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La Mindfulness aiuta a fare scelte più intelligenti

La semplice meditazione detta di Consapevolezza, fatta anche per soli 15 minuti è risultata essere efficace nel promuovere scelte e decisioni più consapevoli, migliori e intelligenti.  Bastano 15 minuti di meditazione Mindfulness (o Consapevolezza) per compiere scelte o prendere decisioni migliori, più intelligenti. Un solo quarto d’ora e ne beneficia dunque non solo il cervello, ma anche la propria vita, dimostrano ancora una volta l’efficacia di questo metodo tanto semplice quanto utile.

Ad aver osservato la validità della Mindfulness anche nell’ambito delle scelte che una persona può operare in diverse situazioni di vita sono stati gli scienziati francesi dell’INSEAD (Institut Européen d’Administration des affaires) insieme agli statunitensi della Wharton School of the University of Pennsylvania che hanno condotto uno studio i cui risultati sono stati pubblicati su Psychological Science, una rivista della Association for Psychological Science.

Il dott. Andrew Hafenbrack e colleghi hanno constatato come le persone in genere hanno difficoltà ad ammettere di aver sbagliato a prendere una decisione, specie iniziale, quando i risultati di una certa impresa o altro non sono positivi o sono indesiderabili. Questo perché molti non vogliono sentirsi inutili, sapere di aver fallito o che il loro investimento iniziale è stato una perdita.
Ironia della sorte, è proprio questo tipo di pensiero che spesso induce le persone a sprecare o perdere più risorse nel tentativo di riconquistare il loro investimento iniziale o nel cercare di pareggiare i conti.

Una soluzione a questo genere di atteggiamento distruttivo o che comunque alla fine risulta controproducente è stata trovata essere la Mindfulness, che fondandosi sulla consapevolezza del momento presente, libera la mente da certi pensieri e può contribuire a contrastare questa radicata tendenza e aiutare a prendere decisioni migliori.
I ricercatori hanno osservato come anche un breve periodo di meditazione Mindfulness potesse incoraggiare le persone a prendere decisioni più razionali considerando le informazioni disponibili nel momento presente, ma soprattutto ignorando alcune delle altre preoccupazioni che in genere esasperano gli errori di valutazione irrecuperabili.

Al termine dello studio, i ricercatori hanno potuto rilevare come le persone più tipicamente focalizzate sul momento presente, ossia nella Consapevolezza, avessero riferito che avrebbero ignorato gli errori irrecuperabili, e gli eventuali investimenti perduti.
Questi stessi risultati positivi si sono mostrati anche quando gli scienziati hanno ripetuto altri tre esperimenti, con maggiori difficoltà e costi.
I partecipanti, suddivisi a caso in due gruppi, hanno mostrato di essere più consapevoli e operare scelte più intelligenti nel praticare la Mindfulness, a differenza degli appartenenti al gruppo di controllo che dovevano soltanto pensare a qualsiasi cosa veniva loro in mente.
In conclusione, la meditazione di Consapevolezza si dimostra efficace anche in caso di scelte pratiche come gli investimenti economici, imprese o altri ambiti che riguardano la vita di tutti i giorni.

Fonte: La Stampa

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La ruota della consapevolezza

Autrice : Dott.ssa Francesca La Lama

La ruota della consapevolezza

images 

E’importante riuscire a diventare

consapevoli della propria mente.

Questa può essere una

consapevolezza molto utile.

Ma nella vita non sono molte le cose

che ci permettono di conoscerla.

E così per un paio di minuti

cercheremo di fare proprio questo.

                                Daniel J. Siegel

Un Esercizio di Consapevolezza Riflessiva

Mettiti comodo. Potrebbe essere una buona idea se ti sedessi, possibilmente con la schiena diritta, i piedi ben piantati per terra e le gambe non incrociate. Se vuoi, stenditi sul pavimento. E, prima con gli occhi aperti, prova a fare questo. Lascia che la tua attenzione si rivolga al centro della stanza… e adesso prendi nota della tua attenzione mentre la dirigi al muro che hai davanti… e ora segui la tua attenzione mentre torni a rivolgerla al centro della stanza… e poi davanti a te, come se avessi in mano un libro e lo stessi leggendo. Nota che la tua attenzione può andare su luoghi molto diversi. Ora dirigi la tua attenzione dentro di te. Potresti permettere ai tuoi occhi di chiudersi, e quando si chiudono cogliere la sensazione interna del tuo corpo nello spazio, e nel punto della stanza in cui sei

seduto. E ora diventa consapevole dei suoni che ti circondano. La sensazione di questi suoni riempie la tua consapevolezza.

