Archivi tag: bambini

I bambini e il gioco

Pubblicato da Dott.ssa Francesca Vottero Ris, psicologa a Torino

In campo pedagogico, il gioco secondo F. FROEBEL (1826) è un mezzo naturale per lo sviluppo della personalità del bambino, un atto creativo nel quale si liberano attività motorie, sensoriali e linguistiche, quello che sarà l’uomo di domani si forma nella prima infanzia. Il gioco quindi, è per il bambino un’attività scelta liberamente e per questo auto gratificante, ha la funzione di realizzare i desideri e nel gioco a differenza del lavoro la realizzazione è immediata. Per questi motivi il gioco del bambino va considerato, da parte dell’ adulto, un’attività privilegiata in quanto ricca di risorse di apprendimento e di relazioni.

Il gioco interviene in modo incisivo nello sviluppo cognitivo attraverso tutte le sue funzioni:

  •  è una forma privilegiata dell’attività motoria, lo sperimentare tutte le forme di gioco fisico consente al bambino lo sviluppo intellettivo in quanto vi è una stretta relazione tra motricità e intelligenza, lo sviluppo del pensiero parte sempre da una base motoria
  • favorisce la socializzazione mediante rapporti attivi e creativi su ambiti sia cognitivo che relazionale
  •  consente al bambino di trasformare la realtà passando dal piano della realtà al piano della fantasia e qui sciogliere ansie e tensioni e realizzare desideri
  •  sollecita la funzione simbolica, componente essenziale della cultura che l’uomo ha costruito e che il bambino deve apprendere
  •  contribuisce a costruire l’equilibrio affettivo,  attraverso il gioco simbolico il bambino esprime le sue esigenze interiori, realizza le sue potenzialità, si rivela a se stesso e agli altri in una molteplicità di aspetti, di desideri e di funzioni
  •  promuove lo sviluppo e l’arricchimento del patrimonio linguistico di ognuno.

Nel gioco si possono distinguere attività ludiformi, che non sono veramente “giochi” ma ne conservano la forma e vengono vissuti dal bambino con lo stesso impegno: egli sperimenta, esplora, immagina, ricerca, ipotizza e confronta in piena libertà. Queste attività sono:

  • il pasticciamento, il bambino di fronte a un nuovo materiale prova, sperimenta, tenta il suo utilizzo senza eseguire ordini precisi;
  • la manipolazione finalizzata, il bambino lavora con il pongo o con la plastilina o altro materiale a disposizione;
  • le attività grafico-pittorico, il bambino utilizza pennelli, tempere o acquarelli, il teatro dei burattini e delle marionette, il bambino dà voce alle sue paure, ansie o ai personaggi conosciuti, le attività sonoro-musicali, il bambino sperimenta strumenti, suoni, melodie e rumori imparando a distinguerli, ma anche tutte le esplorazioni e le ricerche, la raccolta e la seriazione di oggetti, ossia tutto ciò che può diventare gioco dell’apprendere.
Annunci

Tic, ne soffre un bambino su cinque

Tic, ne soffre un bambino su cinque

Sono manifestazioni nervose tutt’altro che rare tra  i piccoli: leggere, scompaiono o si attenuano crescendo

