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Prigionieri dell’ansia? Si può apprendere ad accettarla e a gestirla.

Scott Stossel has tried almost every treatment available for his anxiety, from drugs to yoga. Nothing has worked.

Fonte: The New Yorker

Scott Stossel è un giornalista americanodi grande successo  (attualmente è l’editore di The Atlantic), ormai sulla quarantina, che ha sofferto per tutta la vita di un dosturbo di ansia acuta e che su suggerimento del suo terapeuta scrive un bellissimo libro dal titolo: “My Age of Anxiety” (2014)”, dove riporta la storia della sua ansia.  Una compagna fedelissima che non lo ha  abbandonato mai. Quando era un bambino, aveva una terribile ansia da separazione, come è cresciuto, ha iniziato ad avere la  fobia di parlare in pubblico, di volare, degli svenimenti,delle  vertigini, degli chiuso gli spazi, dei germi, del vomito edel formaggio. Di fronte a situazioni inevitabili che lo mettono  di fronte alla prospettiva di un viaggio aereo o all’ impegno di parlare in pubblico o a  una riunione in ufficio, Stossel sperimenta il panico in piena regola: insonnia, sudorazione, vertigini, dolori di stomaco e perdita di controllo degli sfinteri. La vista di un brufolo lo fa sprofondare in un tunnel di  terrore e al suo matrimonio confessa di essere quasi svenuto dall’ansia. Stossel è  in terapia da quando aveva dieci anni , e ha consumato un armadietto intero di psicofarmaci: Thorazine, Nardil, Prozac, Zoloft, Paxil, Wellbutrin, Valium, Librium, Xanax, Klonopin, per non parlare del consumo di alcol .  La maggior parte del suo libro è un’esplorazione scientifica della storia dell’ ansia e un resoconto  giornalistico dello stato attuale delle conoscenze mediche .
L’idea che l’ansia è fondamentale per la condizione umana può anche significare che la nostra vita mentale è caratterizzato da un conflitto psichico, e l’ansia è il sintomo di quel conflitto. Questo è, grosso modo, la vista psicoanalitica. E ‘quello che Freud intendeva quando, nel 1917ha chiamato l’ansia un enigma la cui soluzione potrebbe inondare di luce l’intera esistenza mentale”. L’ansia è la caratteristica comune di tutte le nevrosi. L’ansia ha però un ruolo importante nella vita degli esseri umani. Si sperimenta ansia ogni volta che si percepisce una minaccia o un pericolo (alla propria sopravvivenza o al proprio ego, non cìè differenza); questo ci permette di prepararci ad agire prontamente. L’ansia ha quindi una funzione protettiva e preventiva, ma diventa patologica nel momento in cui non si è capaci di gestirla e l’organismo permane in uno stato di iperattivazione prolungata. Scott Stossels e tanti come lui  non hanno sconfitto l’ansia (l’autore  illustra nel libro che la sua ansia non è frutto di enigmi o problemi irrisolti ma di qualcosa di medico, di qualcosa che ha a che fare con la componente genetica) hanno imparato a conviverci e a gestirla con successo. Infatti il primo passo è quello  di accettare l’esperienza, di non combattetela. Diventa importante sostituite il rifiuto, la collera e l’odio con l’accettazione. L’ansia fa parte degli esseri umani, è una componenete genertica e combatterla è come combattere contro una parte di sé. Chi è ansioso non è malato, è particolarmente sensibile e attiva l’ansia più facilmente. L’accettazione dell’ansia è il primo di una serie di passi che possono portare e diminuire e ad interompere  uno stato d’ansia.

Dott.ssa Francesca La Lama

 

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La Mindfulness aiuta a fare scelte più intelligenti

La semplice meditazione detta di Consapevolezza, fatta anche per soli 15 minuti è risultata essere efficace nel promuovere scelte e decisioni più consapevoli, migliori e intelligenti.  Bastano 15 minuti di meditazione Mindfulness (o Consapevolezza) per compiere scelte o prendere decisioni migliori, più intelligenti. Un solo quarto d’ora e ne beneficia dunque non solo il cervello, ma anche la propria vita, dimostrano ancora una volta l’efficacia di questo metodo tanto semplice quanto utile.

Ad aver osservato la validità della Mindfulness anche nell’ambito delle scelte che una persona può operare in diverse situazioni di vita sono stati gli scienziati francesi dell’INSEAD (Institut Européen d’Administration des affaires) insieme agli statunitensi della Wharton School of the University of Pennsylvania che hanno condotto uno studio i cui risultati sono stati pubblicati su Psychological Science, una rivista della Association for Psychological Science.

Il dott. Andrew Hafenbrack e colleghi hanno constatato come le persone in genere hanno difficoltà ad ammettere di aver sbagliato a prendere una decisione, specie iniziale, quando i risultati di una certa impresa o altro non sono positivi o sono indesiderabili. Questo perché molti non vogliono sentirsi inutili, sapere di aver fallito o che il loro investimento iniziale è stato una perdita.
Ironia della sorte, è proprio questo tipo di pensiero che spesso induce le persone a sprecare o perdere più risorse nel tentativo di riconquistare il loro investimento iniziale o nel cercare di pareggiare i conti.

Una soluzione a questo genere di atteggiamento distruttivo o che comunque alla fine risulta controproducente è stata trovata essere la Mindfulness, che fondandosi sulla consapevolezza del momento presente, libera la mente da certi pensieri e può contribuire a contrastare questa radicata tendenza e aiutare a prendere decisioni migliori.
I ricercatori hanno osservato come anche un breve periodo di meditazione Mindfulness potesse incoraggiare le persone a prendere decisioni più razionali considerando le informazioni disponibili nel momento presente, ma soprattutto ignorando alcune delle altre preoccupazioni che in genere esasperano gli errori di valutazione irrecuperabili.

