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La Bulimia Nervosa

Pubblicao da Dott.ssa Francesca Vottero Ris, psicologa a Torino

La bulimia nervosa è uno dei disturbi del comportamento alimentare ma rispetto all’anoressia nervosa e all’obesità è più complicata da riconoscere. La ragione principale è che il peso corporeo delle persona anoressica o quello dell’obeso permettono immediatamente di orientarsi verso la diagnosi mentre, essendo frequentemente normopeso, le pazienti bulimiche non possono essere così facilmente identificate.

Un’altra ragione meno evidente è che spesso l’abbuffata ed il vomito vengono vissuti con profondo senso di colpa che costringe le persone a mantenere segreto il proprio comportamento. Il risultato è che, in alcuni casi, le abbuffate e le condotte di eliminazione possono essere messe in atto anche per anni senza che amici e familiari riescano ad accorgersi di nulla.

Esistono alcuni modi per riconoscere le persone con bulimia nervosa all’osservazione, test di laboratorio e test psicologici. Tali elementi comunque non hanno valore assoluto ma vanno integrati con la conoscenza della storia personale della persona e rapportati al peso, al modo di alimentarsi e al comportamento del soggetto in generale.

In ambito familiare un barattolo di cioccolata che sparisce non significa automaticamente avere una figlia ammalata di bulimia nervosa, ma la combinazione di alcuni comportamenti (tracce di cibi nascosti, andare in bagno subito dopo ogni pasto, l’ossessione per la macrobiotica, significative e ripetute oscillazioni del peso corporeo) possono senz’altro essere sufficienti per chiedere una consulenza specialistica.

In generale è essenziale ricordare che non esistono interessi per la forma fisica che giustifichino la messa in atto di comportamenti dannosi per la salute come il vomito o l’assunzione di lassatvi o diuretici per scopi diversi da quelli per cui questi farmaci sono indicati. Analogamente nessun interesse “normale” per la forma fisica o per la salute del corpo può giustificare la segretezza di comportamenti come il digiuno compensatorio, l’occultamento del cibo o la mistificazione riguardo a ciò che si mangia o si è mangiato. E’ difficile considerare “normale” che una persona per qualsiasi motivo, per convinzione personale o religiosa o per intolleranze alimentari più o meno ben definite dal punto di vista medico, arrivi a restringere la propria alimentazione al punto da escludere classi intere di alimenti come zuccheri, grassi, carboidrati o proteine. Una persona che riferisce per qualsiasi motivo di essere intollerante a moltissimi alimenti, che evita tutti i cibi a contenuto calorico alto o ritenuto tale e che sostiene di “sentirsi meglio” con il calo del peso e sentirsi peggio in caso di aumento di peso dovrebbe essere valutato da uno specialista in disturbi della condotta alimentare (psicologo, psicoterapeuta e/o psichiatra).

In presenza di tali elementi è possibile che la persona si rivolga al medico di base, al nutrizionista o ad un dietologo. In nessuno di questi casi una ulteriore valutazione da parte di uno specialista in disturbi della condotta alimentare, almeno per un sommario screening del problema, potrebbe risultare in qualche modo dannosa, permettendo invece di pianificare un trattamento mirato al problema.

Maggie si mette a dieta. Così rischia l’anoressia

Maggie si mette a dieta Così rischia l’anoressia

La pericolosità dei disturbi alimentari dei bimbi

bambina anoressica

Roma 29 agosto 2011 – ESCE in libreria e fa discutere il ritratto di Maggie goes on a diet di Paul M. Kramer, storia di una ragazzina di 14 anni che diventa la star della scuola dopo aver intrapreso una serie di rinunce per perdere peso. L’obesità affligge i teen ager, ma la favola di Maggie è stata bocciata dai medici negli Stati Uniti. Secondo Joanne Ikeda, nutrizionista a Berkeley, «insinuare l’insoddisfazione per il proprio corpo può innescare proprio quel disordine alimentare che si vorrebbe contrastare». Un altro avvertimento viene dal Regno Unito: bimbe che smettono di giocare e si mettono a misurare le calorie, rifiutando il cibo. Il fenomeno è noto anche in Italia, ne ha parlato in termini allarmanti la psicanalista Pamela Pace su queste pagine. E lo conferma Maria Gabriella Gentile, del centro per i disturbi alimentari del Niguarda di Milano: 9 pazienti su 10 sono ragazze tra i 15 e i 16 anni.