Tic, ne soffre un bambino su cinque

Sono piccoli movimenti involontari, gesti insignificanti che si ripetono decine e decine di volte: strizzare gli occhi, piegare la testa di lato, schiarirsi la voce, toccarsi il naso. Tic nervosi, innocui ma molto meno rari di quanto si pensi: un ampio studio spagnolo pubblicato sulla rivista Pediatric Neurology ( ha infatti rivelato che il 17 per cento dei bimbi in età scolare soffre di uno o più piccoli tic.
INDAGINE – I ricercatori hanno analizzato circa 1200 bambini delle scuole elementari e medie di una provincia spagnola, andando a valutare la presenza di tic motori e verbali più o meno evidenti. «Fino a oggi si è sempre pensato che i tic siano un’evenienza tutto sommato rara, ma perché le ricerche sono state condotte sui pazienti che arrivano all’osservazione del medico e quindi hanno tic più “pesanti” ed evidenti. Osservando tutta la popolazione scolastica ci siamo invece accorti che i tic leggeri, quasi impercettibili, sono invece abbastanza comuni: ne soffre quasi un bambino su cinque», spiega l’autrice della ricerca, la neurologaEsther Cubo dell’ospedale spagnolo di Burgos. Stando ai dati raccolti, il 17 per cento dei piccoli presenta qualche forma di movimento involontario, per quanto lieve; la percentuale sale a poco più del 20 per cento nelle scuole speciali per bambini con problemi di apprendimento, e risulta sempre più alta fra i maschi rispetto alle femmine (nella popolazione generale i maschietti con tic sono il 19 per cento, le femmine circa il 12).
TIC – I bimbi con tic motori molto evidenti sono circa il 6 per cento, quelli con sindrome di Tourette nella quale si aggiungono tic vocali (urla improvvise, versi di animali, parole oscene) arrivano al 5 per cento; la neurologa tiene però a sottolineare che nella maggior parte dei casi i tic da lei individuati sono molto leggeri e per di più scompaiono o si attenuano molto con l’età. «I tic sono il disturbo motorio su base neurologica più frequente fra bambini e ragazzi, ma non devono preoccupare – dice la Cubo –. Non sappiamo ancora che cosa li provoca, ma di certo sono coinvolti i gangli cerebrali della base e la corteccia motoria: si suppone che ci sia un deficit della soppressione dei movimenti involontari e attraverso risonanze magnetiche funzionali è stato possibile capire che alcune aree cerebrali di chi soffre di tic sono iperattive o, al contrario, non si “accendono” quando dovrebbero per eliminare i movimenti involontari». I tic, così come la sindrome di Tourette, hanno una forte componente ereditaria; il confine fra normalità e patologia non è dato dalla qualità dei tic, ma soprattutto dalla loro frequenza. «Fra gli otto e i nove anni tre bambini su dieci hanno almeno un tic nervoso: ciò è assolutamente normale, se nel giro di qualche mese la manifestazione si esaurisce da sola – dice la neurologa –. Solo se i tic aumentano e si complicano è bene rivolgersi al medico per avere una corretta diagnosi ed eventualmente intervenire. Un tic nervoso “normale”, nei bambini come negli adulti, non richiede farmaci o particolari terapie: occorre considerarlo soltanto come una possibile “spia” di disturbi d’ansia od ossessivo-compulsivi, che sono in effetti più frequenti in questi soggetti. Ma non bisogna farne un dramma».

Piccoli altruisti in fasce “Senso di giustizia a 15 mesi”

Piccoli di poco più di un anno sono in grado di distinguere fra un comportamento giusto e uno poco equo. E mostrano una propensione a condividere le loro cose. “E’ prima di quanto ci aspettassimo”, dicono gli autori della ricerca DI ALESSIA MANFREDI

ALTRUISTI nati. Beh, forse non proprio, però pare che sia possibile trovare un senso di giustizia e una propensione all’altruismo nei bambini molto piccoli, già a 15 mesi. Alcuni sono in grado di percepire la differenza fra un comportamento equo o no e si mostrano disponibili a condividere, prestando ad esempio i loro giocattoli.