Al termine dello studio, i ricercatori hanno potuto rilevare come le persone più tipicamente focalizzate sul momento presente, ossia nella Consapevolezza, avessero riferito che avrebbero ignorato gli errori irrecuperabili, e gli eventuali investimenti perduti.
Questi stessi risultati positivi si sono mostrati anche quando gli scienziati hanno ripetuto altri tre esperimenti, con maggiori difficoltà e costi.
I partecipanti, suddivisi a caso in due gruppi, hanno mostrato di essere più consapevoli e operare scelte più intelligenti nel praticare la Mindfulness, a differenza degli appartenenti al gruppo di controllo che dovevano soltanto pensare a qualsiasi cosa veniva loro in mente.
In conclusione, la meditazione di Consapevolezza si dimostra efficace anche in caso di scelte pratiche come gli investimenti economici, imprese o altri ambiti che riguardano la vita di tutti i giorni.

Fonte: La Stampa

ndo ansia e depressione sono causate dal fumo

Meno motivazione nella vita di tutti giorni, più ansia e sintomi depressivi per chi fuma regolarmente. Sempre più studi mostrano come abbandonare le bionde sia un passo che ogni fumatore dovrebbe compiere, per la propria e l’altrui salute.

Quante cose si sono già dette sul fumo. Sono molti e molti gli studi che ogni giorno confermano l’elenco quasi interminabile dei danni causati da questo vizio. Danni che non solo colpiscono chi fuma ma, spesso e volentieri, anche chi non fuma: è il caso del fumo di seconda e terza mano – che vede quest’ultimo addirittura potenzialmente più distruttivo di quello di prima mano. Se dunque l’elenco dei danni fisici è chilometrico, a questo si aggiungono anche i danni a livello psichico che, secondo uno nuovo studio, si mostrano evidenti con ansia e depressione. I quali, a loro volta, hanno un risvolto nella vita quotidiana facendo sentire chi fuma meno motivato.

Se dunque l’elenco dei danni fisici è chilometrico, a questo si aggiungono anche i danni a livello psichico che, secondo uno nuovo studio, si mostrano evidenti con ansia e depressione. I quali, a loro volta, hanno un risvolto nella vita quotidiana facendo sentire chi fuma meno motivato.

A suggerirlo è la ricerca condotta dai ricercatori della Universidade Estadual de Londrina, in Brasile, coordinati dalla dottoressa Karina Furlanetto e in cui si è riusciti a dimostrare per la prima volta che i fumatori sono meno attivi fisicamente rispetto ai non fumatori, e non solo.
«La nostra ricerca – spiega la Furlanetto – ha dimostrato una riduzione del livello obiettivamente misurato di attività fisica nella vita quotidiana dei fumatori adulti rispetto ai non fumatori».

Per arrivare a queste conclusioni, la dott.ssa Furlanetto e colleghi hanno reclutato 60 fumatori e 50 non fumatori che sono stati invitati a indossare un contapassi per un minimo di 12 ore al giorno, per un totale di 6 giorni. Al termine del periodo di test, sono stati prelevati i dati relativi all’attività fisica svolta dai partecipanti. I risultati hanno evidenziato che su base giornaliera i fumatori camminavano meno, rispetto ai non fumatori.
Ulteriori test, come quello del respiro, hanno poi mostrato che i fumatori avevano una ridotta funzione polmonare che si mostrava in un’altrettanta ridotta capacità di prendere un lungo respiro: questo si traduceva in una riduzione nella funzione fisica e nell’esercizio, anche semplice come quello del camminare.

L’analisi dei sintomi di ansia e depressione hanno poi mostrato che questi erano prevalenti nei fumatori, così come le rispose sulla salute e la qualità della vita date dai partecipanti rivelavano che i fumatori si sentivano più stanchi, con poca o nulla motivazione nel cambiare lo stato delle cose – in particolare la scarsa propensione all’attività.
In sostanza, chi fumava presentava tutti i tipici sintomi della persona ansiosa e depressa, con una limitata disposizione nei confronti della vita.
I risultati completi dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Respirology.

Fonte: La Stampa

 

 

 