GLI ECCESSI, così come le carenze alimentari, sfasano l’equilibrio dell’organismo. «Tutti i valori ormonali, non solo nella sfera sessuale ma anche anche a livello di surrenale e tiroide, si alterano in caso di bulimia e anoressia — spiega Roberto Castello, direttore della medicina generale endocrinologica nell’ospedale universitario di Verona — . Questo è espressione di adattamento a una sofferenza psichica, il rifiuto della femminilità. Il calo di peso e del tessuto adiposo modifica l’equilibrio delle gonadotropine, il quadro bioumorale segna come un ritorno all’infanzia. Si fermano le mestruazioni, come avviene anche nelle atlete e danzatrici. Ma almeno le sportive superano l’inconveniente, che allentando i ritmi degli allenamenti è reversibile».
Nelle anoressiche si pone il dilemma se intervenire o meno con la pillola o con altri mezzi, e qui entra in scena l’endocrinologo. «Un indice di massa corporea sotto i 18 ci spinge a evitare ulteriori stress — aggiunge il dottor Castello — quindi perché insistere nel far tornare il ciclo a una ragazzina che deve risparmiare calorie? Eppure in ospedale vediamo genitori preoccupati più delle irregolarità della figliola che di altro. Dal nostro punto di vista è bene salvaguardare specialmente parametri come la mineralizzazione ossea».

«UNA RAGAZZINA in sovrappeso sviluppa più facilmente una insoddisfazione per il corpo e comportamenti restrittivi — spiega Simonetta Marucci, endocrinologa del Centro disturbi alimentari di Todi — . Lavoriamo in équipe, non si può prescindere dall’aspetto psicologico o da quello prettamente fisico, spesso gli insuccessi terapeutici sono legati a un approccio parziale. Prioritaria per noi l’attenzione ai rischi per l’organismo (difetto di crescita, bassi livelli ormonali, osteoporosi) anche perché uno stato di denutrizione condiziona la risposta a livello psichico». Il primo fattore di rischio risulta la dieta, quindi sono «bocciate le iniziative che focalizzano l’attenzione sul corpo — conclude la specialista — perché non fanno che alimentare l’ossessione per le forme corporee».

IL RAPPORTO conflittuale con il cibo riguarda circa 3 milioni di italiani. Anoressia e bulimia assillano il sesso femminile (95% dei pazienti che chiedono aiuto) e la fascia d’età tra i 12 e i 25 anni, ma spesso anche donne quarantenni e uomini adulti. Doveroso affrontare il problema, come hanno fatto il ministero della Salute e Pubblicità progresso. Tra le associazioni in prima linea l’Aba, (www.bulimianoressia.it), presieduta da Fabiola De Clerq, e l’Ame (www.associazionemediciendocrinologi.it) presieduta da Giorgio Borretta.

Fonte: Quotidiano.net

Alessandro Malpelo

Anoressia nervosa

Scritto dalla Dottoressa Francesca Vottero Ris, psicologa a Torino

L’Anoressia nervosa è un Disturbo del comportamento alimentare caratterizzato da:
rilevante perdita di peso corporeo e rifiuto di mantenere un peso normale per il sesso, l’età e l’altezza, oppure incapacità a raggiungere il peso previsto quando il disturbo si manifesta nella fanciullezza o nella prima adolescenza.

