Disposofobici o sindrome della soffitta piena

Autore: Dott.ssa Francesca La Lama

La disposofobia è nota anche come “sindrome di Collyer”, in ricordo di due eccentrici fratelli statunitensi nati alla fine dell’800 noti per la loro natura ossessivo-compulsiva.

Gli inglesi la chiamano compulsive hoarding, sarebbe a dire “accumulo compulsivo”, in Italia ha il nome di disposofobia o anche “sindrome della soffitta piena”.  Si tratta di un disturbo patologico ossessivo che costringe chi ne è vittima ad accumulare irresistibilmente oggetti di ogni tipo – utili e non – fino a che questa raccolta di “beni” arriva a invadere letteralmente la casa e impedire la circolazione fra le quattro pareti domestiche.

Questa condotta interferisce e provoca ostacoli e danni significativi alle fondamentali attività quotidiane quali muoversi, cucinare, fare le pulizie, lavarsi e dormire. Gli spazi della casa perdono il loro originario utilizzo e vengono letteralmente invasi da ogni tipo di oggetti.

I contatti sociali vengono ridotti o perduti e chi soffre di questo disturbo si ritrova in un isolamento sociale in balia di oggetti-tesoro incapace di dare ordine anche alla quotidianità.

Non esiste una definizione chiara di accumulo compulsivo in termini di criteri diagnostici accettati (come l’attuale DSM); tuttavia, Frost e Hartl (1996) forniscono per la definizione di questo problema le seguenti caratteristiche:

  • acquisire, senza poi disfarsene, un gran numero di beni che appaiono inutili o di scarso valore
  • spazi vitali ingombrati in modo tale da impedire le attività per le quali tali spazi sono stati progettati
  • disagio significativo o menomazione nel funzionamento causati dall’accaparramento
  • ritrosia o incapacità a restituire oggetti presi in prestito; essendo i contorni non ben definiti, l’accaparramento impulsivo potrebbe a volte portare a cleptomania o furto.

 Nelle sue forme peggiori, l’accumulo compulsivo può causare incendi, condizioni di scarsa igiene (ad esempio, infestazioni di topi o scarafaggi), lesioni inciampando nel disordine e altri rischi per la salute e la sicurezza.La comorbilità della disposofobia con altre malattie mentali non è stata ancora ampiamente compresa ed è ancora oggetto di studio ma dagli studi fino ad ora effettuati vi è una certa correlazione con altri disturbi quali altre al DOC:

  • depressione maggiore
  • disturbo d’ansia generalizzato (GAD)
  • fobia sociale
  • disturbo post-traumatico da stress (PTSD)
  • Attention Deficit Hyperactivity Disorder (ADHD)
  • demenza

Secondo lo psicologo Randy Frost, uno dei maggiori esperti di questo problema, la tendenza a mettere da parte diventa patologica quando le masse di oggetti inutili rendono inabitabili intere aree della casa, o comunque compromettono fortemente la vita degli individui interessati. Il dato sorprendente che emerge dagli studi di Frost è che le persone la cui abitazione è spesso in preda al caos più totale sono spesso dei perfezionisti. Frost ha scoperto che gli “accumulatori” compulsivi sono estremamente coinvolti nei confronti degli oggetti che possiedono al punto di essere percepiti come parte della propria persona e della propria storia. Le persone affette da disposofobia sembrano assegnare a un gran numero di oggetti un valore sentimentale o un’utilità futura che non gli permette di liberarsene.

Nel 2007 Frost ha pubblicato, insieme a Jeffrey Wincze e Gail Steketee dell’Università di Boston uno studio dal quale è emerso che le persone affette da disposofobia hanno bisogno di molto più tempo rispetto al gruppo di controllo per riordinare o classificare categorie comuni di oggetti. Lo psichiatra David Mataix-Cols del King’s College di Londra,  ha esaminato pazienti con disturbi ossessivo-compulsivi con o senza sintomi di disposofobia servendosi della risonanza magnetica celebrale. I soggetti reclutati per questo studio dovevano immaginare di buttare via alcuni oggetti: nei pazienti con “sindrome di accumulo” le sollecitazioni interessavano soprattutto la corteccia prefrontale che si attiva quando devono essere prese decisioni difficili.