E’ quanto hanno osservato in uno studio pubblicato su PloS ONE ricercatori dell’Università di Washington sotto la guida di Jessica Sommerville, professore associato di psicologia, secondo la quale i risultati dell’esperimento mostrano che “queste norme di giustizia e altruismo vengono acquisite prima di quanto non pensassimo”.
Ma come è possibile capire se un piccolo di poco più di un anno, che sta imparando ad esprimere i propri sentimenti e passa gran parte del suo tempo a giocare e a guardarsi intorno sia così consapevole da comprendere concetti come ciò che è giusto o appropriato?
A due anni i bambini sono in grado di aiutare gli altri e in età scolare, verso i sei anni, comprendono il senso della giustizia, hanno mostrato studi precedenti. Ora Sommerville e colleghi hanno scommesso sul fatto che qualità simili possano risultare evidenti anche prima, intorno ai 15 mesi, quando i piccoli iniziano a mostrare spontaneamente un comportamento cooperativo.
Così ai bambini – 47 in tutto – seduti in braccio ai genitori, sono stati mostrati due brevi video in cui dei cracker venivano distribuiti fra due persone prima in modo identico, poi differente, con uno dei due che ne riceveva di più. Nel secondo video la stessa situazione veniva ripetuta con il latte. Osservando le loro reazioni, è emerso che alcuni piccoli “si aspettavano una distribuzione equa del cibo e rimanevano sorpresi quando uno dei due ne riceveva più dell’altro”, ha spiegato Sommerville.
In un passaggio successivo, per vedere se questo senso di equità fosse collegato anche a un comportamento analogo in prima persona, i ricercatori hanno analizzato la propensione dei piccoli a condividere i loro giochi. Qui, un terzo dei bambini ha mostrato di voler condividere il proprio giocattolo preferito, un terzo ha concesso quello cui teneva di meno, mentre l’ultimo terzo non ha voluto prestare nessuno dei due, forse per nervosismo nei confronti di un estraneo.
Non tutti quindi si comportano allo stesso modo e già molto presto emergono differenze individuali: fra i bambini “altruisti”, disponibili a prestare agli altri il gioco preferito, il 92 per cento si è concentrato per più tempo a guardare nel video la distribuzione del cibo poco equa, mostrando così la propria sorpresa. Mentre l’86 per cento di quelli “egoisti”, che hanno concesso agli altri il giocattolo cui tenevano di meno, era invece più sorpreso di fronte alla distribuzione corretta del cibo.
La domanda successiva, secondo i ricercatori, è cercare di capire se altruismo e giustizia siano innati o vengano appresi. Ed è “molto probabile che i piccoli imparino questi comportamenti osservando come si comportano gli adulti intorno a loro”, dice ancora l’autrice dello studio.
Secondo Anna Oliverio Ferraris, i risultati osservati dai ricercatori potrebbero dipendere dall’identificazione del bambino con chi hanno visto nel filmato. “Sarebbe in questo caso più propriamente una forma di empatia”, spiega la docente di psicologia dello sviluppo all’Università La Sapienza. Di certo, aggiunge, “tracce di altruismo si possono osservare molto presto, già nel primo anno di vita del bambino”. Ad esempio quando uno piange e un altro gli si avvicina rattristato. “Entrano come in risonanza perché hanno già la percezione delle emozioni dell’altro – continua – l’altruismo, però, richiede una comprensione maggiore perché ad essere coinvolta non è solo l’emozione. Anche se è certamente basato sull’empatia, che può essere considerata un prodromo, un segnale di quello che poi si trasforma in un sentimento altruistico vero e proprio”.
Fonte: http://www.repubblica.it/

Fonte: Il Messaggero.it Mercoledì 31 Agosto 2011 – 14:28

«La sberla va sempre evitata, ma se scappa è meglio spiegarla»