L’Anoressia nervosa è caratterizzata da:

  • intensa paura di diventare grassi anche quando si è sottopeso, la perdita di peso è considerata una straordinaria conquista e un segno di ferrea autodisciplina mentre l’incremento ponderale è esperito come un’inaccettabile perdita della capacità di controllo;
  • alterazione dell’immagine corporea per ciò che riguarda forma e dimensioni, malgrado il sottopeso, alcuni si sentono grassi in riferimento alla totalità del loro corpo, altri ammettono la loro magrezza ma percepiscono come troppo grasse alcune parti del loro corpo come l’addome, i glutei o le cosce;
  • amenorrea (assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi) oppure ritardo della comparsa del menarca in epoca pre-puberale, è la spia di una disfunzione endocrina dovuta a carenze nutrizionali e alla perdita di peso, in una percentuale minore di casi può presentarsi prima del calo ponderale per reazione dell’organismo ad uno stress emotivo.

Chi soffre di questo disturbo manifesta un’ossessiva paura di ingrassare e la ricerca continua di una magrezza estrema, ottenuta primariamente tramite una severa restrizione alimentare. I pensieri riguardanti il cibo e il suo controllo diventano così pervasivi da configurarsi come una sorta di rimuginio ansioso instancabile che non lascia spazio ad altro.
Si possono distinguere due forme di Anoressia nervosa:

1. di tipo restrittivo, in cui sono presenti digiuno e un’eccessiva attività fisica. In alcuni casi può non esserci un forte controllo sull’assunzione di alimenti ma un’attività fisica esasperata e compulsiva che argina la spinta biologica alla fame e assume anche la funzione di anti-ansia tenendo la mente occupata (a volte presente nelle ragazze che praticano uno sport agonistico);
2. di tipo bulimico, in cui sono presenti episodi di abbuffata in cui si mangia con la sensazione di aver perso il controllo sul cibo (non necessariamente grandi quantità di cibo) a cui spesso fanno seguito condotte di compenso come vomito autoindotto, abuso di lassativi e diuretici, intenso esercizio fisico.

Come la maggior parte dei disturbi del comportamento alimentare tende a manifestarsi in età immediatamente pre o post pubertà, ma si può manifestare in occasione di qualsiasi evento che coincida con un cambiamento di vita.
Spesso si manifesta associata a depressione, al disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo bipolare e alla tendenza all’autolesionismo.

Alimentazione incontrollata

Scritto dalla Dottoressa Francesca Vottero Ris, psicologa a Torino

Il disturbo da alimentazione incontrollata, meglio noto come binge eating disorder, rientra nella categoria dei disturbi alimentari atipici (condizioni che non rientrano né in un quadro di anoressia né in un quadro di bulimia) e si presenta con episodi ricorrenti di abbuffate compulsive.
Un’abbuffata compulsiva è definita dai seguenti criteri:

  • mangiare in un periodo di tempo circoscritto (ad esempio nell’arco di due ore), una quantità di cibo indiscutibilmente maggiore di quella che la gran parte delle persone mangerebbe nello stesso periodo di tempo in circostanze simili;
  • sensazione di perdita di controllo sull’atto di mangiare nel corso dell’abbuffata (ad esempio sentire di non poter smettere di mangiare o di non poter controllare cosa e quanto si sta mangiando).

Gli episodi di abbuffate compulsive sono inoltre associati a tre o più dei seguenti criteri:

  • mangiare più rapidamente del normale;
  • mangiare fino ad avere una sensazione dolorosa di troppo pieno;
  • mangiare grandi quantità di cibo pur non sentendo fame;
  • mangiare in solitudine a causa dell’imbarazzo per le quantità di cibo ingerite;
  • provare vergogna, depressione o intensa colpa per l’abbuffata.

