Archivi categoria: Educazione e genitorialità

Bambini lezioni e sentimento

indexNEW YORK Èmezzogiorno, c’ è finalmente un bel sole quasi caldo, dopoi giorni della tempesta polare i bambini possono mettere il naso fuori dalle loro classi. Sono una ventina, stanno in cerchio tenendosi la mano nel cortile della Corlears School a Chelsea nella parte bassa di Manhattan. In mezzo a loro LaTasha, la maestra, parla con tono quasi musicale: «C’ è qualcosa che volete raccontare? Qualcosa che non va come vorreste a casa o a scuola? O con i vostri amici?». Tim è intabarrato dentro un giubbino troppo largo, ha otto anni, abbassa lo sguardo e alza un filo di voce: «A me non piace mio fratello più grande: mi ruba sempre i giochi». Vengono assegnati i ruoli: uno più alto degli altri interpreta il “cattivo” e in mezzo al cerchio va in scena la riproduzione del “furto”. La maestra guida tutte le fasi sino a quando Tim non ritrova il sorriso, il finto fratello chiede scusa e tutti si dondolano avanti e indietro nel loro palcoscenico immaginario. Quello di LaTasha non è un esperimento empirico ma segue alla lettera uno dei tanti programmi per “quella materia fondamentale che ancora mancava nelle scuole americane”: l’ educazione emotiva. Ovvero insegnare ai bambini a gestire quello che capita loro attorno, comprendere i propri sentimenti, quelli degli altri, sviluppare l’ empatia, domare rabbia e nervosismo. La piccola rivoluzione che mette al centro della didattica l’ intelligenza emotiva, secondo la definizione del best seller dello psicologo Daniel Goleman, si appoggia su basi scientifiche e sta conquistando sempre più consensi. Marc Brackett, dell’ università di Yale, è uno dei più attenti studiosi del fenomeno: “Dopo anni di ricerche ed esperimenti non ci sono più dubbi: sappiamo che le emozioni possono migliorare o ostacolare la capacità di apprendimento”, spiega ad un convegno. Il concetto è semplice ma non scontato: se un alunno ha problemi a casa certo faticherà a concentrarsi sui libri, se litiga con i compagni non riuscirà a stare attento, se è sospinto dall’ euforia o zavorrato dalla tristezza sarà impossibile farlo progredire negli studi. La scuola è un’ enorme pentolone che ribolle, dall’ infanzia all’ adolescenza le emozioni viaggiano alla velocità della luce: imparare a governarle diventa decisivo. Per molto tempo gli insegnanti (e pure i genitori) non si sono preoccupati di questo aspetto: l’ idea generale era che queste capacità si sviluppano naturalmente con il tempo, attraverso l’ esperienza. Ma gli studi confermano che non è affatto così: molti non riescono mai a controllare i propri stati d’ animo, attraversano in una sorta di altalena emotiva tutta la loro carriera scolastica sino a diventare giovani uomini e donne problematici. “Sono percezioni naturali mi ripete ancora qualcuno, i bimbi le apprendono guardandosi attorno in famiglia. È un’ assurdità: come tutte le doti vanno allenate”, dice ancora Brackett, che poi aggiunge: “Non basta urlare calmati per ottenere l’ effetto sperato, bisogna spiegargli come fare a riprendere il controllo: va riconosciuto il problema, affrontato, risolto”. I benefici sono assicurati, giurano gli esperti. Non solo nell’ immediata carriera da studenti ma anche nel futuro: secondo uno studio dell’ università della Virginia l’ educazione emotiva è la chiave per avere successo nella vita e nel lavoro, poi ci guadagnano le relazioni di coppia e persino la salute. “Gli effetti positivi vanno ben al di là di un bel voto in un test: sono talmente tanti da dare quasi le vertigini”, esulta Maurice Elias della Rutgers University. Nascono molti siti dove si trovano manuali di comportamento, nei blog padri e madri smarriti davanti ad un terreno sconosciuto trovano le risposte che cercano, su Google ci sono più di 8mila link collegati (ce n’ era uno nel 1981). Edutopia, la fondazione di George Lucas, quello di Guerre Stellari, stanzia milioni di dollari ogni anno per promuovere questi programmi, altre organizzazioni no profit fanno pressione sul Congresso e sui singoli Stati perché la materia diventi obbligatoria per legge. L’ Illinois, dal 2003, è il primo stato ad averla adottata, adesso si muovono anche altri: dalla California a New York. Tutti convinti che questa sia la strada per prevenire l’ incubo dei professori americani: il bullismo, compreso la sua versione cyber: “Se riusciremo ad insegnare ai nostri ragazzi l’ autocontrollo, tra vent’ anni avremmo un mondo migliore”, assicura Jessica che insegna anche lei alla Corlears. La fiducia nella prevenzione conquista anche la politica: tanto che da Washington parte la direttiva di cambiare linea sulla “tolleranza zero” a scuola. scuolaSino ad ora gli studenti indisciplinati venivano puniti con severità, dall’ espulsione sino al carcere nei casi di reati violenti: adesso si mettono in atto corsi di recupero, non perdere ragazzi per strada diventa prioritario e nelle ore passate con gli insegnanti di sostegno, va da sé, l’ educazione emotiva è la materia regina. Billy fa il preside in una scuola di Sacramento, racconta la sua esperienza al New York Times, che dedica al tema una copertina del suo magazine: “Andava tutto male, pessimi risultati, indisciplina, risse e guai simili. Allora ho cambiato molti professori, rifatto i programmi didattici ma ancora niente: le cose non miglioravano. Poi ho messo nella didattica il corso e dopo pochissimo la situazione è migliorata. Anche io sto meglio, me lo dice pure mia moglie”. Gli esercizi e le tecniche di insegnamento variano: il tratto comune è la fisicità, il tentativo di far visualizzare ai bambini le loro emozioni in modo da imparare a riconoscerle dunque a domarle. Gli alunni devono ricordarsi che faccia avevano quando si sono arrabbiati con la mamma, oppure quando hanno fatto festa per un bel voto: ritrovata quell’ espressione la ricreano e stanno immobili per un po’ . Oppure devono colorare quadrati con diverse tonalità, ognuna legata ad uno stato d’ animo particolare e poi incollarli al muro in modo da avere un grafico aggiornato del proprio umore. E anche viene chiesto di animare i libri, di recitare quello che hanno letto o i temi che hanno scritto. La respirazione è l’ altro filo che li tiene assieme: passa da qui infatti molta della nostra capacità di gestire i diversi stati animi, soprattutto la paura. Poi i vari programmi lasciano molto libertà ai professori, che devono capire quale tipo di bambino hanno davanti: c’ è chi dimentica una sensazione dopo pochi secondi e chi se la porta dietro per mesi. “Bisogna fare attenzione, si cammina in un campo delicato: addestrare bene i docenti diventa decisivo”, avvertono gli psicologi. Ma non tutti applaudono la novità. beloLa scrittrice Elizabeth Weil lancia l’ allarme su New Republic: “Vogliono uniformare i nostri figli. Io difendo il loro diritto di essere esuberanti, originali, anticonformisti anche a costo di farsi male. Già le nostre scuole non brillano per fantasia: adesso andiamo incontro al rischio di un’ ortodossia emotiva”. E una attenta studiosa delle scuole americane, Diane Ravitch le dà ragione: “Il guaio del nostro sistema educativo è che non abitua alla libertà di pensiero, altro che controllare le emozioni: andrebbero scatenate”. L’ ombra si allunga sul cortile della scuola di Chelsea. Fa freddoei bambini rientrano in fretta, si spingono e urlano nella strettoia della porta, LaTasha li sgrida sorridendo: “Non penso che creiamo dei robot, offriamo uno strumento per aiutarli a stare meglio. Prendi l’ inglese, insegniamo la grammatica poi ognuno di loro, grazie a Dio, in quello che scrive ci mette il cuore, la vita e la propria personalità”.