 (Fermati qualche attimo)

Lascia ora che la tua consapevolezza trovi il tuo respiro nel punto in cui lo senti di più al livello delle narici, quando l’aria entra e quando esce; al livello del petto, quando il petto va su e poi va giù; al livello dell’addome, quando l’addome si espande e poi si contrae. Forse senti che è tutto il tuo corpo che respira. In qualsiasi luogo ti venga naturale sentire il tuo respiro: lascia che la tua consapevolezza cavalchi l’onda delle inspirazioni, e quella delle espirazioni. (Pausa)

Quando noti, come spesso accade, che la tua mente ha divagato e si è persa in un pensiero, in un ricordo, in un sentimento, in una preoccupazione, quando lo noti, limitati a prendere gentilmente nota di questo fatto e in modo gentile, amorevole, riporta la tua consapevolezza sul respiro, dovunque tu lo senta, e segui l’onda dell’inspirazione e dell’espirazione.

(Pausa)

Mentre segui il tuo respiro, ti racconto un’antica storia che è stata tramandata di generazione in generazione.

La mente è come l’oceano. E sul fondo dell’oceano, al di sotto della superficie, vi è calma e chiarezza. E non importa quali siano le condizioni della superficie, se sia piatta, mossa o tempestosa, perché sul fondo dell’oceano vi è tranquillità e serenità. Dal profondo dell’oceano puoi guardare verso la superficie e limitarti a notare l’attività che vi si trova, come nella mente; dal profondo della mente puoi guardare su, verso le onde, le onde cerebrali che si trovano sulla superficie della mente, dove esiste tutta l’attività della mente, pensieri, sentimenti, sensazioni e ricordi. Hai l’incredibile opportunità di limitarti a osservare queste attività che si svolgono sulla superficie della mente. A volte può essere utile lasciare che la tua attenzione torni al respiro, e segua il respiro per radicarti in questo luogo profondo e tranquillo. Da questa profondità della mente è possibile diventare consapevoli delle attività della mente e discernere che non sono la totalità di ciò che sei, che tu sei più dei tuoi soli pensieri, più di un semplice sentimento. Puoi avere questi pensieri e questi sentimenti ed essere in grado di limitarti a notarli con la saggezza che ti permette di sapere che loro non sono la tua identità. Sono solo una parte dell’esperienza che tu fai della tua mente. Per alcune persone, nominare il tipo di attività mentale, come “provare un sentimento”, “pensare”, “ricordare”, “preoccuparsi”, è un modo per fare sì che queste attività della mente siano notate come semplici eventi mentali che possono gentilmente andare via, al di fuori della consapevolezza.

 (Pausa)

Un’altra immagine che condividerò con te mentre ti dedichi alla tua interiorità è un’immagine che credo possa esserti utile. Forse la vorrai usare anche tu.

