il pensiero che associo alla situazione. L’ansia è la corretta reazione a qualcosa di terribile che immaginiamo.

L’ansia può essere considerata uno stratagemma per attirare l’attenzione verso un problema. Funziona in modo molto simile al dolore. Talvolta ci confondiamo e pensiamo che il problema sia l’ansia. È come pensare che il dolore sia il disturbo.

Ricordate che il suo ruolo è richiamare la vostra attenzione ad un problema, permettervi di riparare la ferita, di scacciare l’infezione. In modo analogo l’ansia serve ad aiutarvi a ridurre il pericolo. Tuttavia quando il problema non è il pericolo vero e proprio ma la vostra distorsione o esasperazione di esso, non avete alcun modo di fronteggiarlo efficacemente.

L’ansia non serve più a proteggervi dalla minaccia. In effetti vi ostacola nel valutare accuratamente il pericolo e nel selezionare una risposta appropriata.

Per affrontare, quindi, l’ansia cattiva, potete usare la seguente strategia.

1.    ACCETTARE L’ANSIA Nei dizionari accettare è definito come dare il consenso a ricevere. Acconsentite a ricevere la vostra ansia. Datele il benvenuto salutandola. Dite a voi stessi: “l’accetterò con piacere”. Decidete di accettare l’esperienza. Non combattetela. Sostituite il rifiuto, la collera e l’odio con l’accettazione. Resistendo, ne prolungate gli aspetti spiacevoli. Invece, lasciatela fluire. Non rendetela responsabile di come pensate, sentite, e agite. L’ansia fa parte di voi; combatterla è come combattere contro una parte di sé. Chi è ansioso non è malato, è particolarmente sensibile e attiva l’ansia più facilmente. Prova ne è che la vostra ansia si manifesta solo in determinate situazioni e in molti periodi della vostra vita siete stati bene. La chiave per interrompere uno stato d’ansia è accettarlo completamente. Rimanere nel presente e accettare la vostra ansia la fa scomparire.

2.    OSSERVARE L’ANSIA Guardatela senza giudizio, né buono né cattivo. Non guardatela come un ospite indesiderato. Invece valutatela (ad esempio in una scala da O a 10) e osservatela salire e scendere. Osservate e guardate i livelli massimi e minimi della vostra ansia e osservate le situazioni che la fanno aumentare o diminuire. Siate distaccati. Ricordate, non siete la vostra ansia. Più separate voi stessi dall’esperienza, più potete osservarla. Guardate i pensieri, le sensazioni e le azioni come se foste un amico ma non troppo interessato. Dissociatevi dall’ansia. Siate nello stato d’ansia ma non fatevene travolgere. Cercate di avere un atteggiamento distaccato e dissacrante magari ironizzandoci.

3.    AGIRE CON L’ANSIA Normalizzate la situazione. Agite come se non foste ansiosi. Convivete con essa. Rallentate se dovete, ma continuate ad andare. Respirate lentamente e normalmente. Se fuggite dalla situazione, l’ansia si abbasserà ma la paura salirà. Se non vi fermate sia l’ansia che la paura si abbasseranno e voi potrete, in poco tempo, continuare a fare quello che già stavate facendo.

4.    L’ANSIA FA BENE Quelle percezioni che avete e che durano solo pochi secondi fanno parte del vostro patrimonio biologico. L’ANSIA FA BENE perché vi permette di affrontare le situazioni pericolose della vita. Se siete di fronte ad un pericolo (ad es. un incidente mentre guidate) avrete una scarica di adrenalina che vi permetterà di affrontare meglio la situazione (aumentando le vostre capacità di prestazione). A volte è necessario per una persona sperimentare paura per poter riconoscere la minaccia di un pericolo reale e prepararsi ad affrontarlo. La natura ci ha fornito di ansia come una reazione di difesa che serve per sopravvivere.

5.    ASPETTARSI IL MEGLIO Ciò che più temete raramente accade. Le più famose società di assicurazioni hanno guadagnato miliardi sfruttando la tendenza di tutti noi di stare in ansia per cose che raramente si verificano; sono pronte a scommettere con chiunque che le disgrazie previste non accadranno mai: solo che non le chiamano scommesse ma assicurazioni e cioè una scommessa basata sul calcolo delle probabilità.