Bambini lezioni e sentimento

indexNEW YORK Èmezzogiorno, c’ è finalmente un bel sole quasi caldo, dopoi giorni della tempesta polare i bambini possono mettere il naso fuori dalle loro classi. Sono una ventina, stanno in cerchio tenendosi la mano nel cortile della Corlears School a Chelsea nella parte bassa di Manhattan. In mezzo a loro LaTasha, la maestra, parla con tono quasi musicale: «C’ è qualcosa che volete raccontare? Qualcosa che non va come vorreste a casa o a scuola? O con i vostri amici?». Tim è intabarrato dentro un giubbino troppo largo, ha otto anni, abbassa lo sguardo e alza un filo di voce: «A me non piace mio fratello più grande: mi ruba sempre i giochi». Vengono assegnati i ruoli: uno più alto degli altri interpreta il “cattivo” e in mezzo al cerchio va in scena la riproduzione del “furto”. La maestra guida tutte le fasi sino a quando Tim non ritrova il sorriso, il finto fratello chiede scusa e tutti si dondolano avanti e indietro nel loro palcoscenico immaginario. Quello di LaTasha non è un esperimento empirico ma segue alla lettera uno dei tanti programmi per “quella materia fondamentale che ancora mancava nelle scuole americane”: l’ educazione emotiva. Ovvero insegnare ai bambini a gestire quello che capita loro attorno, comprendere i propri sentimenti, quelli degli altri, sviluppare l’ empatia, domare rabbia e nervosismo. La piccola rivoluzione che mette al centro della didattica l’ intelligenza emotiva, secondo la definizione del best seller dello psicologo Daniel Goleman, si appoggia su basi scientifiche e sta conquistando sempre più consensi. Marc Brackett, dell’ università di Yale, è uno dei più attenti studiosi del fenomeno: “Dopo anni di ricerche ed esperimenti non ci sono più dubbi: sappiamo che le emozioni possono migliorare o ostacolare la capacità di apprendimento”, spiega ad un convegno. Il concetto è semplice ma non scontato: se un alunno ha problemi a casa certo faticherà a concentrarsi sui libri, se litiga con i compagni non riuscirà a stare attento, se è sospinto dall’ euforia o zavorrato dalla tristezza sarà impossibile farlo progredire negli studi. La scuola è un’ enorme pentolone che ribolle, dall’ infanzia all’ adolescenza le emozioni viaggiano alla velocità della luce: imparare a governarle diventa decisivo. Per molto tempo gli insegnanti (e pure i genitori) non si sono preoccupati di questo aspetto: l’ idea generale era che queste capacità si sviluppano naturalmente con il tempo, attraverso l’ esperienza. Ma gli studi confermano che non è affatto così: molti non riescono mai a controllare i propri stati d’ animo, attraversano in una sorta di altalena emotiva tutta la loro carriera scolastica sino a diventare giovani uomini e donne problematici. “Sono percezioni naturali mi ripete ancora qualcuno, i bimbi le apprendono guardandosi attorno in famiglia. È un’ assurdità: come tutte le doti vanno allenate”, dice ancora Brackett, che poi aggiunge: “Non basta urlare calmati per ottenere l’ effetto sperato, bisogna spiegargli come fare a riprendere il controllo: va riconosciuto il problema, affrontato, risolto”. I benefici sono assicurati, giurano gli esperti. Non solo nell’ immediata carriera da studenti ma anche nel futuro: secondo uno studio dell’ università della Virginia l’ educazione emotiva è la chiave per avere successo nella vita e nel lavoro, poi ci guadagnano le relazioni di coppia e persino la salute. “Gli effetti positivi vanno ben al di là di un bel voto in un test: sono talmente tanti da dare quasi le vertigini”, esulta Maurice Elias della Rutgers University. Nascono molti siti dove si trovano manuali di comportamento, nei blog padri e madri smarriti davanti ad un terreno sconosciuto trovano le risposte che cercano, su Google ci sono più di 8mila link collegati (ce n’ era uno nel 1981). Edutopia, la fondazione di George Lucas, quello di Guerre Stellari, stanzia milioni di dollari ogni anno per promuovere questi programmi, altre organizzazioni no profit fanno pressione sul Congresso e sui singoli Stati perché la materia diventi obbligatoria per legge. L’ Illinois, dal 2003, è il primo stato ad averla adottata, adesso si muovono anche altri: dalla California a New York. Tutti convinti che questa sia la strada per prevenire l’ incubo dei professori americani: il bullismo, compreso la sua versione cyber: “Se riusciremo ad insegnare ai nostri ragazzi l’ autocontrollo, tra vent’ anni avremmo un mondo migliore”, assicura Jessica che insegna anche lei alla Corlears. La fiducia nella prevenzione conquista anche la politica: tanto che da Washington parte la direttiva di cambiare linea sulla “tolleranza zero” a scuola. scuolaSino ad ora gli studenti indisciplinati venivano puniti con severità, dall’ espulsione sino al carcere nei casi di reati violenti: adesso si mettono in atto corsi di recupero, non perdere ragazzi per strada diventa prioritario e nelle ore passate con gli insegnanti di sostegno, va da sé, l’ educazione emotiva è la materia regina. Billy fa il preside in una scuola di Sacramento, racconta la sua esperienza al New York Times, che dedica al tema una copertina del suo magazine: “Andava tutto male, pessimi risultati, indisciplina, risse e guai simili. Allora ho cambiato molti professori, rifatto i programmi didattici ma ancora niente: le cose non miglioravano. Poi ho messo nella didattica il corso e dopo pochissimo la situazione è migliorata. Anche io sto meglio, me lo dice pure mia moglie”. Gli esercizi e le tecniche di insegnamento variano: il tratto comune è la fisicità, il tentativo di far visualizzare ai bambini le loro emozioni in modo da imparare a riconoscerle dunque a domarle. Gli alunni devono ricordarsi che faccia avevano quando si sono arrabbiati con la mamma, oppure quando hanno fatto festa per un bel voto: ritrovata quell’ espressione la ricreano e stanno immobili per un po’ . Oppure devono colorare quadrati con diverse tonalità, ognuna legata ad uno stato d’ animo particolare e poi incollarli al muro in modo da avere un grafico aggiornato del proprio umore. E anche viene chiesto di animare i libri, di recitare quello che hanno letto o i temi che hanno scritto. La respirazione è l’ altro filo che li tiene assieme: passa da qui infatti molta della nostra capacità di gestire i diversi stati animi, soprattutto la paura. Poi i vari programmi lasciano molto libertà ai professori, che devono capire quale tipo di bambino hanno davanti: c’ è chi dimentica una sensazione dopo pochi secondi e chi se la porta dietro per mesi. “Bisogna fare attenzione, si cammina in un campo delicato: addestrare bene i docenti diventa decisivo”, avvertono gli psicologi. Ma non tutti applaudono la novità. beloLa scrittrice Elizabeth Weil lancia l’ allarme su New Republic: “Vogliono uniformare i nostri figli. Io difendo il loro diritto di essere esuberanti, originali, anticonformisti anche a costo di farsi male. Già le nostre scuole non brillano per fantasia: adesso andiamo incontro al rischio di un’ ortodossia emotiva”. E una attenta studiosa delle scuole americane, Diane Ravitch le dà ragione: “Il guaio del nostro sistema educativo è che non abitua alla libertà di pensiero, altro che controllare le emozioni: andrebbero scatenate”. L’ ombra si allunga sul cortile della scuola di Chelsea. Fa freddoei bambini rientrano in fretta, si spingono e urlano nella strettoia della porta, LaTasha li sgrida sorridendo: “Non penso che creiamo dei robot, offriamo uno strumento per aiutarli a stare meglio. Prendi l’ inglese, insegniamo la grammatica poi ognuno di loro, grazie a Dio, in quello che scrive ci mette il cuore, la vita e la propria personalità”.