“Puoi pensare alla struttura della mente come a qualcosa di simile a una ruota della consapevolezza, immaginando la ruota di una bicicletta dove vi è un cerchione più esterno e dei raggi che connettono il cerchione al mozzo interno. Nella ruota della consapevolezza della tua mente, qualsiasi cosa che possa entrare nella tua consapevolezza è uno degli infiniti punti del cerchione. Un settore del cerchione potrebbe includere i nostri cinque sensi del tatto, del gusto, dell’odorato, dell’ascolto e della vista, quei sensi che portano il mondo esterno nelle nostre menti. Un altro settore del cerchione della ruota è il senso del nostro corpo, il senso dei nostri arti, dei muscoli del nostro volto e il sentimento degli organi del nostro busto, dei nostri polmoni, del nostro cuore e dei nostri intestini. Tutto il corpo porta la sua saggezza nella mente e questo senso del corpo, il tuo sesto senso, aggiunge un’altra tessitura a quello di cui puoi diventare consapevole. Un altro insieme di punti del cerchione sono le cose che la mente crea in modo diretto, come i pensieri e i sentimenti, i ricordi e le percezioni, le speranze e i sogni, e anche questo segmento del cerchione della nostra mente è pienamente disponibile alla nostra consapevolezza, è quello che puoi chiamare il tuo settimo senso: la nostra capacità di vedere la mente, in noi stessi e nelle menti delle altre persone. Possiamo anche essere in grado di sentirci “sentiti” nel nostro ottavo senso, quando sentiamo che le nostre relazioni sintonizzate risuonano con gli altri e con noi stessi. Possiamo scegliere se vogliamo prendere un segmento e mandare un raggio verso quel punto del cerchione. Possiamo scegliere se prestare attenzione alle sensazioni che proviamo nella pancia, e mandare lì un raggio. O possiamo scegliere di prestare attenzione a un ricordo, e mandare un raggio all’area del settimo senso per vedere quella parte della mente. E così, i raggi rappresentano la nostra capacità di focalizzarci su un punto del cerchione. E i raggi emanano dal profondo della mente, che è il mozzo della ruota della consapevolezza. E quando ci focalizziamo sul respiro, noi possiamo sviluppare la spaziosità del mozzo della mente. Quando il mozzo della mente si espande, possiamo sviluppare la capacità di essere recettivi a tutto ciò che sorge dal cerchione, di abbandonarci alla spaziosità, alla qualità luminosa del mozzo della ruota che può ricevere qualsiasi aspetto della nostra esperienza proprio come è. Senza idee preconcette e senza aggrapparci ai giudizi, questa consapevolezza mindful, quest’attenzione recettiva, ci porta in un luogo tranquillo dove possiamo essere consapevoli e conoscere tutti gli elementi della nostra esperienza. Il centro delle nostre menti, come il fondo dell’oceano, è un luogo di tranquillità e ricerca, dove possiamo esplorare la natura della mente con equanimità, energia e concentrazione. Questo centro della mente è sempre a nostra disposizione, proprio ora. Ed è da questo centro che entriamo in uno stato compassionevole di connessione con noi stessi, e sentiamo compassione per le altre persone. Focalizziamoci sul respiro ancora per qualche momento, insieme. Apriamo quel mozzo spazioso della mente alla bellezza e alla meraviglia di ciò che è.”

(Pausa)

Quando sei pronto, puoi fare un respiro volontario, magari più profondo, e prepararti ad aprire gentilmente gli occhi, sentendo questa profondità della tua mente, e poi continueremo a dialogare assieme[1].



[1] Siegel D.J, Mindfulness e cervello, Raffaello Cortina, Milano, 2009.

la meditazione sviluppa empatia

La meditazione può essere in grado, oltre di farci passare paure ed aiutarci nel gestire gli aspetti fisici e psicologici problematici della nostra vita può aiutarci ad aumentare l’empatia, la compartecipazione sentimentale nella vita degli altri grazie ad una sua particolare forma, chiamata meditazione compassionevole.
Sono diversi gli studi che hanno confermato la validità di questa pratica, ai quali si aggiunge oggi quello che stiamo per presentarvi e che è stato condotto dai ricercatori della Emory University e pubblicato su Social Cognitive and Affective Neuroscience . La meditazione compassionevole si basa sul concetto, spiega il coautore dello studio Lobsang Tenzin Negi, direttore della Emory-Tibet Partnership e sviluppatore del metodo, che possiamo allenare non solo la mente ed il nostro corpo attraverso la meditazione, ma anche i sentimenti che proviamo per le persone.
L’empatia, lo sviluppo di questa capacità di comprendere gli altri è ritenuta un ottimo mezzo per fare del bene a se stessi  e quindi migliorare la propria condizione. Fattore che unito ai già comprovati effetti anti-stress e di aumento della resistenza psicofisica in adolescenti ed adulti provati da precedenti ricerche, fa della meditazione compassionevole uno strumento da prendere almeno in considerazione.
Per provare la loro ipotesi i ricercatori, guidati dalla dottoressa Jennifer Mascaro hanno preso un gruppo di adulti sani che non avevano mai meditati e li hanno sottoposti,  scegliendone tredici in modo causale, ad un training completo di meditazione CBCT che comprendeva regolari sessioni di allenamento settimanali e pratica a casa per otto settimane. Mentre gli altri 8 volontari hanno partecipato, per lo stesso periodo di tempo, ad incontri di discussione sulla salute riguardanti gli effetti della meditazione sull’organismo.
I risultati di questi due diversi percorsi sono stati misurati sia con test psicologici e comportamentali che attraverso la risonanza magnetica funzionale per immagini. E si è giunti a scoprire che la pratica della meditazione compassionevole  è in grado di migliorare la capacità di comprendere le persone in maniera sostanziale rispetto alle persone appartenenti al gruppo di controllo. Fattore confermato anche dalla risonanza magnetica: è stato infatti rilevato un significativo aumento dell’attività neuronale nelle aree del cervello collegate ai sentimenti di empatia come il giro frontale inferiore e la corteccia dorsomediale prefrontale.

