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Prigionieri dell’ansia? Si può apprendere ad accettarla e a gestirla.

Scott Stossel has tried almost every treatment available for his anxiety, from drugs to yoga. Nothing has worked.

Fonte: The New Yorker

Scott Stossel è un giornalista americanodi grande successo  (attualmente è l’editore di The Atlantic), ormai sulla quarantina, che ha sofferto per tutta la vita di un dosturbo di ansia acuta e che su suggerimento del suo terapeuta scrive un bellissimo libro dal titolo: “My Age of Anxiety” (2014)”, dove riporta la storia della sua ansia.  Una compagna fedelissima che non lo ha  abbandonato mai. Quando era un bambino, aveva una terribile ansia da separazione, come è cresciuto, ha iniziato ad avere la  fobia di parlare in pubblico, di volare, degli svenimenti,delle  vertigini, degli chiuso gli spazi, dei germi, del vomito edel formaggio. Di fronte a situazioni inevitabili che lo mettono  di fronte alla prospettiva di un viaggio aereo o all’ impegno di parlare in pubblico o a  una riunione in ufficio, Stossel sperimenta il panico in piena regola: insonnia, sudorazione, vertigini, dolori di stomaco e perdita di controllo degli sfinteri. La vista di un brufolo lo fa sprofondare in un tunnel di  terrore e al suo matrimonio confessa di essere quasi svenuto dall’ansia. Stossel è  in terapia da quando aveva dieci anni , e ha consumato un armadietto intero di psicofarmaci: Thorazine, Nardil, Prozac, Zoloft, Paxil, Wellbutrin, Valium, Librium, Xanax, Klonopin, per non parlare del consumo di alcol .  La maggior parte del suo libro è un’esplorazione scientifica della storia dell’ ansia e un resoconto  giornalistico dello stato attuale delle conoscenze mediche .
L’idea che l’ansia è fondamentale per la condizione umana può anche significare che la nostra vita mentale è caratterizzato da un conflitto psichico, e l’ansia è il sintomo di quel conflitto. Questo è, grosso modo, la vista psicoanalitica. E ‘quello che Freud intendeva quando, nel 1917ha chiamato l’ansia un enigma la cui soluzione potrebbe inondare di luce l’intera esistenza mentale”. L’ansia è la caratteristica comune di tutte le nevrosi. L’ansia ha però un ruolo importante nella vita degli esseri umani. Si sperimenta ansia ogni volta che si percepisce una minaccia o un pericolo (alla propria sopravvivenza o al proprio ego, non cìè differenza); questo ci permette di prepararci ad agire prontamente. L’ansia ha quindi una funzione protettiva e preventiva, ma diventa patologica nel momento in cui non si è capaci di gestirla e l’organismo permane in uno stato di iperattivazione prolungata. Scott Stossels e tanti come lui  non hanno sconfitto l’ansia (l’autore  illustra nel libro che la sua ansia non è frutto di enigmi o problemi irrisolti ma di qualcosa di medico, di qualcosa che ha a che fare con la componente genetica) hanno imparato a conviverci e a gestirla con successo. Infatti il primo passo è quello  di accettare l’esperienza, di non combattetela. Diventa importante sostituite il rifiuto, la collera e l’odio con l’accettazione. L’ansia fa parte degli esseri umani, è una componenete genertica e combatterla è come combattere contro una parte di sé. Chi è ansioso non è malato, è particolarmente sensibile e attiva l’ansia più facilmente. L’accettazione dell’ansia è il primo di una serie di passi che possono portare e diminuire e ad interompere  uno stato d’ansia.

Dott.ssa Francesca La Lama

 

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Cervello depresso

Cervello depresso incapace di andare in ‘stand by’

Mente depressa non si placa mai per colpa di un recettore

Fonte: Ansa.it 01 marzo

Cervello depresso incapace di andare in 'stand by' Nella depressione non c’ e’ pace per il cervello: infatti ricercatori viennesi hanno scoperto che nei depressi non funziona bene un recettore cruciale per raggiungere uno stato di calma interiore quando non abbiamo niente da fare, cioe’ quando la mente e’ a riposo e vaga, come nei cosiddetti sogni ad occhi aperti.
Senza pace interiore, cioe’ se non riusciamo a mettere il cervello in ‘stand by’, e’ spiegato sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), rimaniamo sempre sul filo in uno stato di perenne tensione. La ricerca e’ stata condotta da Siegfried Kasper, capo del dipartimento di psichiatria e psicoterapia dell’universita’ Medica di Vienna.
Nel nostro cervello c’e’ una serie molto intricata di aree neurali, chiamate ”default mode network”, che si attivano solo quando non abbiamo niente da fare, in pratica quando il cervello entra in stand by e la mente vaga, si riposa, fino alla calma interiore per i fortunati che ci riescono. Nei depressi, sempre ansiosi e in preda a ruminazioni continue, la calma mentale e’ un dono raro. I ricercatori viennesi hanno scoperto per la prima volta che il motivo di cio’ e’ che nel cervello depresso non si attiva per bene questa modalita’ di default in quanto e’ disfunzionale il recettore 1 A della serotonina. Questo recettore ha un potente effetto inibitorio che permette al cervello di andare in stand by; ma nei depressi, secondo gli psichiatri viennesi, questo effetto e’ pesantemente ridotto. Tale studio potrebbe dunque aprire le porte a nuove terapie contro depressione e ansia.