Fonte:  La Repubblica

La scuola delle emozioni

index 11   «Quanto libero può essere un bambino a scuola» è ovviamente una domanda tendenziosa. Di quelle che vogliono scatenare risse. Perché a scuola si va per imparare, e se una bambina si rifiuta di fare il disegno delle foglie il lunedì mattina dalle dieci alle undici, in qualche modo disturba la propensione più o meno spontanea degli altri bambini a obbedire alla consegna, e in una interpretazione piuttosto circoscritta del suo bene, disturba anche il suo processo di apprendimento dell’ arte del disegno e quindi è una libertà solo apparentemente innocua la sua e a scuola diventa un problema da affrontare se si ripresenta più di una volta, massimo due. Ese poi è lo studente delle superiori a mancare un giorno sì e uno no dalle lezioni, anche questa è una libertà pericolosa, il perché qui non è così evidente e luminoso, ma il fatto è tanto grave da farlo escludere dallo scrutinio per legge, bocciato d’ ufficio. images 12Quali che siano i risultati scolastici. Poi ci sono le emozioni. Anche la domanda “quali emozioni possono abitare a buon diritto le aule di scuola” è tendenziosa. Fare un elencoè stupido, entrano tutte, insieme alle persone che la frequentano. Sollevare un mare di distinguo, tipo: amichevole sì, affettuoso sì, grato sì, ribelle meglio di no, o con moderazione, odioso forse, però solo in privato, amichevole sì anche in pubblico purché si agisca poco poco, e già ci si trova sommersi dal politicamente scivoloso. Ma da Daniel Goleman in poi anchei non addetti sono piùo meno informati circa l’ esistenza dell’ intelligenza emotiva, che ha a che fare con la capacità di affrontare con successo la vita e anche la scuola, e infatti la tesi che le abilità emozionali siano strategiche per i risultati scolastici ha portato a un investimento importante sui programmi di Social Emotional Learning (SEL) all’ interno dell’ istruzione in ambito anglosassone. Con risultati, dopo decenni di monitoraggio, sconfortantemente diseguali, discussi, eclatanti e deludenti a seconda dell’ indagine o dell’ esperienza che si va a scegliere per parlarne. Ci son questioni così grandi dentro. imagesC’ è il punto di vista bambino ad esempio: la sua individualità, se sconfina la composta vita d’ aula, va coltivata oppure normalizzata? E poi, un’ educazione alle emozioni corre sempre il rischio di esprimere una visione standardizzata di gestione delle emozioni, addirittura funzionale banalmente al mondo di scuola, dove i tagli di organico rendono più conveniente la disciplina e quasi ingestibile le diversità. Picchiare, far danni alle cose, dire parolacce e impedire la lezione, per semplicità e un po’ all’ ingrosso si può dire che non sono problemi né di libertà né di emozione, ma di maleducazione, almeno fino a una certa età. Poi è delinquenza e basta, sempre parlando all’ ingrosso, perché a pensarci poi la scuola raccoglie quel che il mondo le consegna e a volte è proprio difficile mettere il confine fra la reazione adolescenzialmente sgangherata a situazioni di vita ferita e il reato ben deliberato. Di sicuro le emozioni sono tema di scuola, insieme alla libertà che ciascuno, fin da bambina e da bambino, ha il diritto di vedere riconosciuta, libertà di essere unico e di difendersi. E di ribellarsi a manipolazione, depressione, frustrazione, stanchezza, sfiducia del mondo adulto come ce lo descrivono le indagini e come ce lo consegna la letteratura oggi. Perché è evidente che le emozioni a scuola sono anche quelle degli adulti, eppure non c’ è programma di formazione dei docenti che preveda un lavoro sulle proprie emozioni d’ aula e su come fare a fidarsi e affidarsi all’ empatia, che è sentire quel che sente chi ci sta davanti, e così entrare in relazione, senza perdersi. Bisogna non perdersi quando si è in aula. Sulla scuola tutti hanno da dire ed è giusto, perché la scuola è il bene di tutti. Però in virtù dell’ essere stati studenti o di avere figli studenti, il dire di scuola è spesso un dire (troppo) assertivo. Beati quelli che son sicuri di quel che si deve fare. Pazzi quelli che son sicuri di quel che si deve fare.

Fonte: La Repubblica

Cibo sano che ossessione

imagesMangiar sano è cosa buona e giusta. Ma attenzione a non farne una malattia. Altrimenti si rischia l’ortoressia. Ovvero l’ossessione del mangiare corretto. Ortodosso. Parente stretta dell’anoressia, è la più recente tra le patologie alimentari di un Occidente che ha smesso di temere la fame e vive l’abbondanza come una colpa. Gli ortoressici sono ossessionati dalla nocività di ciò che mangiano. Temono che il cibo nasconda pericoli mortali e si chiudono in difesa, esercitando un controllo sempre più rigoroso su qualità e tipologia degli alimenti.