Fonte:  La Repubblica

La scuola delle emozioni

index 11   «Quanto libero può essere un bambino a scuola» è ovviamente una domanda tendenziosa. Di quelle che vogliono scatenare risse. Perché a scuola si va per imparare, e se una bambina si rifiuta di fare il disegno delle foglie il lunedì mattina dalle dieci alle undici, in qualche modo disturba la propensione più o meno spontanea degli altri bambini a obbedire alla consegna, e in una interpretazione piuttosto circoscritta del suo bene, disturba anche il suo processo di apprendimento dell’ arte del disegno e quindi è una libertà solo apparentemente innocua la sua e a scuola diventa un problema da affrontare se si ripresenta più di una volta, massimo due. Ese poi è lo studente delle superiori a mancare un giorno sì e uno no dalle lezioni, anche questa è una libertà pericolosa, il perché qui non è così evidente e luminoso, ma il fatto è tanto grave da farlo escludere dallo scrutinio per legge, bocciato d’ ufficio. images 12Quali che siano i risultati scolastici. Poi ci sono le emozioni. Anche la domanda “quali emozioni possono abitare a buon diritto le aule di scuola” è tendenziosa. Fare un elencoè stupido, entrano tutte, insieme alle persone che la frequentano. Sollevare un mare di distinguo, tipo: amichevole sì, affettuoso sì, grato sì, ribelle meglio di no, o con moderazione, odioso forse, però solo in privato, amichevole sì anche in pubblico purché si agisca poco poco, e già ci si trova sommersi dal politicamente scivoloso. Ma da Daniel Goleman in poi anchei non addetti sono piùo meno informati circa l’ esistenza dell’ intelligenza emotiva, che ha a che fare con la capacità di affrontare con successo la vita e anche la scuola, e infatti la tesi che le abilità emozionali siano strategiche per i risultati scolastici ha portato a un investimento importante sui programmi di Social Emotional Learning (SEL) all’ interno dell’ istruzione in ambito anglosassone. Con risultati, dopo decenni di monitoraggio, sconfortantemente diseguali, discussi, eclatanti e deludenti a seconda dell’ indagine o dell’ esperienza che si va a scegliere per parlarne. Ci son questioni così grandi dentro. imagesC’ è il punto di vista bambino ad esempio: la sua individualità, se sconfina la composta vita d’ aula, va coltivata oppure normalizzata? E poi, un’ educazione alle emozioni corre sempre il rischio di esprimere una visione standardizzata di gestione delle emozioni, addirittura funzionale banalmente al mondo di scuola, dove i tagli di organico rendono più conveniente la disciplina e quasi ingestibile le diversità. Picchiare, far danni alle cose, dire parolacce e impedire la lezione, per semplicità e un po’ all’ ingrosso si può dire che non sono problemi né di libertà né di emozione, ma di maleducazione, almeno fino a una certa età. Poi è delinquenza e basta, sempre parlando all’ ingrosso, perché a pensarci poi la scuola raccoglie quel che il mondo le consegna e a volte è proprio difficile mettere il confine fra la reazione adolescenzialmente sgangherata a situazioni di vita ferita e il reato ben deliberato. Di sicuro le emozioni sono tema di scuola, insieme alla libertà che ciascuno, fin da bambina e da bambino, ha il diritto di vedere riconosciuta, libertà di essere unico e di difendersi. E di ribellarsi a manipolazione, depressione, frustrazione, stanchezza, sfiducia del mondo adulto come ce lo descrivono le indagini e come ce lo consegna la letteratura oggi. Perché è evidente che le emozioni a scuola sono anche quelle degli adulti, eppure non c’ è programma di formazione dei docenti che preveda un lavoro sulle proprie emozioni d’ aula e su come fare a fidarsi e affidarsi all’ empatia, che è sentire quel che sente chi ci sta davanti, e così entrare in relazione, senza perdersi. Bisogna non perdersi quando si è in aula. Sulla scuola tutti hanno da dire ed è giusto, perché la scuola è il bene di tutti. Però in virtù dell’ essere stati studenti o di avere figli studenti, il dire di scuola è spesso un dire (troppo) assertivo. Beati quelli che son sicuri di quel che si deve fare. Pazzi quelli che son sicuri di quel che si deve fare.

Fonte: La Repubblica

Bambini in coda dallo psicologo tra ossessioni, rabbia e ansie

LETIZIA TORTELLO TORINO

imagesRaddoppiato il numero di minorenni in terapia dagli specialisti privati o nelle strutture pubbliche. Gli esperti: “Serve la collaborazione della scuola e della famiglia”

Ansia, depressione, iperattività patologica, anoressia, disturbo ossessivo o paranoico, aggressione violenta. A Torino, negli ultimi 12 mesi, sono aumentati del 20% i casi di bambini e adolescenti che soffrono di disturbi mentali. A denunciare una situazione che «cresce esponenzialmente di anno in anno» è l’Azienda Sanitaria Locale che in tutta la città, nel 2012, ha avuto in cura oltre 10 mila pazienti.

Come in altri Paesi Ue

«Sono quasi il 10% della popolazione di quell’età, in linea con la media europea, superiore a quella regionale che si attesta attorno al 6%», spiega il professor Roberto Rigardetto, ordinario di Neuropsichiatria Infantile all’Università.

Numeri ancor più significativi sono registrati dagli specialisti, psicologi e psicoterapeuti infantili privati, per cui la crisi non esiste: «Gli studi dei colleghi specializzati in cure psicologiche a pazienti dell’età infantile sono pieni, a differenza di quelli per adulti, in cui c’è stato un calo di richieste», dice Giancarlo Marenco, segretario dell’Ordine regionale degli Psicologi, che parla di un «raddoppio nell’arco degli ultimi cinque anni dei casi». In particolare, bambini «anche molto piccoli e in età prescolare, dai 2 anni, con disturbi anche invalidanti di alimentazione – è recente la casistica di una bimba due anni e mezzo che non riusciva a deglutire e non soffriva di alcuna patologia organica –. E ancora, bimbi con fobie scolari, difficoltà legate al distacco dalla famiglia, disturbi vari del comportamento».

 Tristi e arrabbiati  

Bambini e adolescenti «difficili». Tristi e arrabbiati, timorosi, con enorme difficoltà a rispettare le regole, iperattivi e insofferenti verso gli altri, in cui si insinua la consapevolezza di non riuscire a stare al passo con i coetanei, bimbi soprattutto fragili.