Articolo tratto da: http://www.medicinalive.com

Meditazione: nuovi effetti positivi dalla ricerca

Pubblicato: Dott.ssa Francesca La Lama

Meditazione: nuovi effetti positivi dalla ricerca

Secondo un nuovo studio condotto dai ricercatori dell’università di Yalela meditazione porterebbe alla disattivazione di alcune aree cerebrali (corteccia mediale prefrontale e del cingolo posteriore) associate sia al “sognare ad occhi aperti” che a disturbi psichiatrici come l’autismo e la schizofrenia.

La meditazione batte i farmaci Basta un’ora per dimezzare il dolore

Fonte: La Repubblica 2011/04/05/

NEUROLOGIA

La meditazione batte i farmaci Basta un’ora per dimezzare il dolore Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Neuroscience, lo zen ha un effetto analgesico. Durante l’esercizio della concentrazione “positiva”, nel cervello si accendono alcune aree e se ne spengono delle altre in un’azione “combinata” che riduce la sofferenza anche del 40% di ADELE SARNO La meditazione batte i farmaci Basta un’ora per dimezzare il dolore ROMA – Altro che analgesici: quando il dolore è troppo forte basta un’ora di meditazione. La capacità di concentrare la propria mente e liberarla dai pensieri negativi, infatti, avrebbe il potere di ridurre l’intensità del dolore fino al 40%. Non solo, abbasserebbe del 57% anche quella sensazione spiacevole che segue la sofferenza. Queste “certezze” sono il punto d’arrivo di uno studio, pubblicato sul Journal of Neuroscience, secondo il quale lo zen batte i farmaci perché è in grado di influenzare l’attività delle aree cerebrali che controllano lo stimolo doloroso, regolandone il grado di intensità. In altre parole, dicono i ricercatori del Wake Forest Baptist Medical Center di Winston-Salem (Usa), la meditazione ha il potere di “assopire” la corteccia somatosensoriale e di “svegliare” il cingolo anteriore, l’insula anteriore e la corteccia fronto-orbitale. Questa azione “combinata” sulle aree che governano la percezione del dolore ha un potere analgesico. “L’effetto che abbiamo riscontrato è sorprendente – spiega Fadel Zeidan, autore dello studio – basti pensare che la morfina o altri antidolorifici riducono in media il dolore del 25%”. Per testare gli effetti postivi della meditazione sul dolore, il team ha coinvolto 15 volontari. Tutti erano novizi dello zen. Per questo il campione è stato invitato a partecipare a un corso intensivo di una paricolare forma di meditazione, chiamata ‘mindfullness’. Ogni lezione di “attenzione focalizzata” durava 20 minuti, durante gli incontri ai partecipanti si chiedeva di concentrare la mente sul respiro, di mandare via pensieri intrusivi ed emozioni negative. Contemporaneamente gli studiosi, con un’apposita apparecchiatura sistemata sotto la gamba destra dei soggetti, generavano per cinque minuti un calore dolorifico, raggiungendo una temperatura di 49 gradi centigradi. Prima e dopo le lezioni, i ricercatori fotografavano ciò che accadeva nel cervello dei partecipanti grazie a una speciale risonanza magnetica, chiamata Arterial spin labelling. Questa particolare tecnica è in grado di rilevare, attraverso la mappatura del flusso sanguigno, l’intensita del dolore. Così registravano le reazioni dei partecipanti al dolore sia durante l’esercitazione sia mentre erano a riposo. E’ emerso che la meditazione spegne il dolore riducendolo del 40%, con delle punte del 93% in alcuni volontari. A livello cerebrale le scansioni hanno messo in evidenza una riduzione significativa dell’attività della corteccia somato-sensoriale, un’area fortemente coinvolta nella genesi della sensazione di dolore. Contemporaneamente si iperattivavano anche altre zone: il cingolo anteriore, l’insula anteriore e la corteccia fronto-orbitale. “Queste regioni cerebrali – dicono i ricercatori – plasmano il modo in cui il cervello costruisce l’esperienza del dolore a partire dai segnali nervosi provenienti dal corpo”. Una delle ragioni per cui la meditazione può essere stata così efficace nel bloccare il dolore è che non agisce su una singola regione del cervello, ma a più livelli. “Questo studio – dice Fadel Zeidan – mostra che la meditazione produce effetti realmente positivi sul cervello. E che quindi potrebbe garantire il controllo del dolore senza l’utilizzo di farmaci”.