6.    NON C’È PERICOLO I sintomi che state sperimentando NON SONO PERICOLOSI. Non rischiate nulla per la vostra vita. Il polso che corre o il cuore che batte, le vertigini o la nausea, il desiderio di gridare o piangere o battere sul tavolo: nessuna di queste reazioni fisiche o emotive indica che la persona è pericolosamente malata o sta per diventare pazza. Sono spiacevoli. Sono fastidiosi. Ma possono essere tollerati fino a che vanno via. E andranno via.

7.    L’ANSIA DURA POCO Ogni esperienza ansiosa è LIMITATA NEL TEMPO. I sintomi sono in relazione a una scarica di adrenalina che fisiologicamente dura solo alcune decine di secondi. Potete aumentare il tempo dell’ansia solo se pensate immagini o situazioni catastrofiche: è come se vi rispaventaste.

8.    DISTRARSI DALL’ANSIA Cercate di distrarvi, utilizzate la TECNICA DELLA DIVERSIONE. Concentratevi sui particolari e i dettagli di quello che vi circonda che non hanno nessuna relazione con la vostra ansia; magari descriveteli a voce alta. Farete passare il breve momento ansioso che vi ha preso e vi sentirete meglio dopo poco tempo.

9.    AFFRONTARE CON PICCOLI PASSI Ponetevi PICCOLI OBIETTIVI. Raccoglierete solo quello che avete seminato. Affrontate una situazione di cui avete paura proponendovi solo piccoli compiti da effettuare e siate contenti dei piccoli risultati ottenuti. Se non siete in grado di completare una prova vuol dire che ancora e troppo per voi. Ci arriverete passo per passo. Nella vita esiste sempre una parte del problema che potete affrontare e risolvere.

10. ACCETTARE E MIGLIORARSI Non siate sorpresi la volta che avrete ansia. Invece, sorprendete voi stessi col vostro modo di trattarla. Finché vivrete avrete ansia. Liberatevi dalla convinzione magica di aver sconfitto l’ansia per sempre. Aspettandovi l’ansia in futuro, state mettendovi in una buona posizione per accettarla quando verrà di nuovo. Rileggete e cercate di applicare ciò che avete letto. Continuate ad ACCETTARE LA VOSTRA ANSIA, ad OSSERVARLA, ad AGIRE CON ESSA fino a che si abbasserà ad un livello confortevole. Datevi piccoli compiti da risolvere rispetto alle situazioni che vi evocano ansia. Mettetela in relazione con episodi accaduti e con i pensieri associati a tali episodi. Cercatene il vero messaggio: non è l’espressione di una malattia ma il segnale di qualcosa che non va nella vostra vita. Continuate ad applicare queste dieci regole e vedrete che in poco tempo migliorerete allenandovi e rinforzandovi nelle vostre capacità di affrontare l’ansia. Quando vi rendete conto di non avere il completo controllo della vostra auto riducete la velocità per riacquistarne il controllo. Quando sentite le vertigini in cima a una scala alta vi attaccate ad essa più saldamente. E così sarà per la vostra ansia che diventerà compagna della vostra vita aiutandovi a risolvere ogni problema e a farvi sentire, quindi, più forti.

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http://www.ctcc.altervista.org/index_file/Page520.htm

ANSIA

DISTURBI D’ANSIA

Uno stato d’ansia si caratterizza essenzialmente per  la presenza di una condizione di affanno, di preoccupazione e di inquietudine più o meno costante e continuativa nel tempo con episodi ricorrenti di forte ansia. L’ansia può essere correlata ad un senso di insicurezza, che impedisce alla persona di scegliere un indirizzo di studio, una strada professionale, il partner, le amicizie, a volte la persona è incerta nel decidere sia gli obiettivi da perseguire che la strada da intraprendere. La mente in questo caso è assillata in ogni momento da tutto ciò che comporta una scelta, si vive con la ha paura di sbagliare o si vive con il rimpianto di aver sbagliato in passato. L’ansia si può altrimenti scatenare quando la persona affronta una separazione (dai genitori, dal fidanzato,da un legame amicale) o un lutto.