Sono questi i fenomeni che spingono le famiglie a rivolgersi allo psicologo per un aiuto. Nei più piccoli, sono frequenti anche balbuzie e tic motori, ansia generalizzata e sintomi predittivi di un disturbo della personalità, o ancora enuresi cioè involontaria emissione di urine nel sonno. Epifenomeni, anche gravi, di una situazione familiare di disagio e mancanza di cure, che se si trasformano in instabilità e patologie richiedono il supporto dei servizi neuropsichiatrici.

Il dottor Orazio Pirro, direttore della Struttura Complessa di Neuropsichiatria Infantile dell’Asl To1: «Sono stati 5117 i pazienti seguiti da gennaio a novembre nella mia Asl, di cui 1400 casi nuovi». Di questi, circa 1000 sono richieste del Tribunale per i Minori.

Con un delicato lavoro di rete, tra famiglie, servizi sociali, autorità giudiziaria, scuole, «tentiamo di dare risposta a disagi sempre più complessi», specifica la dottoressa Lorenza Bondonio, direttore responsabile dell’Np dell’Asl To2, le cui strutture, alle circoscrizioni 6 e 7, prendono in cura un 30% di pazienti di origine straniera su un bacino di 5500 casi annui, «di cui metà sono psichiatrici e psicologici, e metà neuropsichiatrici».

Cercare le cause 

Gli specialisti non smettono di interrograrsi sulle cause di un preoccupante aumento dei disagi nei minori: «La sensazione è che ci sia senz’altro una maggiore attenzione ai figli da parte dei genitori – puntalizza la dottoressa Maria Baiona, dell’Asl To2, circoscrizioni 4 e 5 –, ma soprattutto un complicarsi della situazione socio-familiare-ambientale che porta a vivere in contesti stressanti».

 Con gli educatori  

Problematiche delicate, su cui il servizio sanitario e il servizio sociale fanno sempre più fatica a intervenire. Sarebbe consigliata «una psicoterapia seria di anni, e in parallelo una terapia familiare, un lavoro congiunto con educatori e scuole», continua Bondonio. Ma la struttura dell’Asl To2 non ha mezzi a sufficienza. “Combattiamo ogni giorno, per non abbandonare i ragazzi e cercando strade personalizzate per ciascun caso. Tentando di usare il meno possibile i farmaci, attivando soprattutto le risposte, a volte straordinarie, che i piccoli anche se con disagio sono in grado di dare.

Giocattoli e attività ludica nei bambini

Nell’articolo precedente è stato sottolineato che il gioco è un’esperienza incisiva dell’apprendimento, perché il bambino nell’attività ludica, per imitazione e per confronto, utilizza elementi della cultura sociale adulta. Secondo alcune teorie la cultura umana discende dal gioco perché esso è “uno dei modi di essere dell’uomo stesso” in quanto “libera e gioiosa forma di espressione dell’io”.

Questo consente di fare alcune riflessioni sul giocattolo e la sua scelta in quanto si tende a generalizzare il concetto di giocattolo a tutti gli oggetti che il bambino usa come strumento di gioco. Si può fare una distinzione utile fra il materiale ludico che è costituito da tutto ciò che il bambino utilizza come gioco e il giocattolo inteso come strumento costruito dall’uomo, che possiede una sua struttura che ne determina la funzione e lascia poco spazio all’intervento del bambino. Il giocattolo è diventato un prodotto dell’industria e merce di consumo e non sempre vengono rispettati i requisiti necessari alle finalità educative e formative del bambino, in ogni caso è errato avere nei confronti del giocattolo un atteggiamento negativo, l’importante è saper scegliere tenendo presenti i requisiti giusti.

Bisogna indirizzare le scelte verso giocattoli che assicurano al bambino “il ruolo di soggetto attivo, curioso e protagonista della propria crescita e capace di interagire con gli altri, compagni e adulti.”

Devono essere esclusi tutti quei giocattoli che sono “autosufficienti” in quanto dotati di movimento, questo rende passiva l’azione del bambino alimentando  il suo disinteresse verso l’oggetto in poco tempo. Meglio far ricadere la scelta su giocattoli un po’ “incompleti” nella riproduzione della realtà, perché sono quelli che più stimolano il bambino alla costruzione di accessori, nulla togliendo a quei giocattoli come la bicicletta o il pallone che pur se completi, sono funzionali all’attività motoria.