Mindfulness: la magia del qui e ora

Una porta aperta sul mondo della coscienza
Fonte:
Scienza e Conoscenza n. 33 Scritto da:Laura Pieroni

Un monaco buddista, inseguito da una tigre, corre, corre, corre, fino a che davanti a un dirupo non cade. Si aggrappa all’ultimo secondo a una pianta e, sospeso, con la tigre che ancora lo minaccia, nota davanti a sé una pianta di fragole con una fragola rossa e matura e pensa: “Toh, una fragola!”.
I koan sono piccole storie zen il cui scopo è veicolare una cultura che per propria natura fonda le sue basi sull’esperienza.
Cosa successe dopo al monaco, la storia non ce lo narrerà mai, quale sia il vero messaggio neanche. Un elemento che spicca è sicuramente il fatto che il monaco abbia notato la fragola in un momento in cui stava rischiando la vita. Minacciato dal vuoto e dalla tigre, la sua attenzione, che in gergo tecnico definiremmo diffusa, gli permette di notare che davanti a lui c’è una fragola. Ma provate a fare un esperimento, provate a chiedere a delle persone cosa notano della storia e se volete anche quale messaggio, quale morale ha la storia. Probabilmente ogni persona farà delle associazioni con i suoi ricordi, i suoi giudizi e con le sue visioni di vita, rispondendo cose diverse l’una dalle altre. Il nostro cervello nasce infatti con la straordinaria abilità di effettuare connessioni e associazioni con le informazioni già apprese. È questa abilità che ci permette di astrarre il ragionamento da una specifica situazione e generalizzarlo riferendolo a diversi contesti. Un’altra abilità è quella di automatizzare le risposte che proprio dalle associazioni precedentemente fatte risultano favorevoli. In altre parole il nostro cervello è molto abile a trovare soluzioni innovative ai problemi che si trova ad affrontare, basandosi su quello che sa già e creando nuove associazioni. Se poi la soluzione trovata risulta essere efficace, viene ricordata e utilizzata ogni volta che ce n’è bisogno e quindi, nel caso si presenti spesso la stessa situazione, viene automatizzata.
Automatismi: buoni o cattivi?
Il cervello si basa su un principio di economia in cui ciò che ci è utile viene memorizzato e possibilmente proceduralizzato, viene cioè reso indipendente dalla nostra attenzione. Si svilupperanno così i nostri comportamenti automatici, comportamenti che non necessitano di una costante attenzione nell’eseguirli, come ad esempio guidare la macchina. Dopo anni di pratica siamo in grado di parlare con il passeggero seduto vicino a noi o pensare a quello che dobbiamo fare nella serata e in concomitanza guidare senza prestare attenzione a ogni singolo gesto che facciamo. Ben diversa è la situazione quando impariamo a guidare: ogni movimento ci appare difficile da coniugare con gli altri, ricordare la sequenza dei gesti da effettuare è faticoso e tantomeno la nostra attenzione si distacca da quello che stiamo facendo. Diverso ma simile è il meccanismo alla base della categorizzazione e del conseguente giudizio; infatti impariamo a riconoscere gli oggetti, come anche le situazioni, basandoci su pochi elementi. Siamo in grado di riconoscere un oggetto familiare con pochi tratti, anche se viene presentato per poche decine di millisecondi. La velocità di giudizio di una situazione, se la vediamo in chiave evolutiva, può salvarci la vita. Riconoscere e reagire a una situazione di pericolo è una abilità importante per la sopravvivenza e nell’evoluzione è stata decisamente favorita. Il cervello è quindi abituato a sommare gli elementi e trarne rapidamente un giudizio di massima, questo viene eseguito in parallelo sia da strutture comprese nel paleoencefalo, sia più lentamente dalla corteccia. L’obiettivo è quello di capire se la situazione, ad esempio, è pericolosa o meno e quale reazione è la più indicata. Più sono coinvolte le strutture antiche come l’amigdala, una piccola area del nostro cervello, più la reazione comportamentale sarà “cablata” e difficilmente modificabile, tanto che spesso reagiamo alla paura senza neanche renderci conto di quello che stiamo facendo. L’amigdala infatti media le risposte vegetative alla paura, innescando tutte le risposte necessarie alla reazione di fuga o attacco, come il rilascio di adrenalina. Con il coinvolgimento della corteccia diveniamo esperti giudici di situazioni e in più possiamo elaborare, ancora prima che la situazione possa diventare oggettivamente pericolosa, elementi che ci indicano se lo può diventare. La necessità di giudicare la realtà diviene, rispetto a questa visione, la necessità di semplificare il quantitativo di informazioni a cui siamo esposti, categorizzandole e inserendole in schemi già conosciuti. Processi di deduzione e induzione ci aiutano a fare ciò, e ci permettono di vivere senza dover imparare tutti i giorni le stesse cose. Immaginate di cambiare macchinetta del caffè, sicuramente potreste avvertire qualche difficoltà se vi sono differenze sostanziali tra il modello vecchio e nuovo, ma sarete sicuramente più rapidi di chi una macchinetta del caffè non l’ha mai vista e se poi i modelli si somigliano probabilmente non avvertirete nessuna difficoltà. Gli automatismi e la generalizzazione ci aiutano ad avere a che fare con una realtà molto complessa che non si presenta mai uguale, ma in cui noi riusciamo comunque a muoverci. Automatismi buoni quindi, perché ogni volta che prendiamo la macchina non dobbiamo imparare a guidare nuovamente.