Chi soffre di questo disturbo, considera un grave problema la propria condotta alimentare, sia per le sensazioni di perdita di controllo ad essa associate, sia per le conseguenze sul peso e le forme corporee, e/o sulla salute. Tipicamente infatti queste persone mangiano in eccesso anche al di fuori degli episodi di abbuffata, perciò sono in sovrappeso o obese.
Spesso chi manifesta tale disturbo soddisfa la diagnosi di obesità.

Mangiare con la testa

Mangiare con la testa

di Paola Emilia Cicerone

Mangiare con la testa - di Paola Emilia CiceroneL’Organizzazione mondiale della sanità la definisce la più grave epidemia che abbia mai colpito l’umanità: non stiamo parlando di virus esotici, ma di obesità e sovrappeso. «Se sommiamo questi due fenomeni, in Europa il problema riguarda il 50 per cento della popolazione, negli Stati Uniti si arriva al 70, tanto che l’Oms ha coniato il termine “globesity” proprio per sottolineare che si tratta di un fenomeno mondiale», spiega Ottavio Bosello dell’Università di Verona.
Lo spartiacque per chi voglia davvero sapere come stanno le cose è il Bmi, il famoso Body Mass Index, calcolabile dividendo il peso per il quadrato dell’altezza: se il risultato è 25/26 si parla di sovrappeso moderato, che diventa più serio tra 27 e 29 e obesità dal 30 in su. «A rischio sono bambini e adolescenti, che crescono con abitudini alimentari sbagliate, e sopratutto gli anziani per cui il grasso rappresenta un rischio immediato per la salute», prosegue Bosello. Obesità e sovrappeso preludono infatti ad altre patologie – da quelle cardiovascolari, al diabete, alla dislipidemia – che colpiscono in particolare la società occidentale, ammalata di benessere.

L’arma migliore
Proprio qui sta il problema: oggi la maggior parte degli studi – come quelli pubblicati da “Jama”, la prestigiosa rivista dei medici americani, che all’argomento ha dedicato un intero dossier – mostra che sono soprattutto i meccanismi cerebrali a determinare il nostro rapporto con il cibo. E che a questo livello si deve intervenire, con farmaci che agiscono sui neurotrasmettitori o con quel sostegno psicologico che appare una componente sempre più indispensabile di un regime dimagrante destinato al successo. «Visto che punta a modificare un comportamento, e in un terreno carico di connotazioni emotive come il rapporto con il cibo, la dieta non è molto diversa da una psicoterapia. E in quanto tale presuppone la presenza di un professionista qualificato e un controllo costante», sottolinea Giovanni Caputo, segretario della Società Italiana per lo studio dei disturbi del comportamento alimentare.
Secondo il Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle, promotore di uno studio che ha coinvolto 12 mila donne, le intervistate che si sono rivolte a un dietologo sono riuscite – in un periodo di due anni – a ridurre i grassi consumati nella loro dieta in quantità maggiore rispetto a quante hanno scelto il fai-da-te.
E un recente articolo apparso su Jama conferma che un programma integrato di dieta e consulenza psicologica è probabilmente l’arma migliore per combattere i chili in più.
Ecco spiegato l’insuccesso di tante diete improvvisate, drastiche ma abbandonate in breve tempo fino a creare quel fenomeno di continuo ingrassamento e dimagrimento che gli scienziati definiscono «weight cycling syndrome» o più semplicemente «dieta yo yo», nocivo perché si finisce con il perdere massa magra e sviluppare il tessuo adiposo, soprattutto quello viscerale – la classica «pancetta» – che è strettamente correlato a molti malanni.
«Colpa del benessere che ci sta travolgendo: per millenni l’uomo ha dovuto lottare per procurarsi il cibo, il nostro organismo si è attrezzato in modo da sfruttare al massimo ciò che viene ingerito, soprattutto gli alimenti ipercalorici ricchi di grassi», spiega Borsello. E continua: «È questo un meccanismo indispensabile alla sopravvivenza, ma che funziona anche oggi che, nel mondo occidentale, abbiamo a disposizione cibo abbondante e a basso costo, come mai prima d’ora. Non mangiamo più per nutrirci, ma per scaricare frustrazioni, stare con gli amici, confermare il nostro ruolo sociale».
Un altro fattore di rischio, lo ricordano gli studi pubblicati da “Jama”, viene dalla nostra vita sempre più sedentaria, in cui la fatica fisica spesso è solo un ricordo. Una ricerca americana che ha seguito 50 mila donne per più di dieci anni dimostra una correlazione tra le ore trascorse davanti al televisore e l’aumento del peso corporeo: non solo guardare