Si isolano al momento del pasto, rifiutano ogni invito a pranzo per paura di dover ingerire cibi pericolosi, guardano solo alla composizione e non al gusto del piatto. E soprattutto la loro autostima cresce se resistono alle tentazioni gastronomiche. Sono questi i sintomi principali della patologia. Che ha ormai una diffusione epidemica.

Il primo a usare la parola ortoressia- dal greco “orthos”, che significa giusto, corretto, e “orexis”, che significa appetito – è stato il dietologo americano Steven Bratman che alla fine degli anni Novanta raccontò la sua esperienza di ex-ortoressico in un articolo uscito sullo Yoga Journal. Subito dopo fu subissato di mail e telefonate da un esercito di persone che si riconoscevano nei sintomi descritti da Bratman.

A furia di eliminare alimenti si riduce la dieta a pochissimi nutrienti con grave danno per la salute. Si comincia con la criminalizzazione del burro. Segue a ruota la demonizzazione dello zucchero. Poi arriva la fatwa sul sale. Seguita, quasi automaticamente, dalla scomunica della carne, ma anche del pesce. Senza dire delle uova, oggetto di un vero e proprio anatema. E il cerchio si chiude con latticini e formaggi, che dietro il loro rassicurante candore nasconderebbero tenebrose proteine killer. Dopo di che i tabù si moltiplicano in maniera direttamente proporzionale alle nostre paure e insicurezze. Di cui i cibi diventano simbolo, catalizzatore, capro espiatorio. Così la tavola si trasforma nel teatro di una battaglia tra bene e male, mascherati da salute e malattia.

Non a caso vegani e crudisti sono considerati dagli esperti i principali candidati a questa patologia. Ma anche gli sportivi, che della competizione con se stessi e con gli altri fanno una ragione di vita.

Rimedi? Per sconfiggere la malattia è necessario un doppio counseling. Nutrizionale e psicologico. Per sfatare i falsi miti dietro le fissazioni ortoressiche e vincere l’ansia che è alla base dei disturbi di questo tipo. Bisogna fare qualcosa e subito perché la sindrome non risparmia neanche i bambini, condizionati da genitori che trasformano una giusta educazione al cibo in una prigione immunitaria, da cui la golosità è punita. È proprio questo che hanno in comune i soggetti ortoressici. La condanna del piacere. E il controllo di sé trasformato in una forma di penitenza laica, di mortificazione del corpo.

Che somiglia al rigore ascetico delle antiche sette ereticali, come gli gnosticiei catari, che professavano astinenza alimentare e sessuale. Per sentirsi puri, eletti, esenti dal peccato. Proprio perché vittoriosi sugli appetiti. Non a caso gli asceti del food cambiano abitudini sociali e stile di vita, sacrificano perfino il loro rapporto di coppia isolandosi da chi non condivide il loro credo rinunciante. Fino ad arrivare a una sorta di apartheid volontario, fondato su un inconfessato senso di superiorità.

Farsi da mangiare diventa per loro un gesto transizionale, come la coperta di Linus.

Un modo per ridurre la complessità sfuggente della realtà a una dimensione gestibile. Controllando ciò che si mettono in corpo hanno insomma l’illusione di controllare anche il resto. È quel che facciamo nel nostro piccolo un po’ tutti, ricorrendo al tofu come esorcismo, al riso integrale come mantra. E al tè verde come salvavita. Per metterci in pace con la bilancia e la coscienza. Ipotecando il presente per inseguire il miraggio di un benessere futuro. Col risultato di vivere da malati per morire sani.

Articolo tratto da Repubblica

 

La Mindfulness efficace anche per i bambini con ADHD

Dott.ssa Francesca La Lama

indexNegli ultimi anni la mindfulness è emersa come un modo alternativo alla farmacoterapia per trattare i bambini e gli adolescenti con ADHD e altre  condizioni che vanno da stati di ansia, disturbi dello spettro autistico, depressione e stress. E i benefici si stanno dimostrando essere degni di attenzione. Altri studi recentissimi si sono concentrati sugli effetti della mindfulness sui bamnbini con ADHD e i risultati sono molto interessanti perché dimostrano l’efficacia del training. Lo studio effettuato da un gruppo di ricercatori[1] ha avuto come scopo quello di verificare l’efficacia della Mindfulness nel migliorare lo stato di attenzione e concentrazione in un gruppo di scolari. Sono stati coinvolti 47 studenti tra i 9 e i 14 anni  a partecipare ad un training di Mindfulness, secondo il modello Mindfulness- Based Stress Reduction (MBSR) di Kabat-Zinn, per la durata di 8 settimane con esercizi adattati all’età del campione.  Ogni settimana prevedeva un’ora di training in gruppo accompagnate da diverse esercitazioni da fare a casa. All’inizio ed alla fine del training  tutti gli alunni partecipanti hanno eseguito il test d2 per misurare l’attenzione e la concentrazione.I risultati dello studio sono stati ricavati confrontando le prestazioni al test d2 prima e dopo le 8 settimane di training. Il confronto è stato effettuato per tutti i gruppi sperimentali (alunni con ADHD e senza, alunni con training e senza training).

images adhd

I risultati hanno evidenziato un miglioramento di attenzione e concentrazione nei bambini sottoposti al trattamento con differenze significative tra il gruppo sperimentale e quello di controllo. Non risultavano differenze significative tra alunni della scuola elementare e della scuola media, e neanche tra gli alunni di sesso diverso. Il training di Mindfulness ha mostrato il suo effetto positivo, pur non essendo ancora confermato scientificamente per curare l’ADHD. Tutti i partecipanti hanno tratto beneficio dal training e soprattutto i bambini con una diagnosi di ADHD hanno migliorato in modo significativo la loro prestazione nel test d2. La ricerca dimostra che la Mindfulness per bambini ed adolescenti con problemi di ADHD è una strategia efficace che può sostenere altre strategie in molti ambiti della vita e quindi non solo quella scolastica.