Tic, ne soffre un bambino su cinque

Tic, ne soffre un bambino su cinque

Sono manifestazioni nervose tutt’altro che rare tra  i piccoli: leggere, scompaiono o si attenuano crescendo

Tic, ne soffre un bambino su cinque

Sono piccoli movimenti involontari, gesti insignificanti che si ripetono decine e decine di volte: strizzare gli occhi, piegare la testa di lato, schiarirsi la voce, toccarsi il naso. Tic nervosi, innocui ma molto meno rari di quanto si pensi: un ampio studio spagnolo pubblicato sulla rivista Pediatric Neurology ( ha infatti rivelato che il 17 per cento dei bimbi in età scolare soffre di uno o più piccoli tic.
INDAGINE – I ricercatori hanno analizzato circa 1200 bambini delle scuole elementari e medie di una provincia spagnola, andando a valutare la presenza di tic motori e verbali più o meno evidenti. «Fino a oggi si è sempre pensato che i tic siano un’evenienza tutto sommato rara, ma perché le ricerche sono state condotte sui pazienti che arrivano all’osservazione del medico e quindi hanno tic più “pesanti” ed evidenti. Osservando tutta la popolazione scolastica ci siamo invece accorti che i tic leggeri, quasi impercettibili, sono invece abbastanza comuni: ne soffre quasi un bambino su cinque», spiega l’autrice della ricerca, la neurologaEsther Cubo dell’ospedale spagnolo di Burgos. Stando ai dati raccolti, il 17 per cento dei piccoli presenta qualche forma di movimento involontario, per quanto lieve; la percentuale sale a poco più del 20 per cento nelle scuole speciali per bambini con problemi di apprendimento, e risulta sempre più alta fra i maschi rispetto alle femmine (nella popolazione generale i maschietti con tic sono il 19 per cento, le femmine circa il 12).
TIC – I bimbi con tic motori molto evidenti sono circa il 6 per cento, quelli con sindrome di Tourette nella quale si aggiungono tic vocali (urla improvvise, versi di animali, parole oscene) arrivano al 5 per cento; la neurologa tiene però a sottolineare che nella maggior parte dei casi i tic da lei individuati sono molto leggeri e per di più scompaiono o si attenuano molto con l’età. «I tic sono il disturbo motorio su base neurologica più frequente fra bambini e ragazzi, ma non devono preoccupare – dice la Cubo –. Non sappiamo ancora che cosa li provoca, ma di certo sono coinvolti i gangli cerebrali della base e la corteccia motoria: si suppone che ci sia un deficit della soppressione dei movimenti involontari e attraverso risonanze magnetiche funzionali è stato possibile capire che alcune aree cerebrali di chi soffre di tic sono iperattive o, al contrario, non si “accendono” quando dovrebbero per eliminare i movimenti involontari». I tic, così come la sindrome di Tourette, hanno una forte componente ereditaria; il confine fra normalità e patologia non è dato dalla qualità dei tic, ma soprattutto dalla loro frequenza. «Fra gli otto e i nove anni tre bambini su dieci hanno almeno un tic nervoso: ciò è assolutamente normale, se nel giro di qualche mese la manifestazione si esaurisce da sola – dice la neurologa –. Solo se i tic aumentano e si complicano è bene rivolgersi al medico per avere una corretta diagnosi ed eventualmente intervenire. Un tic nervoso “normale”, nei bambini come negli adulti, non richiede farmaci o particolari terapie: occorre considerarlo soltanto come una possibile “spia” di disturbi d’ansia od ossessivo-compulsivi, che sono in effetti più frequenti in questi soggetti. Ma non bisogna farne un dramma».

Strategie per affrontare l’insonnia

Strategie per affrontare l’insonnia

Dott.ssa Francesca La Lama

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Per insonnia si intende la difficoltà ad addormentarsi, e più essere considerata come un disturbo dell’inizio e/o del mantenimento del sonno (non dormire a sufficienza, non riposare bene, non riuscire a mantenere il sonno con la tendenza a svegliarsi troppo presto la mattina). Le conseguenze della mancanza di riposo sono evidenti: borse sotto gli occhi, ansia, irritabilità, nervosismo e stanchezza.. Dormire di meno non è problematico di per sé, perché ognuno di solito dorme in base alle proprie necessità. Ma se si dorme un numero di ore minore rispetto a quello di cui si sente la necessità, il debito di sonno aumenta e ci si sente stanchi, poco pronti a reagire e affaticati, più irritabili, ansiosi, con difficoltà di concentrazione e di memoria. Ne risentono così il nostro umore, le nostre attività quotidiane, le nostre relazioni e, in generale, il nostro benessere psico-fisico. Il sonno è infatti un momento importantissimo. Il nostro organismo durante il sonno può rigenerarsi, crescere e fissare in memoria le esperienze fatte durante la giornata.