Cosa ci perdiamo? Ci perdiamo proprio la complessità, vivere in una realtà che illusoriamente ci figuriamo come completamente prevedibile e categorizzata non ci lascia apprezzare le differenze, la
novità, la meraviglia di qualcosa che non è mai uguale a se stessa.
La fragola
Ci perdiamo la fragola della storia del nostro monaco, troppo intenti a prevedere, analizzare, categorizzare, ricordare, dare dei giudizi o peggio semplicemente non considerare la realtà che ci circonda: dal momento che tutti i processi precedenti sono ormai automatici, perdiamo il contatto con il qui ed ora. Il grande rischio è che ci si trovi a vivere una vita priva di piacere, proiettati nel futuro di quello che deve accadere, incapaci di prendere in considerazione le sensazioni e le emozioni che, istante per istante, ci aiutano a scegliere cosa ci piace e cosa no, ci aiutano a sentire il sapore della vita e ci indicano quale percorso, a parità di senso logico, intraprendere e quale vale la pena lasciare.
La mindfulness si propone come tecnica – ma sarebbe più esatto definirla modalità di vita – in grado di aiutarci a ritrovare il presente. Jon Kabat-Zinn (2003) la definisce come la consapevolezza che emerge se prestiamo attenzione in modo intenzionale, nel momento presente e in modo non giudicante, al dispiegarsi dell’esperienza momento per momento. La potremmo definire in altri termini come meta-consapevolezza, essere consapevoli di esserlo. Una capacità che distingue l’essere umano da tutti gli altri esseri viventi. Siamo tutti intrinsecamente mindful, ora più ora meno a secondo dei momenti, e questa pratica che deriva dalla meditazione zen ci aiuta a coltivare e raffinare questo stato.
Il qui ed ora
Il passato e il futuro per la mindfulness non esistono, esiste solo il presente, momento per momento. Nonostante possa essere difficile accettare un concetto del genere, è interessante la spiegazione che ne viene data: il passato non esiste più, è passato appunto, e il futuro deve ancora venire. Per aiutarci a comprendere a fondo cosa si intende, basta pensare come noi esperiamo il mondo e il tutto può diventare più chiaro. I nostri sensi sono la porta per conoscere la realtà: la vista, l’udito, l’olfatto, il tatto, il gusto, ma anche come ha proposto Siegel (2007) la propriocezione (sensazione del proprio corpo rispetto all’ambiente), la sensazione del proprio mondo mentale ed emozionale e infine la sensazione relazionale. Questi sensi, che portano le informazioni dell’ambiente circostante al nostro cervello per essere elaborate e avere come risultato un’immagine interna di esso, lavorano solo nel presente. Sono, come l’olfatto o il gusto, chimicamente stimolati e trasformano solo nel presente l’informazione in un segnale che le nostre aree cerebrali possono elaborare. Certo, possiamo pensare al sapore di quel caffè speciale in quel giorno speciale o siamo in grado di pensare al possibile odore del caffè di domani mattina, ma questo è un ricordo, non esiste, esiste solamente nella nostra mente. È utilissimo, specialmente se il caffè nel bar dove siamo stati ieri non ci è piaciuto, però non è un caffè reale.
Solo nel qui e ora possiamo rispondere alla domanda “come ti senti?” basandoci sulle sensazioni reali che stiamo provando e che il nostro cervello sta percependo e non su un’astrazione.
Momento dopo momento, le nostre sensazioni corporee cambiano e ci danno gli elementi per sentire le nostre emozioni e trasformarle in pensieri: ho una stretta allo stomaco, sento rabbia, questa situazione mi ha stancato.
Porre l’attenzione al qui ed ora ci permette di uscire dagli automatismi che ci portano a vivere una vita con il pilota automatico inserito, una realtà già pensata, già vista e quindi priva di particolare interesse. In particolare, la mindfulness promuove l’equilibrio di quattro flussi di consapevolezza: la sensazione, l’osservazione, la concettualizzazione e la conoscenza, equilibrio che ci permette di raggiungere uno stato di meta-consapevolezza. Porre attenzione a questi quattro flussi di consapevolezza è un modo per far si che ciò che sappiamo del mondo non ci limiti nel prendere in considerazione ciò di cui stiamo facendo ora esperienza…