di Elena Castagni ROMA – «

Umiliante, pericoloso nelle conseguenze che può avere sulla psicologia del bambino, nessuno studioso acconsentirà mai a giustificarlo, tanto meno a trovarvi valenze educative». Lo schiaffo, secondo Anna Oliverio Ferraris, psicologa dell’età evolutiva, è da condannare sempre e comunque. Non ci sono casi in cui è ammesso? «In linea di massima uno schiaffo a un bambino va sempre evitato. Certo capisco che possa succedere, in certi casi i figli sono molto agitati e anche a un buon padre può scappare uno scappellotto». Come rimediare, allora? «Il genitore deve poi spiegare al figlio che cosa è successo. Deve dirgli che ha perso la pazienza, che neanche lui è perfetto. Alcuni miei colleghi arrivano a suggerire di chiedere scusa, ma su questo io non sono d’accordo». Perché? «Perché un figlio vuole avere un genitore forte. Spesso un bambino preferisce credere di essere lui nel torto piuttosto che pensare a una debolezza del proprio padre. Comunque, bastano poche parole di spiegazione perché il ragazzino capisca». Cosa fare con un figlio estremamente vivace e che in alcuni casi si rifiuta proprio di ragionare? «La cosa migliore è utilizzare il tono della voce: una tonalità alta e severa è molto più educativa di qualunque schiaffo, bisogna però usarla con coerenza e costantemente». A volte non basta. «Nei casi estremi è ammesso lo strattonamento. Per esempio, se il bambino è tanto agitato che neanche un adulto riesce a contenerlo, lo si può prendere per un braccio, tirarlo a sé e parlargli con estrema severità. Questo è ammesso, non ha conseguenze devastanti sulla psicologia del bambino e aiuta a tornare a una situazione di tranquillità». Perché lo schiaffo è così controindicato per la salute psicologica di un bambino? «E’ umiliante, è un rapporto tra superiore e inferiore in cui il minore non ha possibilità di reagire se non di subire. E’ un colpo all’autostima, significa: «tu vali poco» detto dal genitore, cioè dall’autorità assoluta e dall’affetto più caro allo stesso tempo. Se poi, come nel caso del bambino in Svezia, lo schiaffo viene dato davanti ad altre persone, l’umiliazione è maggiore. E’un’aggravante: ci sono bambini picchiati in famiglia che riescono ad accettare l’abuso purché non venga praticato davanti ad estranei, peggio che mai davanti a loro coetanei che poi li prendono in giro». E perché non educa? «Perché insegna solo a fare altrettanto sui deboli. Spesso i bulli hanno subito queste umiliazioni e si rifanno con i bambini più piccoli».

Mercoledì 31 Agosto 2011 – 14:28

Educare con le regole

bambino contentoLe regole sono utili? È la domanda che molti genitori si pongono di fronte all’educazione dei propri figli. Le regole non sono l’obiettivo finale dell’azione educativa, sono un mezzo per conseguire un comportamento civile all’interno della scuola e un comportamento etico nel vivere sociale.

In passato è prevalso un atteggiamento fortemente autoritario che portava ad agire comportamenti molto restrittivi determinati dalla necessità di dare norme e sanzioni. In altri tempi è prevalso un atteggiamento più lassista, giustificato dall’idea che la “regola” ponesse una limitazione alla creatività e spontaneità dei bambini. L’alternanza di queste fasi educative rivela l’inefficacia di entrambe, in quanto evidenzia che è lo stesso adulto ad avere difficoltà a comprenderne l’utilità.

L’adulto che educa deve sapere che utilizzare un sistema normativo non limita la libertà del bambino ma ne guida il comportamento, soprattutto nella fascia di età più bassa, quando il bambino è inesperto e richiede una guida esterna sicura. L’atteggiamento di un bambino di fronte ad una regola è quello di infrangerla per testarne l’attendibilità e mettere alla prova l’adulto, pertanto deve sapere che ad ogni regola “non rispettata” deve corrispondere una sanzione altrimenti si rischia di alimentare comportamenti sregolati e di perdere la propria autorevolezza, bisogna anche ricordarsi di rinforzare i comportamenti rispettati per favorire una progressiva autoregolamentazione del comportamento.

Il bambino spesso si trova di fronte a regole che non riesce a rispettare perchè troppo numerose, contraddittorie, incoerenti o prive di conseguenze. È utile quindi dare ai propri figli poche regole semplici e chiare, pretendendo che vengano rispettate. Educare con le regole significa quindi sviluppare una mente consapevole che ad ogni azione corrisponda una conseguenza positiva o negativa. Il bambino avrà così modo di rendersi responsabile del proprio comportamento prevedendone le conseguenze. In questo contesto l’educare con le regole si riveste di una connotazione positiva e non autoritaria in quanto il bambino apprende non solo a rispettare le norme ma anche a giocare , a parlare e a relazionarsi in base ad esse.

