PSICOTERAPIA COGNITIVA E COMPORTAMENTALE

Scritto dalla Dott.sa Lalama Francesca e Vottero Ris Francesca

” L’uomo possiede la chiave della comprensione e soluzione del suo disturbo psicologico entro il campo della sua coscienza” (A.T. Beck 1976).

La Psicologia, fin dagli albori, si è occupata dei problemi emotivi (ansia, depressione, rabbia, colpa, vergogna) con risultati non sempre entusiasmanti. Soltanto in questi ultimi anni possiamo realmente affermare di possedere una serie di procedure rigorose e scientificamente valutabili per il loro trattamento.
Un più efficace approccio alla gestione dei problemi emotivi coincide con la comparsa e la diffusione, nel mondo della psicologia, del modello cognitivo comportamentale negli anni Sessanta.
Tale modello postula una complessa relazione tra emozioni, pensieri e comportamenti, sottolineando come molti dei nostri problemi (tra i quali quelli emotivi) siano influenzati da ciò che facciamo e ciò che pensiamo nel presente, qui ed ora.
Questo vuol dire che agendo attivamente ed energicamente sui nostri pensieri e sui nostri comportamenti attuali, possiamo liberarci da molti dei problemi che ci affliggono da tempo.
La psicoterapia cognitivo-comportamentale (PCC) sta quindi assumendo il ruolo di trattamento psicologico d’elezione per la stragrande maggioranza dei problemi emotivi e comportamentali.

Che cos’è
La psicoterapia cognitivo-comportamentale, come suggerisce il termine, combina due forme di terapia estremamente efficaci:
– La psicoterapia comportamentale: aiuta a modificare la relazione fra le situazioni che creano difficoltà e le abituali reazioni emotive e comportamentali che la persona ha in tali circostanze, mediante l’apprendimento di nuove modalità di reazione. Aiuta inoltre a rilassare mente e corpo, così da sentirsi meglio e poter riflettere e prendere decisioni in maniera più lucida.
– La psicoterapia cognitiva: aiuta ad individuare certi pensieri ricorrenti, certi schemi fissi di ragionamento e di interpretazione della realtà, che sono concomitanti alle forti e persistenti emozioni negative che vengono percepite come sintomi e ne sono la causa, a correggerli, ad arricchirli, ad integrarli con altri pensieri più oggettivi, o comunque più funzionali al benessere della persona.
Quando sono combinate queste due forme di trattamento diventano un potente strumento per risolvere in tempi brevi forti disagi psicologici.