I disturbi del sonno sono presumibilmente generati da anomalie dei meccanismi che regolano il ritmo sonno-veglia e si suddividono in dissonnie e parasonnie.

Le dissonnie interferiscono con l’inizio o con la continuazione del sonno e ne provocano quindi un’alterazione della quantità, della qualità o del ritmo (ipersonnie e le apnee notturne). Le parasonnie sono invece un insieme di fenomeni non desiderati prevalentemente legati ai sogni (bruxismo ovvero il digrignare i denti, gli incubi, la sindrome delle gambe senza riposo, il sonnambulismo e il sonniloquio ovvero parlare durante il sonno).

L’insonnia può essere di tipo:

  • iniziale quando si fa fatica a addormentarsi;
  • centrale se si hanno molti risvegli durante la notte;
  • tardiva quando il risveglio mattutino è troppo precoce.

(esiste anche un’ insonnia soggettiva: la persona ha la percezione di dormire poco e male ma misurato con la polisonnografia il suo sonno è più o meno regolare).

L’insonnia può essere situazionale, ricorrente o persistente. Il tipo di insonnia può variare nel tempo: le difficoltà nell’addormentamento sono più tipiche nei primi stadi dell’insonnia, mentre i problemi relativi al mantenimento del sonno sono più comuni nelle fasi avanzate del disturbo.In base alla durata quindi possiamo parlare di:

insonnia transitoria: che si manifesta come conseguenza ad un evento eccitante o un’emozione intensa e che dura da una a tre notti. Spesso è legata a periodi di tensione emotiva come per esempio, prima di un esame o di un evento importante.

insonnia a breve termine : che dura per un periodo di tempo limitato, generalmente da tre notti a tre settimane consecutive. Le cause sono spesso di origine emotiva e di conseguenza ad eventi importanti, difficili, tragici della vita. Con il passare del tempo questo tipo di insonnia tende a diminuire e a risolversi, ma in alcuni casi particolarmente gravi può persistere a lungo.

insonnia cronica: che è invece abituale e persistente nel tempo e dura più di tre settimane. Tale insonnia può diventare cronica e evolversi in un disturbo importante.

A seconda della causa, l’insonnia può essere:

Primaria quando è dovuta a tensioni emotive, quando pensiamo e ripensiamo al problema che ci preoccupa e ci dà ansia al punto di innescare un circolo vizioso in cui più ci preoccupiamo e più non riusciamo a dormire. A volte la preoccupazione riguarda proprio la difficoltà a dormire e più siamo preoccupati di non dormire meno riusciamo a addormentarci e a dormire bene.

Secondaria quando l’insonnia è legata a cause fisiche o psicologiche. In questo caso l’insonnia è un sintomo di un altro disturbo, per esempio della depressione. Anche l’alcol, la caffeina e la nicotina possono incidere negativamente sulla capacità di riposare bene.

Nei casi in cui non è dovuta a patologie più o meno gravi, l’insonnia si può combattere senza ricorrere a trattamenti farmacologici, semplicemente rispettando alcuni semplici accorgimenti:

1) Ridurre il consumo di caffè, tè, coca cola, cioccolato, ed altri eccitanti;

2) Limitare il vino e gli alcolici, che in piccola quantità risultano sedativi, ma quando si eccede possono eccitare;

4) Mangiare leggero, specialmente la sera: pasti troppo ricchi, a base di carne, condimenti e grassi animali disturbano il sonno e possono causare risvegli notturni. Dare la precedenza a cereali integrali, verdure cotte e latticini leggeri;

5) Praticare regolarmente attività fisica durante il giorno, ma evitarla nelle ore del tardo pomeriggio o prima di andare a letto;

6) Coricarsi, alzarsi e mangiare ad orari regolari, in modo da non alterare i ritmi circadiani. Individuare il proprio numero di ore di sonno (da 6 a 10) e rispettarlo (a meno di impegni o recuperi);

7) Evitare di fare “pisolini” durante l’arco della giornata”, anche se vi è necessità di recupero e se ne ha la possibilità;

8) Alzarsi dal letto e iniziare la giornata se ci si sveglia prima che la sveglia suoni.Se vi svegliate prima che la sveglia suoni;

10) Non rimanere a letto se non si riusce a dormire;

11) Fare cose rilassanti prima di andare a dormire, come un bagno caldo;

12) Dormire in un letto comodo e in una stanza protetta dai rumori il più possibile, ad una temperatura ambiente confortevole;

Se questi accorgimenti non bastano può essere necessario ricorrere ad un esperto per iniziare una terapia dell’insonnia.