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Leggi anche: Mindfulness. Vincere lo stress e ritrovare il benessere psicofisico.

Dal venerdì di repubblica…..

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articolo integrale

Alcuni video sulla Mindfulness

Cognitive Neuroscience of Mindfulness Meditation

Video su Neuroscienze e meditazione di consapevolezza (mindfulness) in inglese

Video lezione sulla Mindfulness di Jon Kabat Zinn

Mindfulness

Mindfulness

Fonte: Ecomind. Articolo di Pietro Spagnulo

Da alcuni decenni, la psicoterapia cognitivo comportamentale è considerata dalla comunità scientifica e dalle più importanti organizzazioni internazionali la più efficace ed affidabile terapia psicologica per un gran numero di problemi emotivi e disturbi mentali.
I recenti sviluppi di questo approccio confermano la sua vitalità e la tendenza a mantenersi al passo con la ricerca scientifica e le esigenze della società. In particolare, negli ultimi quindici anni, la ricerca ha messo a punto alcuni importanti avanzamenti che spingono alcuni autori a parlare di terapia cognitivo comportamentale di terza generazione basata su una importante acquisizione metodologica che prende il nome di mindfulness.

Tuttavia, il valore rappresentato dalla mindfulness per la salute, va oltre il confine della psicoterapia e delle terapie psicologiche, in quanto, agendo sulla reazione allo stress assume una importanza rilevante anche per il trattamento e la prevenzione di disturbi fisici, come l’ipertensione arteriosa, le sindromi dolorose, alcuni disturbi del ritmo cardiaco, molte malattie psicosomatiche.