L’identitik dei drogati di gola

Articolo di Mariano Paola, Nazionale, 13/10/2010

Chi ha un’indole impulsiva cadra’ piu’ facilmente preda del «binge eating», le forme estreme di dipendenza da cibo e le abbuffate periodiche. Non a caso, la tendenza all’impulsivita’ – misurabile con una serie di test psicologici – e’ gia’ stata legata alla «predisposizione» alla tossicodipendenza e all’abuso di alcol e ora si allarga a un campo piu’ ampio di pericoli. E’ la nuova ricerca su cui si concentrano due scienziati italiani, Valentina Sabino e Pietro Cottone, impegnati in un centro per lo studio delle dipendenze della Boston University. Qui studiano il «lato oscuro» del cibo. Analizzando i comportamenti di alcuni topolini, hanno dimostrato che si possono sviluppare sia dipendenza sia compulsione verso alimenti specifici in seguito alle diete «yo-yo», basate sull’alternanza tra cibi golosi e cibi «dietetici». Crisi di dipendenza. E’ evidente, cosi’, che un nuovo tipo di droga, sempre piu’ pericoloso per la salute, siano i cibi troppo golosi, gli snack e il «junk food». E non e’ tutto. Un’altra ricerca – apparsa su «Nature Neuroscience» e realizzata da Paul Kenny dello Scripps Research Institute di La Jolla, California – ha rivelato che la dipendenza da cibo e’ identica, per sintomatologia e cambiamenti cerebrali, a quella indotta dalla cocaina e dall’eroina. Kenny ha osservato che i centri del piacere, noti per il ruolo nelle tossicodipendenze, «vanno in tilt» anche nel cervello delle cavie drogate da cibo: al centro c’e’ un neurotrasmettitore, la dopamina, e i comportamenti si alterano. Quando scoppia l’astinenza, i topolini affrontano dolorose scosse elettriche pur di arrivare alla cioccolata. Sono proprio le abbuffate ad aver attirato l’attenzione della coppia Valentina Sabino&Pietro Cottone, che alle spalle hanno un’avventura a lieto fine. «All’Universita’ di Palermo abbiamo presentato una tesi di laurea in farmacologia e siamo partiti per un periodo di pre e post-dottorato allo Scripps Research Institute di La Jolla – racconta Cottone -. Li’ abbiamo richiesto un finanziamento ai National Institutes of Health per un progetto di ricerca, utilizzando un nuovo meccanismo che da’ la possibilita’ ai giovani ricercatori di fare il salto verso l’indipendenza, ricevendo fondi per realizzare un proprio laboratorio. E’ cosi’ che siamo stati assunti alla Boston University». Ed e’ qui che «The Italians> > – come li chiamano i colleghi – hanno partorito la scoperta sul cibo-droga. Un segno di dipendenza sono proprio le abbuffate, insieme con le manifestazioni di ansia e stress, con un desiderio impossibile da spegnere se non addentando l’ennesima tavoletta di cioccolato. Solo dopo averla divorata la «crisi d’astinenza» si placa, almeno momentaneamente, fino a che non si sentira’ il bisogno di un’altra «dose». Le cavie sono state costrette a un regime «alternato»: per cinque giorni la settimana il cibo «standard» per due una dieta zuccherina al sapore di cioccolato. «Dopo alcune settimane – sottolinea Cottone – nei cinque giorni ”normali” i topolini sviluppavano una sintomatologia caratterizzata da un comportamento ansioso e dal rifiuto del cibo meno goloso, che in condizioni normali mangerebbero. Nelle 48 ore di alimenti al sapore di cioccolato, invece, si nutrivano in modo smodato e lo stress si placava». Lo studio dimostra che a causare l’altalena di sintomi e’ l’attivazione del sistema del fattore di liberazione della corticotropina («Crf») nel centro neurale della paura, l’amigdala, che e’ coinvolta nella genesi dell’ansia. Quando il cibo goloso viene rimosso, nell’amigdala aumenta il «Crf», ma non appena si da’ il cioccolato il sistema ritorna alla condizione di base, e l’ansia scompare, come se la dieta zuccherina alleviasse l’astinenza. Somministrando un farmaco sperimentale che spegne il «Crf», infine, i topolini riducono l’abuso di cioccolato e l’astinenza scompare. Borsa di studio meritocratica. E’ quindi l’attivazione del «Crf» a spiegare perche’ e’ cosi’ difficile mantenere nel tempo un corretto regime dietetico. Non solo. Lo studio suggerisce che la dieta «yo-yo» e’ un processo che si autosostiene, aumentando il rischio di obesita’ e disturbi alimentari. La scoperta potrebbe condurre a terapie per chi non riesce a dimagrire e puo’ aprire nuove finestre d’indagine sugli ingredienti del «junk food» che generano dipendenza. Intanto la coppia Sabino&Cottone lavora a un obiettivo parallelo. «Vogliamo realizzare un altro sogno che aiuterebbe altri giovani italiani – spiegano -. L’idea e’ dare ad altri le stesse possibilita’ che abbiamo avuto noi, creando una borsa di studio meritocratica per lavorare nel nostro laboratorio. Ma e’ chiaro che per trasformare tutto in realta’ abbiamo bisogno di fondi: ora cerchiamo finanziatori in Italia».