La maggior parte delle persone che chiedono un trattamento per l’insonnia presentano qualche sintomo psicologico di ansia e/o depressione. Il quadro psicologico più classico comprende una forma di ansia anticipatoria centrata sul sonno (di solito riguardo al fatto di non essere in grado di dormire), a volte può sopravvenire anche una preoccupazione eccessiva per la carenza di sonno e le sue conseguenze. Il perdurare del disturbo può portare al vissuto di un senso di impotenza. Anche alcuni tratti di personalità possono influenzare l’andamento del sonno, come nel caso della tendenza alla rimuginazione ed alla preoccupazione.

(Negli ultimi 30 anni sono state messe a punto strategie cognitivo-comportamentali che permettono di ridurre il ricorso ai sonniferi, che devono essere usati solo come soluzione temporanea per curare insonnie gravi e debilitanti e sempre sotto stretto controllo medico. La terapia cognitivo-comportamentale dell’insonnia inizia con una accurata valutazione del tipo di insonnia.  Se si tratta di insonnia secondaria la persona che  ne soffre  necessita di un intervento che mira a modificare solamente alcune abitudini di vita (a letto e sveglia alla stessa ora; evitare il riposino pomeridiano, attività fisica, no alcol, fumo e caffeina, etc.) e alcuni fattori ambientali (rumore e temperatura della stanza, comodità del letto, etc.). Altre volte la persona che soffre di insonnia ha bisogno di un intervento un po’ più articolato. In questo caso la terapia cognitivo-comportamentale lavora anche sui pensieri ansiosi e sulle ruminazioni mentali che non permettono alla mente di rilassarsi e insegna specifiche tecniche di rilassamento fisico e mentale).

Insonnia, che tormento “Ecco i segreti per vincerla”

Insonnia, che tormento

“Ecco i segreti per vincerla”

Nel mondo una persona su quattro soffre di disturbi del sonno più o meno gravi. Durante l’estate, con il caldo, il problema aumenta. Un libro raccoglie una serie di regole utili. Mantenere orari stabiliti, mangiare leggero e non addormentarsi davanti alla tv. No a internet e tecnologie prima di coricarsi di VALERIA PINI

Insonnia, che tormento "Ecco i segreti per vincerla"

C’E’ chi conta le pecore fino a tarda notte. Chi si mette i tappi nelle orecchie e si gira continuamente nel letto. Chi decide di andare in cucina e assalta il frigorifero. Chi legge per ore sperando invano di crollare. Ognuno combatte l’insonnia a modo suo. Un problema che colpisce milioni di individui: in tutto il mondo una persona su quattro soffre di disturbi del sonno, più o meno gravi. Solo in Italia sono 12 milioni e nei giorni estivi, con afa da record, è ancora più difficile riposare. Dormire poco e male può avere conseguenze sulla salute. Esistono persone che si assopiscono solo per poche ore e vanno avanti così per giorni. Nel 1986 Robert McDonald, californiano, rimase sveglio per 18 giorni, 21 ore e 40 minuti. Un record mai battuto. Il libro “101 cose che devi sapere per combattere l’insonnia”  di Elena Barbàra, medico psichiatra e psicoterapeuta che lavora nel Dipartimento delle Dipendenze della Asl1 di Milano, aiuta ad affrontare l’ansia da “non riposo” .

Il decalogo per combattere l’insonnia 1

La setta degli insonni.
L’autrice analizza tipi, cause e conseguenze di questo problema. Divide in diversi gruppi quella che definisce “la setta degli insonni”: quelli “iniziali” che non riescono ad addormentarsi, quelli centrali, che si svegliano in mezzo alla notte, e quelli terminali che aprono gli occhi nelle prime ore del mattino. “E’ importante valutare questo problema come un segnale prezioso che il nostro corpo ci dà per farci capire che qualche cosa sta emergendo”, dice Barbàara. L’insonnia iniziale “che ci fa friggere nel letto” è spesso legata a preoccupazioni che pongono l’individuo in uno stato di allerta. “Spesso si risolve quando l’individuo si abitua agli eventi che l’hanno causata, ma se diventa cronica può essere necessario un trattamento farmacologico. Questo naturalmente sotto controllo medico” spiega.

Stati ansiosi e depressivi. Se invece ci si sveglia nel cuore della notte il malessere è normalmente associato a stati ansiosi depressivi. “In questo caso è opportuno trattare la patologia di base di cui l’insonnia è sintomo – aggiunge Barbara – momenti della vita nei quali ci sono snodi importanti, per esempio la fase di svincolo dei figli dalla famiglia d’origine, possono mettere in crisi per l’incertezza legata al cambiamento e possono causare insonnia o altri sintomi depressivi, ansiosi o psicosomatici più o meno gravi”. L’autrice ricorda che è importante valutare se alla base di un’insonnia terminale, ci sia anche un forte stato di stress o un disturbo d’ansia. Se al risveglio c’è agitazione sarà bene valutare se è legato a un evento e farsi comunque consigliare da uno specialista.