Ci sono giochi strutturati e materiali amorfi, sono importanti tutte e due nel senso che i materiali strutturati perseguono obiettivi cognitivi ed educano il bambino al senso dell’ordine e della consequenzialità logica, ne sono un esempio: le tombole, i domino, i giochi di società con ruoli, le sequenze di numeri, forme, stagioni, i puzzle, i set da costruzione, il computer giocattolo, la casa delle bambole con accessori, i set da cucina, i robot e altri personaggi da costruire, le automobiline, gli strumenti musicali semplici, i libri, le biciclette, gli scivoli e le altalene per i giochi all’aperto, il microscopio ecc. I materiali amorfi favoriscono le attività fantastiche immaginative-creative del bambino ne sono un esempio: la sabbia, l’acqua, le conchiglie, il legno, le foglie, le pietre, la pasta da modellare, il collage, le tempere, il proprio corpo, il corpo della madre o del padre, il linguaggio e tutto ciò che si trova nell’ambiente. Importante è che il bambino si senta sempre protagonista e possa tradurre il gioco nel gioco dell’apprendere.

Citazioni tratte da I nuovi orizzonti della scuola dell’infanzia

Dott.ssa Francesca Vottero Ris, psicologa a torino

Bambini: educazione o istruzione?

Le parole educazione ed istruzione vengono usate frequentemente ma non ne viene colto il significato profondo, spesso vengono usati come termini intercambiabili e pochi ne sanno cogliere la differenza. Nella scuola ogni insegnante tende ad educare i bambini e spesso, dato che l’educazione richiede tempo e impegno personalizzato, si finisce con il trasformare l’educazione in istruzione.
Secondo Kant educare è “ sviluppare nell’uomo tutta la perfezione di cui è capace la sua natura”, educazione deriva da “educere” ossia  tirare fuori qualcosa che già esiste. Da quanto affermato si evince che educare è l’arte di portare alla luce i valori e le potenzialità latenti nella profondità dell’essere, significa prendere un individuo per mano e portarlo verso se stesso. Educare vuol dire quindi sviluppare e perfezionare le facoltà fisiche, morali e intellettuali di un bambino per mezzo di precetti ed esempi.
L’istruzione è legata al fornire nozioni, istruire significa quindi insegnare, informare e comunicare idee al bambino, individuo in crescita. Il sistema educativo e istruttivo oggi induce a creare competitività e autoaffermazione, mentre i due atti dovrebbero fondersi in un unico obiettivo e cioè quello di formare individui, partendo dal bambino piccolo, capaci di scegliere giustamente fra il bene e il male. L’istruzione non deve essere fine a se stessa ma diventare uno strumento utilizzato dall’opera educativa, per portare alla luce ed esprimere i talenti che ognuno ha in sé. L’apprendimento non avviene solo attraverso la trasmissione di saperi è un processo di appartenenza e di partecipazione sociale, apprendere significa costruire i significati della realtà e della vita.
Una vera educazione prepara a riconoscersi come unità nella diversità, a diventare inclusivi, ad affrontare la vita senza barriere né pregiudizi, a sviluppare la buona volontà. Una vera educazione indirizza i bambini verso la formazione quotidiana di se stessi, offre più spazio all’intelligenza creativa e inventiva, comprende le potenzialità del bambino e ne rispetta la sensibilità nella convinzione che solo con  l’amore si trae da ciascuno ciò che di meglio ha in sé. La tendenza dell’adulto è quella di reprimere il bambino, di imporgli un ambiente fatto non a sua misura, e costringerlo fin dalla più tenera età a ritmi di vita innaturali.
Il ruolo dei genitori è di primaria importanza essi infatti sono i primi e principali educatori dei propri figli, devono proteggere i loro bambini dalle aggressioni dei media e garantirne un uso regolato e prudente. Il genitore deve mettere in atto una “ mediazione orientativa “ che consenta di educare la coscienza del proprio bambino ad esprimere giudizi sereni e affettivi.

Alcune citazioni sono tratte da Pax cultura periodico dell’associazione Pax cultura Etica della vita.

Articolo scritto da Fulvia Di Benedetto insegnante della scuola dell’infanzia a Torino e dalla Dott.ssa Francesca Vottero Ris, psicologa torino

Adozione Nazionale

Pubblicato da Dott.ssa Francesca Vottero Ris, psicologa torino

LA PROCEDURA PER LA DOMANDA DI ADOZIONE
Se siete una coppia interessata all’adozione sicuramente potrebbe tornarvi utile leggere le informazioni riportate di seguito che vi permetteranno di conoscere le leggi e le procedure da seguire.