Scritto da Fulvia DiBenedetto, insegnante di Scuola dell’Infanzia a Torino

I turisti sessuali del bel paese

Articolo di Flavia Amabile, Stampa, Nazionale, 20/8/2010

Sono ottantamila gli italiani turisti del sesso, malati al punto da girare il mondo per trovare minorenni e soddisfare le loro perversioni. E’ un esercito, uno dei piu’ nutriti al mondo: di popolazioni altrettanto dedite a questa pratica non e’ detto che ce ne siano molte. Si tratta di fenomeni che avvengono all’estero, dunque il governo italiano puo’ combatterli attraverso eventuali campagne informative come quelle organizzate in Kenya o in Brasile. Oppure attraverso iniziative mirate. Nel novembre del 2008 Michela Brambilla – oggi ministro del Turismo e allora sottosegretario – aveva denunciato questi «numeri che fanno paura» e organizzato un incontro tra Governo e operatori del settore uniti per un turismo responsabile per chiedere «a tutte le realta’ della filiera turistica, di sottoscrivere un codice di «Certificazione Turismo Etico». Due anni dopo i numeri degli italiani amanti del turismo sessuale probabilmente sono aumentati ma il codice e’ lontano dall’essere una realta’, e’ salito alla ribalta delle cronache soltanto per essere diventato un suggerimento del governo inserito nel testo sulla pedofilia in discussione in Parlamento. Dal primo luglio e’ entrata in vigore la Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e l’abuso e quindi per contrastare anche il turismo sessuale ma l’Italia e’ fra i Paesi che ha solo firmato il testo senza ratificarlo. Nel frattempo, gli appassionati del sesso proibito crescono. Sono sempre piu’ giovani – hanno appena 20-30 anni – si recano nei Paesi in via di sviluppo non per spirito di avventura o di conoscenza di nuove terre, ma per incontrare sessualmente un minorenne. Qualche anno fa, la loro eta’ media era piu’ elevata, avevano circa 30-40 anni. Complessivamente, i minori vittime di sfruttamento sessuale nel mondo sono stimati in 2 milioni; un quarto vive in Asia. Sono i dati piu’ aggiornati esistenti sulla materia e sono stati elaborati da Legale nel sociale», un’associazione di avvocati impegnati nel terzo settore. Il fenomeno – e’ stato ricordato dall’associazione che ha fatto riferimento a dati dell’Unicef e dell’Ecpat (End child prostitution pornography and trafficking)- e’ in gran parte sommerso e i dati si riferiscono a stime, certamente calcolate per difetto. Il turismo sessuale e’ cosi’ diffuso e drammatico che non puo’ essere considerato un fenomeno da far risalire alla pedofilia: infatti, tra i turisti sessuali solo il 3% e’ pedofilo. Si parla di un giro d’affari da 250 miliardi di euro l’anno; 10 milioni i bambini coinvolti, oltre 2 milioni sarebbero gli aborti; 1.640.000 i tentativi di suicidio; 2. 500.000 gli stupri; 300. 000 nuovi casi di Hiv e 4.500.000 i bambini infettati da papilloma virus. Godere dell’attenzione di un minore costa mediamente 20 dollari. Ma in alcuni paesi, come Brasile e Filippine, le tariffe scendono addirittura a cinque dollari. In Thailandia, si arriva anche a 40 dollari mentre nella Repubblica Domenicana si spende al massimo 30 dollari. Cifre del tutto insignificanti per i paesi ricchi ma che rappresentano un’entrata preziosa e ambita nelle comunita’ povere e disagiate dei paesi in via di sviluppo. Il turista del sesso proveniente dall’Europa occidentale, italiano compreso, predilige mete asiatiche e africane. Il paese dove si stima il maggior numero di bambini vittime e’ la Cina (600 mila) seguito da India (575 mila), Messico (370 mila), Thailandia (300 mila), Nepal (200 mila), Filippine (100 mila). Nello Sri-Lanka (30 mila), l’80% dei bambini coinvolti nello sfruttamento sessuale sono maschi.