I miglioramenti funzionali e strutturali a carico del sistema attentivo, in particolare rispetto ai meccanismi di autoregolazione e di inibizione della risposta automatica, rappresentano le dimensioni centrali cui la mindfulness può agire. Tali meccanismi risultano fondamentali rispetto al Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività poiché contribuiscono significativamente al processo di autoregolazione[2], un concetto che, con ampie sfumature emotive e comportamentali, viene considerato centrale negli attuali programmi riconosciuti dalla comunità scientifica per il trattamento cognitivo comportamentale dell’ADHD[3].

I benefici attribuibili alla mindfulness nel trattamento della sintomatologia ADHD riguardano principalmente:

  • La regolazione dell’attenzione e dei processi cognitivi coinvolti: le difficoltà cognitive riscontrate negli ADHD si manifestano principalmente nei processi di linguaggio (esempio fluenza verbale, lettura ecc.), nella memoria di lavoro, nell’inibizione delle risposte automatiche e nell’attenzione[4]. Alcune di queste funzioni contribuiscono a determinare le funzioni esecutive, meglio definite come abilità di pianificazione, identificazione di obiettivi e messa in opera degli stessi. La pratica formale ed informale della mindfulness coinvolge ripetutamente le FE rinforzandole e producendo effetti specifici a carico dell’autoregolazione.
  •     La regolazione emotiva che mette in relazione la regolazione emotiva con le difficoltà di inibizione della risposta e l’impulsività.
  •     Gli studi di neuroimaging suggeriscono che le persone ADHD differiscono dalle altre nella struttura e nel funzionamento delle aree deputate alla regolazione emotiva, quali l’amigdala e la corteccia prefrontale ventromediale. Rispetto alle componenti riconosciute da Barkley, la mindfulness si propone come osservazione consapevole dello stato emotivo, nel momento presente in maniera né evitante, né dissociata. L’attenzione al respiro, impiegata nella pratica formale e informale, può indurre rilassamento ed abbassare l’attivazione psicofisiologica, aspetti cruciali dell’esperienza emotiva e dell’impulsività.
  •  La regolazione dello stress: le persone ADHD sembrano rispondere allo stress diversamente dalle altre non ADHD. Alcuni studi[5] dimostrano percentuali elevate di comorbilità con il disturbo post-traumatico da stress e suggeriscono l’ipotesi di un’associazione tra ADHD e risposte alterate allo stress[6]. In tutti questi casi la mindfulness può ad esempio contribuire al rilassamento ed al benessere psicofisico[7].

Mentre la ricerca sui bambini e adolescenti è in realtà solo all’inizio, ci sono diversi piccoli studi che dimostrano che per i bambini che soffrono di ADHD la consapevolezza può essere particolarmente utile. Diana Winston, autrice del libro Wide Awake e direttore della Pubblica Istruzione presso il Centro Mindfulness UCLA di ricerca, dal 1993 ha iniziato a coinvolgere gli adolescenti con ADHD in un ritiro  che lei chiama “campo di consapevolezza intensiva”. La ricerca per ottenere un risultato più significativo deve necessariamente aumentare il numero di soggetti studiati.

Questa breve rassegna mette in evidenza che si è ancora lontani dall’avere delle prove assolutamente incontrovertibili sull’efficacia dei programmi di Mindfulness dedicati all’infanzia e all’adolescenza. Gli studi prendono in analisi gruppi abbastanza ridotti e non sempre è presente un gruppo di controllo. Tuttavia i pochi dati fino ad ora presenti  in letteratura[8] sono incoraggianti rispetto ai benefici di tali programmi e rispetto alla possibilità di proseguire in questa direzione.

Bibliografia


[1] Saskia van der Oord et.al, The Effectiveness of Mindfulness Training for Children with ADHD and Mindful Parenting for their Parents, Journal of Child and Family Studies, 21, 1, 2012, pp. 139-147 passim .

[2] Rothbart, M. K., & Jones, L. B., Temperament, self regulation, and education, School Psychology Review, 27, 1998, pp. 479-491 passim.

[3] Kochanska, G., Padavich, D.L. & Koenig, A.L., Children’s narratives about hypothetical moral dilemmas and objective measures of their conscience: Mutual relations and socialization antecedents. Child Development, 67,1996,  pp. 1420-1436 passim .

[4]Barkley, R. A., ADHD and the nature of self-control. Nova York: Guilford Press, 1997a.

[5] Smalley, S. L., McGough, J. J., Del’Homme, M., NewDelman, J., Gordon, E., Kim, T., et al., Familial clustering of symptoms and disruptive behaviors in multiplex families with attentiondeficit/ hyperactivity disorder, Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry, 39,9,  2000, pp. 1135-1143.

[6] Brown, K. W., & Ryan, R. M., The benefits of being present: Mindfulness and its role in psychological well-being, Journal of Personality and Social Psychology, 84, 4, 2003, pp. 822-848.

Bush, G., Valera, E. M., & Seidman, L. J. Functional neuroimaging Kessler, R. C., Adler, L., Barkley, R., Biederman, J., Conners, C. K., Demler, O., et al. (2006). The prevalence and correlates of adult ADHD in the United States: Results from the National Comorbidity Survey Replication, American Journal of Psychiatry, 163, 4, 2005, pp. 716-723 .

[7] Kabat Zinn J., Didonna f., Clinical Handbook of Mindfulness, Springer-Verlag, Milano, 2008.