ADOZIONE NAZIONALE
La legge 184 definisce le norme procedurali specifiche e vincolanti per chi desidera adottare un figlio. Dal 1983 in poi il problema della selezione delle coppie ha impegnato la riflessione generale sia per un’ esigenza di ridurre al minimo il possibile il fallimento dell’adozione sia per un aumento della richiesta rispetto al numero dei bambini dichiarati adottabili.
L’articolo 22 spiega che la domanda per l’adozione nazionale, diversamente da quella internazionale, può essere inoltrata a uno o più Tribunali dei minori. Essa decade dopo due anni dalla presentazione e può essere rinnovata ripetendo lo stesso iter della precedente. Successivamente il Tribunale, dispone adeguate indagini sanitarie, sociali e psicologiche; le indagini di tipo medico hanno lo scopo di verificare le attuali condizioni di salute dei coniugi per potere escludere, nei limiti del possibile, l’insorgere di qualche morbosità a breve termine, evento estremamente sfavorevole all’inserimento di un bambino che attende di essere adottato.  Raccolti e valutati tutti gli elementi il Tribunale dei minori formula il giudizio ed individua fra le coppie che hanno ottenuto l’idoneità, la  coppia che risulta più adeguata ai bisogni di quel determinato bambino che attende i suoi genitori. Dopo l’abbinamento, viene disposto l’affidamento preadottivo per la durata di un anno. In situazioni che si delineano problematiche o nel caso di minori adottati già grandi il periodo di affidamento preadottivo può essere prorogato di un anno per favorire il consolidarsi di relazioni affettive e relazionali non ancora stabili. Se la dichiarazione dello stato di adottabilità del minore viene contestata dalla famiglia di origine, il Tribunale ha facoltà di decidere comunque l’inserimento del bambino in un nuovo nucleo a causa della  sofferenza psicologica che lo stato di deprivazione affettiva comporta per lui: in questo caso si parlerà di affidamento “a rischio giuridico”, la cui durata è a volte imprevedibile in quanto la situazione processuale non è ancora definita. In quest’ultimo caso, la coppia deve essere ben consapevole del rischio sia a livello giuridico che  affettivo a cui va incontro e che potrebbe, nei casi più sfortunati, terminare con il rientro del bambino nella sua famiglia d’origine.
Secondo l’articolo 25  il Tribunale dei minori, decorso un anno dall’affidamento provvede all’adozione con un decreto, decidendo per l’adozione o la non adozione all’adozione;  secondo l’articolo 27 , se avviene l’adozione il minore adottato acquista lo stato di figlio legittimo, assume e trasmette il cognome dei genitori adottivi e cessano i rapporti verso la famiglia d’origine.

Se sei interessato anche alle procedure di adozione internazionale leggi anche Adozione Internazionale.

I Tribunali per i Minorenni sono competenti e responsabili dell’iter della domanda di adozione; una volta ricevuta la domanda avviano delle procedure di accertamento dei requisiti soggettivi (la A.S.L. avvierà tramite uno psicologo e un assistente sociale colloqui a conclusione dei quali verrà stesa una relazione)  e oggettivi (mediante accertamento effettuato dalla polizia) della famiglia spirante. Le relazioni stilate da entrambi gli organi competenti verranno inviate al Tribunale per i minorenni che ha a carico la domanda di adozione, e dopo un colloquio della famiglia aspirante con un Magistrato Minorile, deciderà se accogliere la domanda o respingerla. Se la domanda dovesse essere respinta, è ammesso ricorso alla  Corte di Appello presente nella stessa città.

Adozione Internazionale

Pubblicato da Dott.ssa Francesca Vottero Ris, psicologa  Torino

PROCEDURE PER LA DOMANDA DI ADOZIONE INTERNAZIONALE
Perizia psicologicaLa legge 184 ha disciplinato la procedura di adozione internazionle.
I coniugi che desiderano adottare un bambino straniero devono presentare la domanda solamente al Tribunale dei minori competente della loro città. Accertata la sussistenza dei requisiti richiesti dalla legge attraverso le indagini sanitarie, sociali e psicologiche, viene rilasciata la dichiarazione di idoneità all’adozione, che consente di appoggiarsi a delle associazioni che si occupano di adozioni internazionali e/o di recarsi all’estero per attuarla.

L’articolo 32 riconosce efficace il provvedimento straniero quando:

  • è stata emanata la dichiarazione di idoneità
  • il provvedimento straniero è conforme con le leggi dello stato che lo ha emesso
  • non è contrario ai principi fondamentali che regolano nello Stato il diritto di famiglia e dei minori.

Alcuni paesi stranieri potrebbero richiedere delle valutazioni psicologiche ulteriori e la somministrazione di alcuni test psicologici.
Una volta che il minore sia entrato in Italia con lo stato di figlio adottivo verranno applicate le norme per l’affidamento preadottivo nazionale.

I Tribunali per i Minorenni sono competenti e responsabili dell’iter della domanda di adozione; una volta ricevuta la domanda avviano delle procedure di accertamento dei requisiti soggettivi (la A.S.L. avvierà tramite uno psicologo e un assistente sociale colloqui a conclusione dei quali verrà stesa una relazione)  e oggettivi (mediante accertamento effettuato dalla polizia) della famiglia spirante. Le relazioni stilate da entrambi gli organi competenti verranno inviate al Tribunale per i minorenni che ha a carico la domanda di adozione, e dopo un colloquio della famiglia aspirante con un Magistrato Minorile, deciderà se accogliere la domanda o respingerla.  Se la domanda dovesse essere respinta, è ammesso ricorso alla  Corte di Appello presente nella stessa città.