_____________________________________________________

Contano anche padri, nonni, asili: l’amore deve essere allargato

Articolo di Francesco Rigatelli, Stampa, Torino, 2/8/2010

Si parla di lavoro, di famiglia, di donne e di tempo dedicato ai bambini. Si tratta delle basi di un sistema sociale, quindi della vita della citta’ e, insomma, della politica nel senso piu’ ampio possibile. Ernesto Caffo, professore ordinario di Neuropsichiatria infantile all’Universita’ di Modena e’ la persona con cui parlare di tutto questo. Fondatore nel 1987 dell’associazione Telefono azzurro per i diritti dei piu’ piccoli ha il tono serio di chi si occupa da una vita di simili temi. «Qualsiasi ricerca che spinga i genitori lontano dai bimbi per lungo tempo mi suona strana – esordisce -. Per ogni figlio e’ fondamentale costruire relazioni solide fin dall’inizio della vita. Una certezza che risulta da tanti studi sugli uomini e sugli animali> >. L’incontro con gli altri come aiuta i bambini? «Interazioni di qualita’ favoriscono lo sviluppo. Al di la’ della necessaria figura materna ci sono tante persone di riferimento utili a regalare competenze al bimbo. Deve trattarsi di persone in grado di accoglierlo, accudirlo e accompagnarlo nella crescita». A quali altre figure si riferisce? «A chi frequenta stabilmente il piccolo. A tutti coloro che lo prendono in cura: nonni, zii e fratelli. E in una societa’ evoluta anche figure esterne di accompagnamento, come il personale degli asili nido». Quanto e’ importante il rapporto col genitore rispetto a quello con queste altre figure? «L’interazione tramite sguardi, esperienze sensoriali, come il contatto fisico, e relazionali sono fondamentali per la crescita del bambino col genitore. E sono rilevanti anche per l’adulto. Che cosi’ comincia a capire il figlio e a saperne di conseguenza anticipare i bisogni. Si crea, insomma, una danza relazionale tra i due». La mamma che specificita’ ha? «I ruoli genitoriali sono sempre piu’ scambiabili. Allattamento a parte, il risveglio, l’alimentazione, il gioco e l’addormentamento sono momenti di presenza fondamentale sia per la mamma che per il papa’». Come si diventa bravi genitori? «Fin dalla gravidanza bisogna predisporre tutto cio’ di cui il bambino necessita, come la divisione del tempo del figlio tra le persone che lo accudiscono. Perche’ non ci puo’ essere una mamma da sola, serve l’aiuto di tutti i membri della famiglia e di esterni. L’ambiente attorno al bimbo dev’essere armonico e costituire una base sicura su cui crescere introiettando le conoscenze necessarie per farlo da persone di fiducia». Diamo i numeri. Quali sono i tempi da dedicare a un figlio? «La mamma deve stare sempre con lui per i primi tre mesi, poi puo’ lavorare part time per allattarlo. Nei primi otto mesi e’ sconsigliabile lasciare il bimbo ad estranei. Poi, asili nido nelle aziende aiuterebbero. Infine, bisogna tener presente che non e’ la presenza fisica ad aiutare il bimbo ma l’interazione. Se la mamma sistema la casa e il papa’ guarda la tv il bambino non e’ stimolato a crescere. Piu’ ore di qualita’ insieme si passano nel primo anno di vita e meglio e’».