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“E’ la dieta la mia droga”: quando il regime fai-da-te danneggia il metabolismo e produce dipendenza

Articolo di Elisa Elena, Stampa, Torino, 6/6/2010

Dieting: quando la dieta e’ una droga e la vita ruota attorno alla dose quotidiana di rinuncia. Accade a molti, a donne e adolescenti soprattutto, che dopo mesi di sacrifici sono dimagrite con il fai da te. Poi hanno riacquistato peso e cosi’ hanno ricominciato a non mangiare. Un tira e molla che ha spalancato loro le porte dei disturbi alimentari. E della dipendenza. Che parte dalla volonta’, apparentemente innocua, di perdere un paio di chili e finisce con la necessita’ di infliggersi un regime calorico costantemente ridotto. Percio’ si vive rifiutando inviti a cena, comprando soltanto “light”, contando calorie, trascorrendo intere giornate a bollire intrugli e a bere pozioni depuranti. Un’esistenza complicata e pericolosa, fatta di rigore durante i pasti e di controllo fuori. E poi di scarsa nutrizione, basse difese immunitarie e di fame. Il momento delle grandi abbuffate arriva inevitabilmente. Con loro, il senso di colpa: cosi’ si continua a sforare, si riacquista peso e il gioco e’ fatto. Si ricomincia la dieta. Un comportamento micidiale dal nome spiritoso: «effetto yo-yo» che ha ripercussioni sul fisico e, si e’ scoperto, anche sulla mente: crea dipendenza. A verificarlo due ricercatori italiani, emigrati in America, ora professori alla Boston University, Valentina Sabina e Pietro Cottone. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista scientifica “Pnas” . “L’affamarsi e’ contro natura – dice  Giovanna Cecchetto, presidente dell’Andid, associazione nazionale dietisti – rigide restrizioni, adottate per dimagrire in poco tempo, alterano il metabolismo che rallenta e smette di bruciare grassi. La conclusione, paradossale, e’ l’incapacita’ di perdere peso”. Percio’ il corpo ingrassa solo a buttar giu’ una foglia d’insalata e il pensiero, complice, non da’ tregua: rimanda immagini – e fa sentire la voglia irrefrenabile – di torte al cioccolato e tagliatelle al ragu’. “Siamo fatti cosi’, e’ una questione biologica – continua il presidente dell’associazione – diete prolungate annullano il senso di fame. E se il nostro organismo e’ stato a regime troppo a lungo sente la spinta incontrollata verso il cibo”. Una reazione alla fame dal sapore di vendetta. Un fatto naturale che accomuna uomini e animali. I ricercatori hanno scoperto che nel cervello dei topolini di laboratorio, l’alternanza di abbuffate e digiuni genera lo stesso meccanismo indotto da cicli di astinenza e di intossicazione da droghe. E’ cio’ che accade negli esseri umani: dopo un periodo di dieta si sente il bisogno di uno strappo alla