Essere genitori adottivi

Pubblicato da Dott.ssa Francesca Vottero Ris, psicologa Torino

L’adozione di un minore pone imprevisti difficilmente gestibili dai genitori adottivi e spesso il bambino che arriva è molto diverso da quello desiderato.

A volte succede che la famiglia, anche se sul piano razionale è preparata, inconsapevolmente pensi all’adozione come ad un legame simile a quello della nascita biologica, in realtà l’adozione rappresenta, anche nel caso di un bambino piccolo, l’inserimento in un tessuto familiare di un individuo con un corredo genetico, esperenziale e comportamentale maturato altrove.

Le situazioni che sovente i genitori adottivi si trovano a dover affrontare sono dovute alle caratteristiche di personalità e ai comportamenti problematici dei minori: i bambini e gli adolescenti che vengono inseriti in famiglia il più delle volte sono soggetti deprivati e sofferenti, che hanno interiorizzato esperienze traumatizzanti di abbandono, maltrattamento e abuso sessuale, all’origine di problemi psichiatrici e/o relazionali che incidono sulle modalità relazionali e comunicative. A volte non vi sono esperienze così traumatiche, ma il nucleo familiare di provenienza ha forti carenze relazionali che hanno impedito risposte adeguate ai bisogni del figlio. A queste problemi l’adozione di un bambino straniero comporta ulteriori difficoltà legate alle differenza di lingua e cultura che divide i genitori dal piccolo accolto in casa, oltre che dal senso di abbandono e di sradicamento che il minore porta con sé all’ingresso nel nostro paese.

Questi bambini allora, possono mostrare chiusura e diffidenza verso chi si avvicina loro, a volte anche irritazione per le cure prestate, oppure possono dare una sensazione di vulnerabilità, di accettazione passiva di ogni proposta, spesso le esperienze negative avute nelle famiglie di origine possono comportare la difficoltà di fidarsi degli adulti.

Non è raro dunque, incorrere in esperienze di adozione nelle quali prevalgono disagio e sofferenza tanto per i genitori adottivi quanto per i figli, che si possono concludere con la restituzione del bambino all’Istituto o il suo passaggio ad altra famiglia.

Spesso in queste situazioni la famiglia non riesce a far fronte a questi problemi per la carenza di supporti professionali capaci di fornire un orientamento e si sentono lasciate sole di fronte a un compito complesso e difficile che merita un impegno di accoglienza e di aiuto da parte della comunità sociale.

Il successo, o l’insuccesso, del percorso adottivo dipendono essenzialmente da una serie di fattori, relativi sia alle caratteristiche del minore adottato sia alle caratteristiche della famiglia ma le ricerche svolte in Italia e in Europa su centinaia di minori e di famiglie evidenziano, tra i fattori fondamentali che possono portare al successo o al fallimento di questo percorso, l’incidenza del sostegno psicologico rivolto alla famiglia affidataria adottiva.

La famiglia affidataria o adottiva, oltre alla rete di supporto fornita dall’associazione di riferimento, e al lavoro terapeutico e sociale fornito dai servizi di territorio, può aver bisogno di un sostegno psicologico individualizzato che le permetta di comprendere problemi e difficoltà che nascono nella relazione con il bambino o l’adolescente.

I bambini e il gioco

Pubblicato da Dott.ssa Francesca Vottero Ris, psicologa a Torino

In campo pedagogico, il gioco secondo F. FROEBEL (1826) è un mezzo naturale per lo sviluppo della personalità del bambino, un atto creativo nel quale si liberano attività motorie, sensoriali e linguistiche, quello che sarà l’uomo di domani si forma nella prima infanzia. Il gioco quindi, è per il bambino un’attività scelta liberamente e per questo auto gratificante, ha la funzione di realizzare i desideri e nel gioco a differenza del lavoro la realizzazione è immediata. Per questi motivi il gioco del bambino va considerato, da parte dell’ adulto, un’attività privilegiata in quanto ricca di risorse di apprendimento e di relazioni.

Il gioco interviene in modo incisivo nello sviluppo cognitivo attraverso tutte le sue funzioni:

  •  è una forma privilegiata dell’attività motoria, lo sperimentare tutte le forme di gioco fisico consente al bambino lo sviluppo intellettivo in quanto vi è una stretta relazione tra motricità e intelligenza, lo sviluppo del pensiero parte sempre da una base motoria
  • favorisce la socializzazione mediante rapporti attivi e creativi su ambiti sia cognitivo che relazionale
  •  consente al bambino di trasformare la realtà passando dal piano della realtà al piano della fantasia e qui sciogliere ansie e tensioni e realizzare desideri
  •  sollecita la funzione simbolica, componente essenziale della cultura che l’uomo ha costruito e che il bambino deve apprendere
  •  contribuisce a costruire l’equilibrio affettivo,  attraverso il gioco simbolico il bambino esprime le sue esigenze interiori, realizza le sue potenzialità, si rivela a se stesso e agli altri in una molteplicità di aspetti, di desideri e di funzioni
  •  promuove lo sviluppo e l’arricchimento del patrimonio linguistico di ognuno.