________________________________________________________

Cosi’ cervelloni, cosi’ fragili

Articolo di Lisa Elena, Stampa, Nazionale, 4/9/2010

Alvy ha sette anni, i capelli rossi, gli occhiali grandi e un’intelligenza fuori misura. Un giorno la mamma lo trascina dal dottore: e’ sempre triste, sembra depresso: «Che cos’hai Alvy?» «Succede che l’universo e’ in espansione e prima o poi esplodera’». E la mamma: «Ma che t’importa dell’universo? Tu vivi a Brooklyn e Brooklyn mica si espande!». Eccolo il genio incompreso: l’Alvy di «Io e Annie» (uno dei film piu’ riusciti di Woody Allen) sta li’ ad interrogarsi e intanto si perde la fanciullezza. In Italia, di «cervelloni» come lui ma gli esperti dicono che il termine giusto per definirli sia «bimbi plusdotati» – ce ne sono tanti: 8 ogni 100. Tuttavia – spiega Anna Oliverio Ferraris, psichiatra dell’eta’ evolutiva – «non tutti sono felici, perche’ hanno un’intelligenza superiore che puo’ non essere capita oppure perche’ il loro talento li trasforma in fenomeni da baraccone». Troppe aspettative, troppi obiettivi da raggiungere: i bambini plusdotati vivono infanzia e gioventu’ sotto esame. Un caso emblematico e’ quello di William James Sidis, vissuto nei primi del 900 in America, diventato l’attrazione per un intero Paese, che ne seguiva con ansia i progressi: a tre anni William parlava il francese, a otto aveva pensato una speciale tavola logaritmica, a 12 era iscritto a Harvard, a 15 si laurea in matematica. La pressione e’ cosi’ grande da fargli venire un esaurimento nervoso e il desiderio di sparire. Di lui si perdono presto le tracce: le ultime notizie lo davano come impiegato delle poste. «Il punto e’, qui continua la psichiatra : avranno pure un’intelligenza sopra la media, ma si tratta di bambini che devono vivere la loro eta’». Non possono percio’ mancare feste con i compagni, nuotate in piscina, partite di calcio, ninna nanna al bambolotto e campeggio con gli amici. Non devono sentirsi «bestie rare» e restare imbrigliati in un ruolo da cui non e’ facile uscire. Anche perche’ poi, crescendo, non tutti si rivelano dei veri geni. «Ci sono bimbi precoci – dice Eugenio Aguglia, presidente della Societa’ italiana di Psichiatria che sembrano avere una marcia in piu’ rispetto agli altri, ma nell’adolescenza si riallineano con i coetanei. Se scuola e parenti fino ad allora li hanno trattati come eccezionali, faranno una gran fatica, da grandi, a non credersi piu’ tali». Ma tra le fonti di ansia e infelicita’ c’e’ anche la noia. I bambini con un quoziente intellettuale piu’ alto possono non trovare stimolanti le lezioni o gli amici. «Per questo dice Anna Maria Roncoroni, presidente dell’Aistap, l’associazione per lo sviluppo del talento – e’ importante che gli insegnanti sappiano cogliere le differenze tra gli allievi e stimolare le loro capacita’». Mai obbligandoli, pero’. Se lasciati liberi, i bambini trovano sempre la strada giusta per cercare cio’ di cui hanno bisogno. Anche quella di snobbare la loro genialita’ e fingersi «normali».

________________________________________________________

Bambini di 10 anni e anche piu’ piccoli colpiti dai disturbi alimentari

Articolo di L.Mondo, S. Del Principe, Stampa, Torino, 12/10/2010

Quando si parla di anoressia e bulimia, spesso si pensa a problematiche di adulti e adolescenti, ma la brutta notizia è che l’età in cui insorgono i disturbi alimentari si sta tragicamente abbassando. Da un sondaggio recente, infatti, si è scoperto che sono migliaia le ragazzine di circa 10 anni a soffrire di anoressia o bulimia. La causa? Probabilmente i traumi familiari, come i litigi dei genitori, le separazioni e i divorzi. Dai dati che emergono dallo studio condotto dal groppo di supporto Overeaters Anonymous GB, il 53% dei malati ha asserito di aver avuto i primi disturbi intorno ai 10 anni di età. Solo un terzo di questi ha sviluppato la malattia relativamente tardi: intorno agli 11-15 anni. I dati riportati sul DailyMail potrebbero sembrare a prima vista incredibili, ma non è raro vedere ragazzini affetti da disturbi alimentari. «Purtroppo i risultati dell’indagine non sono poi così sorprendenti. Stiamo notando che le persone in trattamento per anoressia sono sempre più giovani», afferma MaryGeorge, un portavoce del Beat, che continua «Abbiamo condotto uno studio simile all’inizio di quest’anno e abbiamo trovato l’età media per lo sviluppo di questa patologia appena  sotto i 12 anni. C’è anche stato un caso di sei anni». L’indagine ha potuto dimostrare che la causa scatenante è quasi sempre riconducibile a problemi familiari, siano essi di natura caratteriale o causati dalla perdita di una persona amata. Questo è un motivo in più per dare importanza e mettere maggior impegno in rapporti familiari sani che, a quanto pare, sono alla base della salute psicofisica dei bambini.

________________________________________________________