Categorie a rischio. Esistono delle categorie di persone più a rischio. C’è il tassista che affronta turni di notte e ha difficoltà a dormire di giorno. Il medico che stenta a trovare pace dopo ore passate in pronto soccorso a lavorare. Il manager che viaggia e cambia spesso camera da letto. Per tutti il consiglio di puntare per quanto possibile a una vita regolare. L’insonnia disturba anche gli anziani e le donne in gravidanza.

Mai web e iPhone la sera. Dopo anni di pratica clinica, Barbàra indica una serie di regole per aiutare i pazienti a “ritrovare il sonno perduto”. E’ importante mantenere orari regolari, mettersi a letto solo quando si decide di dormire e, se si viaggia, cercare di adattare la nuova stanza alle proprie abitudini. E’ fondamentale cercare uno stile di vita sano. Banditi tv e computer: bisogna evitare di addormentarsi la sera davanti alla tv e non utilizzare computer, internet e iPhone poco prima di andare a letto. Ma lo schermo televisivo è meno dannoso rispetto al web: la navigazione on line – ricorda l’esperta – il pc o l’iPhone sollecitano in modo totale l’utente e influenzano negativamente la secrezione endogena di melatonina, ormone fondamentale per un buon riposo.

Stress e lavoro.
I lavoratori instancabili devono tenere separato il tempo che dedicano alla loro professione da quello trascorso in casa. Evitare luoghi rumorosi, perché il silenzio è un alleato prezioso. Che dire poi degli psicofarmaci? Possono essere utili in alcuni casi specifici, ma va sempre ricordato di farsi aiutare da un medico che sceglierà la terapia più adatta al paziente.

Fonte: http://www.repubblica.it/salute/medicina/2011/08/21

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stress da lavoro correlato

Stress da lavoro correlato

Oggi lo stress è sempre più legato al lavoro: lo stress è il secondo problema di salute legato al lavoro. Tra le principali categorie affette dallo stress da lavoro ci sono i controllori di volo, gli autisti degli autobus e gli insegnanti. Una percentuale compresa tra il 50% e il 60% di tutte le giornate lavorative perse è dovuta allo stress. Oggi lo stress rappresenta una delle patologie più diffuse nei paesi industrializzati, per i ritmi frenetici a cui siamo sottoposti, per la mole di impegni che non ci lascia abbastanza tempo per pensare a noi stessi e prenderci cura del nostro benessere. I rischi psico-sociali generati dalle condizioni di lavoro, oltre ad essere dannosi per la salute e la sicurezza dei lavoratori, incidono in modo rilevante anche sull’ efficienza lavorativa.

COME NASCE LO STRESS DA LAVORO (cause dello stress) Lo stress si manifesta quando le persone percepiscono uno squilibrio tra le richieste avanzate nei loro confronti e le risorse a loro disposizione per farvi fronte. Dal momento in cui il nostro organismo viene stimolato e deve rispondere a questa sollecitazione, esso mette in moto alcuni meccanismi specifici: occorre infatti uno sforzo di adattamento notevole per rispondere in modo adeguato ed efficace alle richieste, e ciò comporta un alto consumo “energetico” (psichico e fisico) per realizzare questo sforzo di adattamento. Dopo una prima fase di allarme (cioè di aumentata attenzione e tensione), l’ organismo cerca di contrastare la situazione stressante opponendo una resistenza agli effetti che questa situazione produce sul proprio equilibrio, ma ad un certo punto, nel tentativo di contrastarla, l’ organismo va in esaurimento, facendo così emergere gli effetti dello stress da lavoro. Tra le diverse CAUSE del continuo aumento delle persone colpite da problemi di stress sul luogo di lavoro, ci sono:

-la precarietà del lavoro; – l’ aumento del carico di lavoro e del ritmo di lavoro; – le elevate pressioni emotive esercitate sui lavoratori; – la violenza e le molestie di natura psicologica; – lo scarso equilibrio tra lavoro e vita privata. Altri fattori potenzialmente stressanti sono: i rapporti interpersonali, orizzontali e verticali, i conflitti sul lavoro e i conflitti lavoro-famiglia (il mondo del lavoro comunica con il mondo della vita quotidiana). FATTORI DI ANSIA E DI STRESS DA LAVORO Spesso il lavoro svolto non è adatto rispetto alle capacità e alle competenze. Se il lavoro è troppo difficile mette in ansia, se è troppo facile dà un senso di frustrazione. Lo stress è legato sia ad un eccesso che ad un difetto di stimolazione: chi si trova ad operare dietro ad uno sportello con una fila di 200 persone impazienti, è ovvio che viva momenti stressanti; ma anche chi è chiuso in un ufficio senza avere nulla da fare, vive una situazione di stress. STRESS DA LAVORO E RISCHI PER LA SALUTE (malattie da stress) Lo stress porta delle conseguenze a livello comportamentale ed emozionale, a livello di disturbi psico-fisiologici ed a livello patologico: lo stress può favorire il sorgere di certe malattie. È chiaro che tutto ciò è legato ai diversi livelli di stress, e soprattutto alla risposta individuale, estremamente variabile perché, ad esempio, nella medesima condizione di disagio alcune persone hanno una reazione di un certo tipo mentre altre ne hanno una diversa. È quindi importante capire che lo stress può incidere sulla salute in vari modi: – irritabilità e rabbia: una persona sotto stress diventa aggressiva anche per motivi futili e banali; – scarsa concentrazione e calo dell’ attenzione; – calo del rendimento sul lavoro; – frequenti momenti di pianto: è uno dei primi segni indicatori che siamo al limite delle nostre risorse; – eccessi o carenze di alimentazione: poca o tanta voglia di mangiare; – un calo della memoria; – un calo dell’ autostima: ci si sente inadeguati e subentra un senso di impotenza e di frustrazione che induce spesso una risposta sbagliata attraverso il consumo (molte volte in eccesso) di tabacco o di alcolici; – disturbi del sonno: difficoltà ad addormentarsi e risvegli frequenti o precoci; – disturbi cardiovascolari: tachicardia, palpitazioni o ipertensione arteriosa; – possibile insorgenza di malattie cardiovascolari e coronariche (angina, infarto, ecc.) e di malattie digestive (ulcera, colite, ecc); – cefalea: emicranie, mal di testa. – aumento della sudorazione; – turbe digestive; – tensione muscolare; – tremori e tic nervosi; – possibili effetti sul sistema immunitario; – stanchezza eccessiva e inspiegabile. Oggi stiamo vivendo un periodo molto particolare, dove al lavoratore sono richiesti grandi cambiamenti ed è imposto un adeguamento (non scelto ma necessario) a nuove condizioni lavorative ed economiche. A livello legislativo, le tematiche inerenti lo stress sono citate nel recente D.lgs. 81/08 (Testo Unico sulla Sicurezza e Prevenzione). La normativa prescrive che ciascuna azienda effettui una valutazione dei rischi stress lavoro correlato implementando azioni di prevenzione, riduzione ed eliminazione delle fonti di rischio stress.

Fonte:www.iobenessereblog.it

L’attacco di panico si può curare

Fobia Sociale

Autore: Dott.ssa Francesca La Lama

Fobia Sociale

Cos’è

La fobia sociale è caratterizzata da diversi sintomi, ma l’aspetto centrale – facilmente identificabile – è la paura del giudizio altrui. La Fobia Sociale consiste nell’intensa paura di manifestare imbarazzo, disagio o ansia nelle situazioni in cui si è esposti pubblicamente al giudizio degli altri. Questa condizione può essere estremamente debilitante, in quanto chi ne soffre cerca di evitare le situazioni in cui potrebbe essere valutati come inadeguati, ridicoli, incapaci e di poter dire o fare cose imbarazzanti e di esser giudicati ansiosi, impacciati, stupidi, deboli o “pazzi”.

Questi timori possono essere presenti solo in alcune situazioni sociali (fobia sociale specifica) o nella maggioranza di esse (fobia sociale generalizzata). Negli individui che soffrono del tipo generalizzato il disturbo ha un esordio più precoce ed è spesso accompagnato da una maggiore tendenza alla depressione e all’abuso di alcool.

Come si manifesta

La spiccata sensibilità al giudizio ha come conseguenza un disagio marcato nelle relazioni interpersonali e di evitamento delle “situazioni” o delle “prestazioni” che generano tale disagio soggettivo. La persona prova emozioni di paura  vergogna, crede di non essere in grado di gestire tali emozioni ed essere per questo giudicato negativamente.

Tipicamente le situazioni più temute da chi soffre di fobia sociale sono: feste, cene, frequentazioni di locali, acquisti nei negozi, riunioni di lavoro, svolgimento di attività quotidiane in presenza di altre persone (es. conversare, mangiare, bere, scrivere, guidare, utilizzare il telefono o il computer).

Il meccanismo psicologico che alimenta la Fobia Sociale è il circolo vizioso di ansia anticipatoria che precede le situazioni temute e che può manifestarsi anche molto tempo prima la previsione di una situazione temuta e che dà luogo poi effettivamente ad una condizione di ansia ed imbarazzo quando si verifica la situazione, con conseguente aumento dell’ansia anticpatoria per le situazioni future. La paura di agire in modo umiliante non corrisponde necessariamente a ciò che in effetti accade. Anzi la maggior parte delle volte si tratta di un timore assolutamente infondato che non trova nessun riscontro nel comportamento reale. Ciò che conta non è la situazione in sé, ma la percezione, distorta dalla paura, con cui la situazione viene vissuta. L’immediata conseguenza di questo meccanismo è l’ansia. In alcune occasioni, l’ansia può diventare così intensa da ostacolare realmente il soggetto nello svolgimento dei suoi compiti. I sintomi ansiosi più frequentemente percepiti sono: palpitazioni, tremori alle mani o alle gambe, sudorazione, malessere gastrointestinale, vampate di calore, balbettio, diarrea, tensione muscolare e confusione. Nei casi più gravi, il timore del giudizio negativo può provocare veri e propri attacchi di panico.