Nel gioco si possono distinguere attività ludiformi, che non sono veramente “giochi” ma ne conservano la forma e vengono vissuti dal bambino con lo stesso impegno: egli sperimenta, esplora, immagina, ricerca, ipotizza e confronta in piena libertà. Queste attività sono:

  • il pasticciamento, il bambino di fronte a un nuovo materiale prova, sperimenta, tenta il suo utilizzo senza eseguire ordini precisi;
  • la manipolazione finalizzata, il bambino lavora con il pongo o con la plastilina o altro materiale a disposizione;
  • le attività grafico-pittorico, il bambino utilizza pennelli, tempere o acquarelli, il teatro dei burattini e delle marionette, il bambino dà voce alle sue paure, ansie o ai personaggi conosciuti, le attività sonoro-musicali, il bambino sperimenta strumenti, suoni, melodie e rumori imparando a distinguerli, ma anche tutte le esplorazioni e le ricerche, la raccolta e la seriazione di oggetti, ossia tutto ciò che può diventare gioco dell’apprendere.

Il pensiero positivo si impara dai genitori

L’importanza di avere un atteggiamento positivo è compresa già dai bambini in tenera età, ma la capacità di mobilitare questa risorsa anche nelle situazioni di difficoltà dipende più dall’atteggiamento dei genitori che dall’indole del bambino. I piccoli capiscono già a cinque anni che ci si sente meglio dopo aver avuto pensieri positivi, ma fanno più fatica a comprendere come il pensiero positivo possa risollevare l’animo quando si è coinvolti in situazioni negative, come per esempio cadere e farsi male. In queste situazioni, il livello di ottimismo e di speranza dei genitori ha un ruolo significativo nella capacità del bambino di comprendere il potere del pensiero positivo.  Che il “pensare positivo” sia di aiuto a sentirsi meglio lo capiscono già i bambini della scuola materna, e questo può non stupire. Ciò che è meno ovvio è che a dettare la capacità del bambino di assumere un atteggiamento positivo anche nelle situazioni difficili sia, più che la sua indole, l’atteggiamento verso la vita e la capacità di pensare positivo dei suoi genitori. Ad appurarlo è stato uno studio condotto da ricercatori della Jacksonville University e dell’Università della California a Davis, che lo illustrano in un articolo pubblicato su “Child Development“. Nello studio, i ricercatori hanno esaminato 90 bambini di età compresa fra i 5 e i 10 anni. I bambini ascoltavano sei storie in cui due personaggi provavano un’emozione dopo aver sperimentato qualcosa di positivo (ricevere in regalo un cucciolo), negativo (rovesciare il bricco del latte), o ambiguo (l’arrivo di un nuovo insegnante). Dopo ciascuna esperienza, un personaggio aveva un pensiero ottimista, inquadrando l’evento in una luce positiva, mentre l’altro aveva un pensiero pessimista, mettendo l’evento in una luce negativa. I ricercatori a questo punto chiedevano ai bambini di giudicare le emozioni di ogni personaggio e di fornire una spiegazione per quelle emozioni. In colloqui precedenti, i ricercatori avevano accuratamente valutato il livello di ottimismo e speranza di ogni bambino e dei suoi genitori.  Già dai 5 anni i bambini capiscono che le persone si sentono meglio dopo aver avuto pensieri positivi che non dopo aver avuto pensieri negativi, e dimostrano pure di comprendere l’importanza di avere pensieri positivi in situazioni ambigue, una comprensione quest’ultima che diventa più profonda con l’aumentare dell’età. I bambini mostrano invece una maggiore difficoltà a comprendere come il pensiero positivo possa risollevare l’animo di qualcuno che sia coinvolto in situazioni negative, come per esempio cadere e farsi male. In queste situazioni, il livello di ottimismo e di speranza del bambino ha un ruolo significativo nella capacità di comprendere il potere del pensiero positivo, ma decisamente più grande lo ha l’atteggiamento dei genitori. “Oltre all’età, il più forte predittore della comprensione da parte dei bambini dei benefici del pensiero positivo, non è il livello di speranza e di ottimismo del bambino stesso, ma quello dei suoi genitori”, spiega Christi Bamford, che ha condotto lo studio. I risultati, osserva la Bamford, sottolineano il ruolo dei genitori nell’aiutare i bambini a imparare a sfruttare il pensiero positivo per sentirsi meglio quando le cose si fanno difficili.

Fonte: Le Scienze Dicembre 2011