Tuttavia, l’ansia di per sé, non è un fenomeno anormale, si tratta di un’emozione di base che comporta uno stato di attivazione dell’organismo che si attiva quando una situazione viene percepita soggettivamente come pericolosa, una minaccia; inoltre è un’emozione prettamente umana: per determinarla è infatti necessario un sé autobiografico che genera la coscienza stessa, la percezione di unicità e estensione nel tempo del proprio percorso vitale (Damasio, 2000). L’emozione di base con la quale è in relazione l’ansia è la paura, entrambe le emozioni guardano al futuro in modo catastrofico (il loro substrato chimico comune è l’adrenalina).

La paura è una attivazione circoscritta ad un oggetto specifico ed è episodica; cessa quando l’oggetto spaventante si allontana

La minaccia è un’ attivazione più vasta, tocca i nuclei centrali del sé (come la sopravvivenza); anche in questo caso, cessa quando l’oggetto minaccioso si allontana.

Nell’ansia il disagio è più prolungato, la fonte è meno evidente ed è legata ad oggetti scatenanti più remoti; l’esordio e il termine sono meno netti; si configura spesso con un’ aumentata attivazione fisiologica ed un’ aumentata vigilanza. L’ansia rappresenta l’energia vitale che vuole venire a contatto con la nostra consapevolezza, normalmente funge da richiamo per la nostra attenzione, ci mette sul “chi va la” nelle situazioni di pericolo, ci orienta e ci stimola a realizzare obbiettivi a volte indispensabili per la vita stessa. Non c’è da stupirsi quindi che accompagni l’uomo da sempre sin dall’età della pietra (a quei tempi era certamente un’ansia naturale, positiva, che serviva da campanello d’allarme in un ambiente carico di minacce). Quando però questo meccanismo continua a persistere anche dopo la fine di eventi potenzialmente ansiogeni, si parla di un’ansia patologica caratterizzata da uno stato permanente di tensione che compromette le capacità operative e di giudizio.

L’ansia è vantaggiosa perché induce a pianificare e affrontare il futuro (attività di problem-solving), diventa tuttavia svantaggiosa e non utile quando lo scenario futuro che ci preoccupa è poco modificabile e pensare e ripensare agli eventi possibili (rimuginio) distoglie preziose risorse ad un’organizzazione efficace del presente; inoltre, spesso le reazioni fisiologiche (ad esempio palpitazioni, vertigini, nausea, aumento della sudorazione e aumento della frequenza respiratoria, tremori…) connesse agli stati d’ansia, sono controproducenti così come le strategie utilizzate per gestire tali reazioni fisiche. In generale le modalità con cui la persona ansiosa reagisce all’incertezza sono (oltre al rimuginio che è affianca entrambe le alternative):

L’EVITAMENTO

L’IPERCONTROLLO

Entrambi sono però controproducenti perchè limitano la nostra vita (evitamento) e ci fanno vivere con fatica (ipercontrollo).

Quindi quando l’attivazione del sistema di ansia è eccessiva, ingiustificata o sproporzionata rispetto alle situazioni, e le conseguenze comportamentali cognitive ed emotive limitano eccessivamente la nostra vita siamo di fronte ad un Disturbo d’ansia, che può complicare la vita di una persona e renderla incapace di affrontare anche le più comuni situazioni; in questi casi è utile intervenire con una psicoterapia.

Le principali categorie nei  disturbi d’ansia sono:

fobie (fobie specifiche e fobia sociale)

disturbo di panico (con e senza agorafobia)

disturbo d’ansia generalizzato,

disturbo ossessivo-compulsivo,

disturbo post-traumatico da stress e disturbo acuto da stress.

Accade di frequente che una persona che soffre di un disturbo d’ansia manifesti anche sintomi considerati parte di un altro disturbo d’ansia; in questo caso si parla di comorbilità. Ciò dipende da due fattori: innanzitutto dal fatto che i sintomi che rientrano in questa categoria di disturbi non sono completamente specifici, per esempio i segni somatici dell’ansia (sudorazione, battito cardiaco accelerato ecc.) sono comuni sia al disturbo di panico, sia a quello d’ansia generalizzato che al disturbo post-traumatico da stress. In secondo luogo, le teorie correnti circa l’origine dei disturbi d’ansia sono applicabili a più di un disturbo.