Che cos’è la mindfulness

In senso lato, il termine “mindfulness” si riferisce ad una attenzione consapevole, intenzionale e non giudicante alla propria esperienza nel momento in cui essa viene vissuta. Tale atteggiamento di accettazione radicale viene coltivato con una pratica quotidiana di esercizi specifici. Studi recenti indicano, infatti, che la pratica costante di tali esercizi o “meditazioni” ha profondi effetti sulla salute fisica e mentale.

E’ importante sottolineare che il concetto di “accettazione”, insito nella pratica della mindfulness, non deve essere confuso con quello di “rassegnazione”. Se la rassegnazione implica una rinuncia ad agire rispetto agli eventi, la mindfulness, al contrario, partendo dalla consapevolezza di ciò che è, predispone a muoversi in direzione dei propri valori più profondi ed autentici. La pratica della mindfulness si propone, infatti, di aiutare a sostituire nella vita quotidiana comportamenti reattivi, automatici e distruttivi con scelte consapevoli ed appropriate al contesto.

Ciò si realizza attraverso tre abilità fondamentali che vengono apprese e coltivate con la pratica quotidiana:

1. Apprendere ad ancorarsi al momento presente, invece di essere catturati da anticipazioni catastrofiche del futuro, oppure da recriminazioni sul passato. L’attenzione al momento presente è una componente fondamentale di un’antica pratica meditativa, chiamata vipassana, ripresa e rielaborata per la prima volta nel Mindfulness Based Stress Reduction program di Jon Kabat-Zinn a fini terapeutici (Kabat-Zinn, 1990).

2. Apprendere a riconoscere i pensieri in quanto tali, e a non considerarli dati di fatto. Questa componente del lavoro basato sulla mindfulness non deve essere confuso con la ristrutturazione cognitiva. Se nella ristrutturazione cognitiva ci si prefigge di modificare le convinzioni ed i pensieri, con la pratica della mindfulness si persegue invece il “decentramento” (Kabat-Zinn, 1999; Segal, Wilson, Teasdale, 2005) chiamato anche “defusione” (Hayes, 1999) o de-identificazione dai propri pensieri (fusione).

3. Superare la tendenza all’evitamento esperenziale, caratterizzato da atteggiamenti di fuga e di rifiuto nei confronti dei propri pensieri, emozioni e sensazioni fisiche. Questo obiettivo è correlato alla consapevolezza di poter scegliere le proprie azioni, e su cosa applicare il nostro impegno. Da questo punto di vista, la mindfulness è un potente stimolo in direzione dei propri valori personali e dunque alla esposizione alle situazioni e circostanze generalmente evitate.

Applicazioni cliniche della mindfulness

Al momento si conoscono e si applicano quattro diversi programmi basati sulla mindfulness: la Mindfulness Based Stress Reduction (MBSR), la Mindfulness Based Cognitive Therapy for depression (MBCT), la Terapia Dialettica e l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT).
Questi programmi sono utilizzati con particolare efficacia per i disturbi d’ansia, la depressione, il dolore cronico, e tutte le malattie fisiche che possano giovarsi di una migliore risposta dell’organismo ai processi patologici.
Gli operatori possono inoltre trarre grandi benefici personali e professionali dalla pratica della mindfulness, gestire lo stress ed il burn out con maggiore forza e consapevolezza, e apprendere ad adottare scelte creative, più appropriate al contesto e più soddisfacenti.
Si sottolinea, inoltre, che la pratica della mindfulness può essere integrata con qualsiasi altro tipo di approccio terapeutico, in quanto non solo non interferisce con i processi di rielaborazione, ma addirittura li favorisce in quanto apre la strada ad una accettazione ed esplorazione della propria interiorità e del proprio corpo.

Per apprendere a praticare la mindfulness

Per apprendere a utilizzare la mindfulness a scopo terapeutico, bisogna frequentare una terapia o un corso guidati da un professionista esperto di applicazioni cliniche della mindfulness. La mindfulness a scopo terapeutico non è una pratica spirituale, ma un vero e proprio strumento integrato con le strategie psicoterapeutiche per superare difficoltà emotive.