Cause

Non è possibile individuare la causa principale a cui attribuire con certezza l’origine di questo disagio. Le cause sono molteplici e spesso sottilmente intrecciate tra loro; esse vanno ricercate, secondo quanto afferma la maggior parte degli studiosi, nell’interazione tra le caratteristiche genetiche e l’ambiente. Concorrono alla genesi di questo disturbo

  • la familiarità per disturbi d’ansia
  • il temperamento
  • i fattori educativi come ad esempio l’aver avuto genitori ansiosi, l’aver avuto ostacoli alle esperienze sociali, l’esser stati molto criticati, l’eccessiva severità ed anche l’isolamento sociale familiare)

Conseguenze

Chi soffre di fobia sociale è portato a costruirsi, nel corso degli anni, un ambiente e una condizione di vita, nei quali i “rischi” di incontrare o interagire con gli altri siano ridotti al minimo. Spesso questo comporta l’abbandono prima del tempo del proprio corso di studi, la rinuncia ad occupare posizioni professionali magari più gratificanti, il declinare inviti ad eventi sociali, fino a trovarsi confinati in situazioni e in rapporti sociali ben conosciuti e controllabili.

Chi soffre di fobia sociale, dunque, quando ha un livello d’ansia molto elevato, può avere realmente delle prestazioni scadenti. L’avverarsi di ciò che si teme di più, di solito, causa ulteriore imbarazzo, vergogna o senso di umiliazione. Si può instaurare, così, un circolo vizioso che autoalimenta il disturbo, in quanto mantiene nel tempo il timore del giudizio negativo e l’ansia anticipatoria.

Questo disturbo è caratterizzato anche da condotte di evitamento, per cui il soggetto evita le situazioni temute. I motivi dell’evitamento possono essere diversi: si può provare un’ansia così intensa da ritenerla ingestibile o si può essere stanchi di affrontare delle situazioni in cui si lotta contro la propria sensazione di inadeguatezza. In alcuni casi gli evitamenti possono portare all’isolamento sociale della persona.

Per tenere sotto controllo l’ansia e l’eventualità di essere giudicati negativamente, si possono mettere in atto anche i cosiddetti comportamenti protettivi. Ad esempio il soggetto può non togliere la giacca in un ambiente caldo per non far vedere che suda, creando, così, le condizioni per sudare ancora di più e sentirsi ancora di più in imbarazzo.

I comportamenti protettivi, come quelli di evitamento, temporaneamente riducono il timore di fare una brutta figura, ma alla lunga peggiorano i sintomi.

Questo quadro non potrà che confermare le previsioni iniziali di fallimento e la valutazione negativa di sé tipici di chi presenta la fobia sociale.

Trattamento

Come per altri disturbi d’ansia il trattamento cognitivo-comportamentalesi è dimostrato molto efficace nella cura della fobia sociale, effettuato sia individualmente che in gruppo. Il gruppo presenta inoltre notevoli vantaggi, a cominciare dal fatto ovvio di essere già in una situazione sociale.

Gli obiettivi della psicoterapia cognitivo comportamentale della fobia sociale sono di due tipi:

1. ristrutturazione cognitiva delle convinzioni che alimentano la fobia.

2. esposizione alle situazioni temute.

La terapia mira, da una parte a modificare gli assunti disfunzionali, dall’altra cerca di insegnare abilità per gestire al meglio le situazioni sociali.
Tali abilità prevedono, solitamente, sia tecniche (come i training di rilassamento) per la gestione dell’ansia, sia tecniche per la gestione dell’interazione verbale.

Attacchi di panico: istruzioni per l’uso

Inspira…espira…inspira…espira riporta una deliziosa vignetta del blog laprincipessaraffreddata

Provare ansia è esperienza comune a tutti ma quando diventa eccessiva può sfociare in un attacco di panico. Un attacco di panico non è pericoloso, ma può essere terrificante, esplode all’improvviso con una paura travolgente che viene senza avvisaglie e senza alcuna ragione apparente e spesso ci si sente di perdere completamente il controllo… Quindi cosa fare se si è colpiti da un attacco di panico?

  • Sappiate innanzitutto che anche se le sensazioni sono bruttissime mai nessun soggetto relativamente sano e giovane è mai morto per un attacco di panico.
  • L’esordio è immediato ma rendendovene conto sappiate che l’attacco dura in genere pochi minuti e come è venuto rapidamente altrettanto rapidamente se ne andrà.
  • Cercate, per quanto possibile sia chiaro, di non perdere il controllo se avete la possibilità sedetevi e respirate lentamente e regolarmente.
  • Se la vostra mente è inondata da pensieri catastrofici, cercate di utilizzare qualsiasi mezzo per non amplificarli ma anzi distraetevi ad esempio adoperando un idea rifugio più consona a voi o nella quale credete.
  • Se ne avete la possibilità prendete pure qualche goccia o una pastiglia di ansiolitico prescritta dal vostro medico, se non ce l’avete bevete un bicchiere d’acqua.
  • Non abbiate timore a chiedere aiuto o a fare una telefonata: all’occorrenza una parola amica vale più dello stesso ansiolitico!
  • Se la situazione si facesse ingovernabile non fatevi scrupolo ed andate al pronto soccorso più vicino dichiarando subito tutti i vostri sintomi.
  • Infine dopo che l’acme dell’attacco è passato rivolgetevi ad uno psicoterapeuta che adotti delle strategie cognitivo-comportamentali.
  • Anche se la psicoterapia è più efficace per uscire da questo incubo non fatevi scrupolo i primi tempi a girare con un ansiolitico in tasca o in auto, non vi risolverà il problema ma vi rassicurerà per il momento, in attesa di uscirne.