Alcuni cenni storici
La psicoterapia cognitivo-comportamentale  non è nata come orientamento teorico a sé stante, ma ha fatto propri concetti eterogenei fra loro provenienti da approcci diversi appartenenti a periodi storici differenti.
La seconda parte del nome (comportamentale) deriva dal comportamentismo, una prospettiva teorica sviluppata agli inizi del ventesimo secolo grazie agli studi di John B. Watson e I.P. Pavlov. Tale disciplina studiava il comportamento osservabile, ovvero le risposte delle persone a determinati stimoli ambientali, e come tali risposte potevano essere modificate introducendo dei condizionamenti. Gli studi svolti in questo ambito si sono rivelati particolarmente fruttuosi nel campo delle fobie, introducendo tecniche molto efficaci per desensibilizzare un individuo verso un oggetto o una situazione temuta.
Il cognitivismo si è invece sviluppato negli anni sessanta, e il suo interesse è rivolto ai processi mentali che permettono di strutturare le proprie esperienze, di dare loro un senso e di metterle in relazione le une con le altre. Secondo tale prospettiva alla base di ogni disturbo psichico vi sono delle distorsioni di pensiero, le quali generano assunti sbagliati e convinzioni irrazionali. Tali distorsioni si trasformano nel tempo in veri e propri schemi di pensiero relativamente stabili, che portano l’individuo ad entrare in un circolo vizioso che si autoalimenta. Per esempio, una persona che creda di dover essere perfetta in tutto ciò che fa, tenderà a provare sentimenti estremamente negativi ogni volta che commette un errore.
Alla base di queste emozioni negative c’è un errore di pensiero, di interpretazione.
Albert Ellis, negli anni sessanta, ha sviluppato un tipo di terapia, definita terapia razionale-emotiva, che si occupa proprio di questi pensieri distorti, aiutando il paziente a metterli in discussione e a sostituirli con altre idee, come: “Anche se sarebbe stupendo non commettere mai errori, ciò non significa che devo essere perfetto”. In questo modo, la persona che fino a quel momento vedeva le cose da un solo punto di vista, quello disadattivo, impara lentamente a fare uso di ragionamenti diversi che si basano su interpretazioni differenti delle esperienze.
Altro aspetto fondamentale di questo approccio terapico è il lavoro sulle emozioni che viene svolto dal paziente con l’aiuto del terapeuta, attraverso il quale la persona impara a riconoscere e controllare le proprie emozioni. Infatti le emozioni vengono considerate come il prodotto delle cognizioni dell’individuo e della sua interpretazione della realtà. Allo stesso tempo, la terapia cognitivo-comportamentale va ad agire direttamente sul comportamento; ai nuovi pensieri, rielaborati e resi più funzionali, vengono accompagnati comportamenti coerenti. Diviene così possibile per la persona costruire nuovi paradigmi di interpretazione e di comportamento che si mantengono nel tempo, poiché con la pratica divengono loro stessi degli schemi di pensiero e di comportamento consolidati.
Un’altra terapia efficace è quella di A.T. Beck sviluppatasi sempre negli anni sessanta; è una terapia cognitiva strutturata (si articola secondo una struttura ben definita, benché non in maniera rigida, per assicurarne la massima efficacia), direttiva (il terapeuta istruisce il cliente ed assume attivamente il ruolo di “consigliere esperto”), di breve durata (cambiamenti significativi sono attesi entro i primi sei mesi) ed orientata al presente (è volta a risolvere i problemi attuali).
Essa è finalizzata a modificare i pensieri distorti, le emozioni disfunzionali e i comportamenti disadattivi del cliente, producendo la riduzione e l’eliminazione del sintomo e apportando miglioramenti duraturi nel tempo.

Il cognitivismo in Italia
Dagli anni ’80 alcuni cognitivisti italiani (Guidano e Liotti, 1983, Reda, 1986) elaborano un modello torico della conoscenza umana, quindi della psicopatologia, in cui confluiranno elementi dell’evoluzionismo, dell’etologia, della psicologia delle emozioni, della teoria dell’attaccamento, delle teorie piagetiane dello sviluppo cognitivo.
Nonostante allo stato attuale vari gruppi di ricercatori (Liotti, Lorenzini e Sassaroli, Mancini, Semerari, De Silvestri)        stanno seguendo specifici orientamenti e differenti ambiti di ricerca rimangono come elementi unificatori la stretta relazione tra ricerca di base in psicologia sperimentale e psicoterapia, l’attenzione alla ricerca neurobiologica e alle funzioni metacognitive (Semerari, 2000), le strutture di significato e processi di elaborazione della conoscenza.

Applicazioni cliniche
Attualmente la Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale copre il campo del trattamento di tutti i disturbi mentali: disturbi dell’area nevrotica (disturbi d’ansia, fobie, ossessioni-compulsioni, depressione), disturbi del comportamento alimentare (anoressia e bulimia), disfunzioni sessuali, disturbi di personalità, problemi psicopatologici dell’età evolutiva, psicopatologia nell’anziano.
Oltre alle applicazioni psicopatologiche le tecniche cognitivo-comportamentali si dimostrano particolarmente efficaci e rapide per aiutare le persone a risolvere difficoltà di adattamento o crisi evolutive (difficoltà nelle relazioni sociali o nel lavoro, ansia da esame, reazioni disadattive al lutto, difficoltà nella coppia o nella gestione dei figli, ecc.), anche attraverso modalità alternative al trattamento psicoterapico (gruppi di auto-aiuto, biblioterapia, terapia on-line).

