I SOGNI DOVE NASCONO VIAGGIO NELLA ZONA LIMBICA IL REGNO DELLE EMOZIONI

I SOGNI DOVE NASCONO VIAGGIO NELLA ZONA LIMBICA IL REGNO DELLE EMOZIONI

Fonte: La repubblica.it 17 marzo 2012

Nel racconto biblico Giuseppe interpreta il sogno del faraone, ma – è il caso di dirlo non si sogna minimamente di psicoanalizzarlo, cioè di trarre dal sogno qualche indicazione sulla personalità del sovrano (che difficilmente avrebbe gradito un simile interesse). Gli antichi, racconta Bruno Bara, direttore del centro studi cognitivi dell’ Università di Torino nella premessa storica del suo Dimmi come sogni (Mondadori), si mettevano ritualmente in profonde caverne sotterranee, sperando di avere sogni particolarmente illuminanti. Era il gesto simmetrico al salire in cima alle torri per contemplare le stelle: in entrambi i casi, la visione veniva dall’ esterno, era qualcosa di oggettivo. Ed è per questo che nell’ antichità si usava scrivere dei manuali di interpretazione e traduzione dei sogni, delle specie di vocabolari di racconti e visioni considerati indipendenti dalla soggettività dei sognatori. È la tradizione che sopravvive nella smorfia, il prontuario per tradurre i sogni in numeri da giocare al lotto. È invece soprattutto con Freud che abbiamo la rivoluzione copernicana, con il passaggio dall’ oggetto al soggetto: i sogni non ci parlano del mondo, non anticipano l’ avvenire, ma rivelano al soggetto qualcosa che non riesce a confessarsi, qualcosa che ha a che fare non con la coscienza ma con l’ inconscio. Il sogno è un rebus in cui con degli accorgimenti cifrati (spostamento, condensazione, figurazione con il contrario) una parte dell’ io comunica qualcosa a un’ altra parte dell’ io – qualcosa che quella parte non ha il coraggio di dirsi. In somnis veritas, soprattutto quando si tratta dei nostri segreti desideri, come canta la Cenerentola di Walt Disney: “I sogni son desideri di felicità, nel sogno non hai pensieri, ti esprimi con sincerità. Se hai fede chissà che un giorno la sorte non ti arriderà”. Cosa cambia con le scienze cognitive? Da una parte, ovviamente, la conoscenza della fisiologia del sogno è estremamente più sofisticata, ma sotto il profilo delle interpretazioni abbiamo due concezioni contrapposte. Una, che in sostanza si riallaccia alla ipotesi psicoanalitica della rimozione, vuole che i sogni siano una specie di coscienza più debole e rilassata: la nostra personalità da svegli e quella da dormienti è la stessa, tranne che la seconda è meno repressa, è più loquace e disinibita. Bara è invece teorico dell’ altra scuola. L’ idea è che ciò che in noi sogna non abbia niente a che fare con la nostra coscienza, perché tra la coscienza e il sogno interviene una discontinuità qualitativa. I sogni non sono pensieri in libertà, sono procedure in cui la mente opera in parallelo, come per le percezioni. In questo momento, mentre scrivo queste righe, i miei occhi vedono dei colori, sento dei rumori intorno a me, ho delle sensazioni termiche e tattili: tutto questo è vero, ma niente di questo accede alla dimensione del senso, che è invece quello che sto cercando di esprimere in questo articolo, con un ordine seriale di conseguenze logiche. Bene, il rapporto tra il mondo onirico e il pensiero diurno è proprio di questo tipo. Se le cose stanno in questi termini, la conoscenza di noi stessi che può venire dal sogno è molto più indiretta di quanto non assumano le ipotesi che vedono nel sogno la rivelazione di un io più inerme e confidenziale. La nostra personalità si rivela molto meglio nella vita diurna e nell’ azione, il sogno è un prodotto che si sottrae al controllo del sognatore, il quale se ne riappropria al risveglio. Perché, secondo l’ ipotesi difesa da Bara, non si sogna d’ accordo con la propria personalità, né con il proprio linguaggio e la propria cultura. La sfera da cui vengono i sogni è la zona limbica e paralimbica, come l’ amigdala, la corteccia cingolata anterioree l’ insula. È l’ area primitiva ed emotiva del cervello, che ci riporta agli albori dell’ umanità, il che spiega, tra l’ altro, la frequenza degli incubi, cioè del terrore primario. Quello che ci fa visita ogni notte è davvero qualcosa di molto lontano, e ci mette in comunicazione non tanto con la nostra personalità profonda, quanto piuttosto con gli aspetti emotivi più elementari del nostro essere umani, e dunque anche del nostro essere animali. La personalità (e con lei la cultura e il linguaggio) intervengono a un secondo livello, nel passaggio dal sogno alla sua interpretazione. Prima di tutto, il sognatore, quando cerca per sé di dare senso alla successione parallela dei sogni, incomincia, con la sua personalità, a conferire un ordine che prima non c’ era: un ossessivo non sogna da ossessivo, interpreta da ossessivo. In secondo luogo, se cerca di raccontare il sogno sovrappone alla struttura emotiva dell’ esperienza che ha vissuto le griglie del linguaggio, e non è difficile immaginare quanto la descrizione di una emozione possa essere poco emozionante (credo che sia per questo che ci sembra di essere così inespressivi quando raccontiamo un sogno che ci ha particolarmente emozionati). Infine, posto che il sognatore si stia confrontando con un terapeuta, nella descrizione interverranno anche i loro problemi relazionali. Insomma, nella traduzione del sogno abbiamo il passaggio da una forza a una forma, da una emozione a una espressione, sancita, proprio come nelle opere d’ arte, dal momento in cui si dà un titolo al sogno, come nei celebri esempi di Freud. Ora, sono proprio queste procedure di trasformazione (analizzate e codificate nel manuale di Bara, che vuol essere anche una guida per terapeuti o semplici lettori) che risultano rivelative della nostra personalità, mettendo in comunicazione zone diverse della nostra mente. Il punto fondamentale è che non ci si deve attendere troppo e non bisogna avere troppa precipitazione. Il sogno è un dono misterioso che conviene osservare senza aver troppa fretta di concludere su un senso, perché se è dubbio il principio “non c’ è vero senso di un testo”, è certo che non c’ è vero senso di un sogno, e che il sogno non è qualcosa su cui sia possibile dire l’ ultima parola.

MAURIZIO FERRARIS

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