Dottssa Francesca Vottero Ris psicologa a Torino

Mangiare con la testa

Mangiare con la testa

di Paola Emilia Cicerone

Mangiare con la testa - di Paola Emilia CiceroneL’Organizzazione mondiale della sanità la definisce la più grave epidemia che abbia mai colpito l’umanità: non stiamo parlando di virus esotici, ma di obesità e sovrappeso. «Se sommiamo questi due fenomeni, in Europa il problema riguarda il 50 per cento della popolazione, negli Stati Uniti si arriva al 70, tanto che l’Oms ha coniato il termine “globesity” proprio per sottolineare che si tratta di un fenomeno mondiale», spiega Ottavio Bosello dell’Università di Verona.
Lo spartiacque per chi voglia davvero sapere come stanno le cose è il Bmi, il famoso Body Mass Index, calcolabile dividendo il peso per il quadrato dell’altezza: se il risultato è 25/26 si parla di sovrappeso moderato, che diventa più serio tra 27 e 29 e obesità dal 30 in su. «A rischio sono bambini e adolescenti, che crescono con abitudini alimentari sbagliate, e sopratutto gli anziani per cui il grasso rappresenta un rischio immediato per la salute», prosegue Bosello. Obesità e sovrappeso preludono infatti ad altre patologie – da quelle cardiovascolari, al diabete, alla dislipidemia – che colpiscono in particolare la società occidentale, ammalata di benessere.

L’arma migliore
Proprio qui sta il problema: oggi la maggior parte degli studi – come quelli pubblicati da “Jama”, la prestigiosa rivista dei medici americani, che all’argomento ha dedicato un intero dossier – mostra che sono soprattutto i meccanismi cerebrali a determinare il nostro rapporto con il cibo. E che a questo livello si deve intervenire, con farmaci che agiscono sui neurotrasmettitori o con quel sostegno psicologico che appare una componente sempre più indispensabile di un regime dimagrante destinato al successo. «Visto che punta a modificare un comportamento, e in un terreno carico di connotazioni emotive come il rapporto con il cibo, la dieta non è molto diversa da una psicoterapia. E in quanto tale presuppone la presenza di un professionista qualificato e un controllo costante», sottolinea Giovanni Caputo, segretario della Società Italiana per lo studio dei disturbi del comportamento alimentare.
Secondo il Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle, promotore di uno studio che ha coinvolto 12 mila donne, le intervistate che si sono rivolte a un dietologo sono riuscite – in un periodo di due anni – a ridurre i grassi consumati nella loro dieta in quantità maggiore rispetto a quante hanno scelto il fai-da-te.
E un recente articolo apparso su Jama conferma che un programma integrato di dieta e consulenza psicologica è probabilmente l’arma migliore per combattere i chili in più.
Ecco spiegato l’insuccesso di tante diete improvvisate, drastiche ma abbandonate in breve tempo fino a creare quel fenomeno di continuo ingrassamento e dimagrimento che gli scienziati definiscono «weight cycling syndrome» o più semplicemente «dieta yo yo», nocivo perché si finisce con il perdere massa magra e sviluppare il tessuo adiposo, soprattutto quello viscerale – la classica «pancetta» – che è strettamente correlato a molti malanni.
«Colpa del benessere che ci sta travolgendo: per millenni l’uomo ha dovuto lottare per procurarsi il cibo, il nostro organismo si è attrezzato in modo da sfruttare al massimo ciò che viene ingerito, soprattutto gli alimenti ipercalorici ricchi di grassi», spiega Borsello. E continua: «È questo un meccanismo indispensabile alla sopravvivenza, ma che funziona anche oggi che, nel mondo occidentale, abbiamo a disposizione cibo abbondante e a basso costo, come mai prima d’ora. Non mangiamo più per nutrirci, ma per scaricare frustrazioni, stare con gli amici, confermare il nostro ruolo sociale».
Un altro fattore di rischio, lo ricordano gli studi pubblicati da “Jama”, viene dalla nostra vita sempre più sedentaria, in cui la fatica fisica spesso è solo un ricordo. Una ricerca americana che ha seguito 50 mila donne per più di dieci anni dimostra una correlazione tra le ore trascorse davanti al televisore e l’aumento del peso corporeo: non solo guardare