regola, meglio se con il piatto preferito, un cibo goloso, «proibito». L’organismo, tenuto a stecchetto, trattiene il nutrimento – grassi e zuccheri compresi – per il timore di restare a digiuno. Ma non si accontenta, ne vuole di piu’ e, come il drogato in crisi di astinenza, la mente riaccende la voglia. “Le diete scopiazzate dalle riviste, quelle chieste in prestito alle amiche e prese da Internet – dice Laura Bellodi, direttrice del Centro per lo studio e il trattamento dei disturbi alimentari del San Raffaele a Milano – sono spesso l’origine di anoressia, bulimia e obesita’. Rendere consapevoli le persone che i centri che governano i nostri istinti primari, come la fame, sono primitivi e non rispettano i nostri desideri di pianificazione, selezione e organizzazione, puo’ servire a far comprendere, forse, che e’ inutile incaponirsi: la natura e’ piu’ forte di qualsiasi nostra volonta’”.

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Bambini di 10 anni e anche piu’ piccoli colpiti dai disturbi alimentari

Articolo di L.Mondo, S. Del Principe, Stampa, Torino, 12/10/2010

Quando si parla di anoressia e bulimia, spesso si pensa a problematiche di adulti e adolescenti, ma la brutta notizia è che l’età in cui insorgono i disturbi alimentari si sta tragicamente abbassando. Da un sondaggio recente, infatti, si è scoperto che sono migliaia le ragazzine di circa 10 anni a soffrire di anoressia o bulimia. La causa? Probabilmente i traumi familiari, come i litigi dei genitori, le separazioni e i divorzi. Dai dati che emergono dallo studio condotto dal groppo di supporto Overeaters Anonymous GB, il 53% dei malati ha asserito di aver avuto i primi disturbi intorno ai 10 anni di età. Solo un terzo di questi ha sviluppato la malattia relativamente tardi: intorno agli 11-15 anni. I dati riportati sul DailyMail potrebbero sembrare a prima vista incredibili, ma non è raro vedere ragazzini affetti da disturbi alimentari. «Purtroppo i risultati dell’indagine non sono poi così sorprendenti. Stiamo notando che le persone in trattamento per anoressia sono sempre più giovani», afferma MaryGeorge, un portavoce del Beat, che continua «Abbiamo condotto uno studio simile all’inizio di quest’anno e abbiamo trovato l’età media per lo sviluppo di questa patologia appena  sotto i 12 anni. C’è anche stato un caso di sei anni». L’indagine ha potuto dimostrare che la causa scatenante è quasi sempre riconducibile a problemi familiari, siano essi di natura caratteriale o causati dalla perdita di una persona amata. Questo è un motivo in più per dare importanza e mettere maggior impegno in rapporti familiari sani che, a quanto pare, sono alla base della salute psicofisica dei bambini.

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