[8] Jonathan Kratter and John D. Hogan, The Effectiveness of The Use of Meditation in the Treatment of Attention Deficit Disorder with Hyperactivity, (online article – national library of Australia) 2008.

[9]Zylowka et al., Mindfulness meditation training in adults and adolescents with ADHD, Journal of Attention  Disorders, 11, 2008, pp. 737-746.

Senso di colpa: prima parte

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“Mi sento in colpa…è colpa mia…” sono frasi molto ricorrenti che spesso sentiamo o viviamo in prima persona. Il senso di colpa è un meccanismo della coscienza che, ci segnala un disagio e ci rimprovera quando facciamo qualcosa che infrange il nostro codice morale, perseguitandoci fino a quando non ci attiviamo per rimediare con un gesto riparatore.

Tuttavia accade di sentirsi in colpa anche senza un reale motivo solo per il fatto di essere quelli che siamo, di avere qualcosa che gli altri non hanno o di non riuscire a risolvere una problematica di cui però non siamo responsabili.

La colpa è un mix di elementi emotivi e cognitivi, che deriva dalla convinzione di aver danneggiato qualcuno e dalla paura di una punizione da parte delle figure significative. Però non è sempre negativa, infatti ci mette in guardia dall’oltrepassare i limiti, ci costringe ad una messa in discussione e assunzione di responsabilità e favorisce un dialogo interiore che ci aiuta a mantenere le relazioni con gli altri.

Quando ci troviamo a vivere il senso di colpa, si tende a spostare l’attenzione su un evento passato, allontanandoci sempre più dal momento presente. Ci si sente abbattuti o irritati per qualcosa che si è detto o fatto e, assorbiti dallo stato d’animo suscitato da quel comportamento passato, che nessun gesto potrà riparare a pieno, per quanto ci sforziamo.

Per poter tenere sotto controllo le emozioni spiacevoli derivate dal senso di colpa (che spesso sono diverse: rabbia, frustrazione, preoccupazione, tristezza, disperazione..) è importante innanzitutto riconoscerlo.Riconoscere i propri sensi di colpa è difficile poiché significa ammettere la propria incapacità e debolezza scontrandosi con l’ideale di perfezione che ci porta a prefiggersi di essere sempre perfetti e senza cola.I sensi di colpa si nascondono spesso dietro la mancanza di desideri e frasi come: “no questo non mi interessa” oppure “no non mi piace” o “no questo non mi va”. In realtà quella cosa non ci va poiché il solo ipotizzarla terrorizza la persona che non può ammettere a se stesso la sua debolezza. Quindi, proprio per la tendenza a nasconderli, la conoscenza del senso di colpa non va mai data per scontata. Anzi spesso è necessario lavorare su di essi partendo ad esempio dalla attuale incapacità a dire dei “NO” alle richieste altrui.

La colpa insieme alla vergogna e all’ansia sono emozioni molto importanti perchè spesso implicate nelle sofferenze vissute dalle persone.

Autori:  Dott.ssa Lupetti Irina e  La Lama Francesca

La psicoterapia cognitiva è più efficace dei farmaci

Associazione Italiana Psichiatri

La psicoterapia cognitiva è più efficace dei farmaci, Lo conferma l’Associazione Americana di Psichiatria

La terapia cognitiva è utile per il trattamento di molti disturbi psichiatrici, con un’efficacia pari o in alcuni casi addirittura maggiore rispetto agli psicofarmaci. La conferma arriva dalle linee guida dell’APA, American Psychiatric Association, stilate sulla base di rigorose revisioni della letteratura scientifica.

“La terapia cognitiva è quella che più di ogni altra è stata sottoposta a studi che ne hanno empiricamente e rigorosamente confermato l’efficacia su diverse forme di sofferenza mentale – spiega il Prof. Francesco Mancini, direttore dell’Associazione di Psicologia Cognitiva e della Scuola di Psicoterapia Cognitiva, scuole di specializzazione post-lauream in psicoterapia cognitiva.

“Tra i vari disturbi per i quali la psicoterapia cognitiva ha dimostrato scientificamente la propria efficacia vi sono la fobia sociale, il disturbo ossessivo-compulsivo, la depressione, gli attacchi di panico e i disturbi del comportamento alimentare, in particolare la bulimia – sostiene la prof. Sandra Sassaroli direttore di Studi Cognitivi.

Gli studi riportati dalle linee guida APA a supporto dell’efficacia della terapia cognitiva sono molti. Vale per tutti lo studio pubblicato sulla rivista scientifica Jama a firma del gruppo di psicoterapeuti Barlow, Gorman, Shear e Woods, condotto su 312 pazienti con disturbo di panico. I pazienti sono stati divisi in 5 gruppi diversi e curati con differenti terapie: solo imipramina (un farmaco antidepressivo di provata efficacia); solo terapia cognitiva; terapia cognitiva e imipramina; terapia cognitiva e placebo; solo placebo.

I risultati hanno dimostrato che la terapia cognitiva è più efficace del farmaco sul lungo periodo. Più precisamente, dopo 12 settimane di trattamento intensivo, terapia cognitiva e imipramina (sia separatamente che insieme) erano di efficacia equivalente ed entrambe superiori al placebo. Dopo 6 mesi di trattamento di mantenimento, terapia cognitiva e imipramina erano di efficacia equivalente, entrambe superiori al placebo e inoltre la combinazione di terapia cognitiva e imipramina era più efficace dei due trattamenti separati. Dopo altri 6 mesi in cui i pazienti non avevano ricevuto alcun trattamento, terapia cognitiva e terapia cognitiva con imipramina erano ancora efficaci mentre il gruppo 1 che aveva ricevuto solo imipramina non era più in condizioni migliori del placebo.