Le sue caratteristiche in sintesi:
1) Mirata allo scopo. All’inizio della terapia, previa una approfondita valutazione diagnostica, vengono concordati gli obiettivi da raggiungere, viene stabilito un piano di trattamento che si adatti alle esigenze del singolo, vengono previsti i tempi e le modalità di verifica per il raggiungimento dei cambiamenti auspicati;
2) Attiva. Sia il paziente che il terapeuta giocano un ruolo attivo nella terapia. Il terapeuta cerca di insegnare al paziente ciò che si conosce dei suoi problemi e delle possibili soluzioni ad essi. Il paziente, a sua volta, lavora al di fuori della seduta terapeutica per mettere in pratica le strategie apprese in terapia, svolgendo dei compiti che gli vengono assegnati volta volta. Nella PCC il terapeuta svolge un ruolo attivo nella soluzione dei problemi del paziente, intervenendo spesso e diventando talvolta “psico-educativo”. Ciò tuttavia non vuole assolutamente dire che il paziente assista ad una lezione nella quale si sente dire che cosa dovrebbe fare e come dovrebbe pensare; anch’egli, anzi, è stimolato ad essere più attivo possibile, un terapeuta di sé stesso, sotto la guida del professionista.
3) Collaborativa. Paziente e terapeuta lavorano insieme per capire e sviluppare strategie che possano indirizzare il paziente alla risoluzione dei propri problemi. La PCC è infatti una psicoterapia breve basata sulla collaborazione tra paziente e terapeuta. Entrambi sono attivamente coinvolti nell’identificazione delle specifiche modalità di pensiero che possono essere causa dei vari problemi. Il paziente potrà scoprire di aver trascurato possibili soluzioni alle situazioni problematiche. Il terapeuta aiuterà il paziente a capire come poter modificare abitudini di pensiero disfunzionali e le relative reazioni emotive e comportamentali che sono causa di sofferenza.
4) Centrata sul presente. Il lavoro terapeutico, soprattutto quando mirato alla soluzione di sintomi specifici, si basa sull’elaborazione di quello che succede nella vita attuale della persona. L’attenzione al passato e alla storia personale è sicuramente importante in fase diagnostica e in alcune categorie di intervento, ma normalmente la terapia cerca innanzitutto di far uscire il paziente dai paradossi mentali in cui è caduto.
5) A breve termine. La terapia cognitivo-comportamentale è a breve termine, ogni qualvolta sia possibile. Il terapeuta è comunque generalmente pronto a dichiarare inadatto il proprio metodo nel caso in cui non si ottengano almeno parziali risultati positivi, valutati dal paziente stesso, entro un numero di sedute prestabilito. La durata della terapia varia di solito dai tre ai dodici mesi, a seconda del caso, con cadenza il più delle volte settimanale. Problemi psicologici più gravi, che richiedano un periodo di cura più prolungato, traggono comunque vantaggio dall’uso integrato della terapia cognitiva, degli psicofarmaci e di altre forme di trattamento.
6) Integrabile e flessibile. Nei casi di particolare gravità si presta a sinergie con il trattamento psicofarmacologico; rappresenta inoltre un riferimento teorico e strategico centrale nei programmi complessi di riabilitazione psicosociale per pazienti psichiatrici;
7) Efficace a lungo termine. Come già affermato in precedenza le tecniche cognitivo-comportamentali si prestano facilmente a una misurabilità dei risultati che riescono ad ottenere. Le ricerche effettuate finora, in studi replicabili, dimostrano che, per una vasta gamma di disturbi, fra cui quelli d’ansia, i cambiamenti ottenuti con queste tecniche si mantengono a lungo nel tempo.
8)  Scientificamente fondata. È stato dimostrato attraverso studi controllati che i metodi cognitivo-comportamentali costituiscono una terapia efficace per numerosi problemi di tipo clinico. E’ stato dimostrato che la PCC è efficace almeno quanto gli psicofarmaci nel trattamento della depressione e dei disturbi d’ansia, ma assai più utile nel prevenire le ricadute.


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