Nel 2008 Mataix-Cols insieme ad altri colleghi britannici, ha cercato di rispondere alla domanda: la disposofobia rappresenta una patologia indipendente o si tratta di un disturbo compulsivo? Dallo studio effettuato sembra che l’accumulo compulsivo possa essere considerato un disturbo psichico indipendente, confermato anche da altri ricercatori e psichiatri i quali sostengono che farmaci come gli inibitori della ricaptazione della seretonina, che nei pazienti con DOC vengono spesso impiegati con successo, mostrerebbero scarsi effetti nel caso dei disposofobici. Una ulteriore differenza tra le due patologie è data dal fatto che, mentre di solito i pazienti affetti da DOC si rendono conto dell’irrazionalità e dell’insensatezza del proprio comportamento, questa consapevolezza è minima nel caso dei disposofobici. Attualmente sono poche le terapie consolidate per curare questa patologia.Nel 2007 Steketee e Randy Forst hanno messo a punto la prima terapia comportamentale ideata appositamente per i pazienti affetti da disposofobia, la cui efficacia è stata esaminata in uno studio pilota insieme a David Tolin nel 2008. Nel corso della terapia i pazienti, con l’aiuto di vari esercizi, imparano a organizzarsi meglio e a prendere decisioni. Inoltre si propone loro di riconsiderare il loro rapporto con gli oggetti vecchi, rotti o privi di valore. Quasi sempre l’esercizio più difficile per i pazienti è quello di permettere agli psicoterapeuti di entrare in casa propria.

La disposofobia è un disturbo molto diffuso negli Stati Uniti, a tal proposito è stato realizzato un docu-reality per la televisione originariamente trasmesso a partire dal 14 marzo 2010 dall’emittente statunitense TLC con il titolo “Hoarding: Buried Alive”. In Italia è mandato in onda da Real Time con il titolo “Sepolti in casa”. La parola “hoarding” è il termine inglese con il quale si indicano le persone affette da questa patologia.

Sul sito dell’APA , American Psychological Association, è apparso a questo proposito un articolo molto interessante: (http://www.apa.org/gradpsych/2011/09/psychology-shows.aspx)

Sembra proprio che i media sfruttino come sempre l’effetto voyeurismo degli spettatori, e mettano in secondo piano il vero modo con cui affrontare il disagio proponendo un’idea poco realistica del disagio psicologico che queste persone vivono realmente.

Frost, autore del libro “Stuff: Compulsive Hoarding and the Meaning of Things” 2011, sostiene che il programma televisivo Sepolti in casa ( in Italia) e Hoarding: Buried Alive ( in Usa) dovrebbe essere utile per rendere le persone consapevoli di un problema serio e spesso incompreso. Specificando che non si tratta di persone pigre e disordinate, ma di persone che non hanno alcun controllo sul proprio comportamento. Sembra però che il programma televisivo semplifichi eccessivamente il trattamento per questo problema, che viene rappresentato solo come un week-end di pulizia. Anche se questo è una sorta di passo avanti per la risoluzione del problema sarebbero necessari  tempi molti più lunghi.

Bibliografia

A cognitive-behavioral model of compulsive hoarding. Randy O Frost & Tamara L Hartl. Behaviour Research and Therapy. 1996

Hoarding; compulsive buying and reasons for saving Randy O Frost; Kim H-J; Bloss C; Murray-Close M & Gail Steketee Behaviour Research and Therapy. 1995.

Hoarding as a psychiatric symptom D Greenberg; E Witztum; A Levy. Journal of Clinical Psychiatry.  1990.

An open trial of cognitive-behavioural therapy for compulsive hoarding. David F Tolin; Randy O Frost; & Gail Skeketee. Behaviour Research and Therapy 2007

The economic and social burden of compulsive hoarding. David F Tolin; Randy O Frost;; Gail Skeketee; Gray KD; Fitch KE. Psychiatry Research 2008

Randy Frost, Gail Steketee; Stuff: Compulsive Hoarding and the Meaning of Things. Mariner Books. January 2011

Annunci

I commenti sono chiusi.