Ciò dimostra che la terapia cognitiva è più efficace dei soli psicofarmaci se si considera la tenuta del miglioramento nel tempo: la psicoterapia continua ad essere efficace, anche dopo la sua conclusione, al contrario dei farmaci.

Le linee guida dell’APA sono, dunque, una svolta nell’approccio ad alcuni disturbi psichiatrici e ridimensionano la tendenza a un esagerato ricorso agli psicofarmaci che in questi ultimi anni sono stati a volte considerati alla stregua di una panacea. “Da un’attenta analisi di queste linee guida emerge che la psicoterapia cognitiva rappresenta, ad oggi, il trattamento da consigliare al paziente come intervento elettivo per molti disturbi psichiatrici – interviene Mancini – Un rapido elenco comprende le forme di ansia e più precisamente il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo da attacchi di panico, la fobia sociale, la depressione e le ricadute, il disturbo post-traumatico da stress e i disturbi alimentari e in particolare la bulimia. Va chiarito anche che quando la terapia cognitiva non viene indicata tra i trattamenti raccomandati, non significa necessariamente che non funzioni. Può essere invece, come spesso accade in medicina, che sono ancora poche le ricerche rigorose condotte per valutarne l’efficacia.”

Sì quindi alle cure farmacologiche quando sono necessarie. Ma sì anche alla psicoterapia per risolvere le difficoltà psicologiche che causano i malesseri. “Il presupposto principale della terapia cognitiva – spiega il Prof. Mancini – è che la sofferenza mentale sia generata da come le persone interpretano e valutano gli eventi, in particolare se stessi e le loro relazioni più significative. Interpretazioni e valutazioni che il paziente va aiutato a riconoscere, distanziare e modificare attraverso tecniche di comprovata efficacia.

Le tecniche cognitive sono solo alcuni tra gli svariati strumenti di cambiamento efficaci che ha a disposizione la psicoterapia cognitiva, la quale si avvale anche di tecniche immaginativo-evocative, come l’imagery with rescripting, la visualizzazione guidata, e comportamentali, come l’esposizione con prevenzione della risposta. L’idea di fondo è quella di usare strategie di provata efficacia, adattandole in maniera specifica, per ciò che concerne i tempi e le modalità di attuazione delle stesse, alle necessità del singolo paziente; questo approccio consente la messa in atto di trattamenti che sono al tempo stesso sperimentalmente validati e clinicamente flessibili.”

Le numerose ricerche sperimentali condotte negli anni sui meccanismi che generano e aggravano i vari disturbi d’ansia hanno dimostrato il ruolo cruciale delle valutazioni di pericolo e dei processi cognitivi con cui si elaborano le informazioni riguardanti i pericoli stessi. Alla base dei disturbi d’ansia vi è, infatti, da una parte, una sopravvalutazione dei segnali di pericolo e, dall’altra, una sottovalutazione delle proprie capacità di fronteggiare il pericolo stesso. L’ansia di parlare in pubblico e la conseguente inibizione a farlo dipende dalla convinzione a priori di ricevere un giudizio completamente negativo a causa di una prestazione che viene ritenuta di sicuro inadeguata: è il caso della fobia sociale.

Con la psicoterapia cognitiva il paziente impara a gestire e padroneggiare in maniera autonoma i propri stati mentali. “Gli strumenti sono l’accertamento dei contenuti cognitivi degli stati mentali, la loro revisione critica e la loro ristrutturazione in vista di un maggiore benessere psichico” – concludono Mancini e Sassaroli.

Fonte: Salute Europa

 

FOBIE: VINCERLE DEFINITIVAMENTE

aereoNon occorre solo cancellare il ricordo legato alla fobia ma, soprattutto, creare una nuova traccia di memoria alternativa a quella passata.

Le persone che soffrono di fobie, come per es. la paura dell’aereo, sono capaci di immaginare comodamente sedute nello studio del terapeuta, di prendere un aereo, anche se continuano ad evitare un qualsiasi viaggio che per essere realizzato prevede questo mezzo di trasporto. Questo perchè la paura è un’emozione che ha permesso all’uomo di sopravvivere per migliaia di anni di fronte ad una minaccia, favorendo la sopravvivenza in ambienti ostili. Tuttavia quest’emozione può degenerare anche in disturbi d’ansia e attacchi di panico o fobie.

Ricerche del Nencki Institute of Experimental Biology di Varsavia hanno dimostrato che nel 70-80% delle persone che si sono sottoposte a terapie basate semplicemente sull’assuefazione allo stimolo pauroso, la fobia dopo alcuni anni si è ripresentata. Indagando sul motivo per cui le fobie sono così insidiose e difficili da eliminare definitivamente, hanno riscontrato che nei neuroni di topi da laboratorio impauriti da uno shock, si accumula una proteina. Dallo studio delle varie connessioni nervose in topi sottoposti ad uno stimolo pauroso, è stato visto che al ripetersi della reazione fobica si attivano dei collegamenti diversi da quelli attivati quando, invece, la paura è cessata. Da tutto ciò hanno dedotto che per vincere la fobia, non occorre solo cancellare il ricordo degli stimoli che la provocano, come asseriva il comportamentismo, ma sostituirle con nuovi ricordi competitivi a quelli passati. Questi risultati sono in linea con i principi dell’approccio cognitivo-comportamentale, che nel trattamento delle fobie pone molta attenzione alla ristrutturazione cognitiva dei pensieri legati allo stimolo fobico, permettendo alla persona di fare nuove esperienze che si vanno a sostituire a quelle passate.

Autore: Dott.ssa Irina Lupetti